Il digiuno di Assarà BeTevet (il giorno 10 Tevet) ricorda “l'assedio di Gerusalemme voluto da Nevuchadnetzar re di Babilonia, e le tribolazioni che ne conseguono”, come riferisce il Tanach. Nel libro di Yechezke1, troviamo, in aggiunta all'evento vero e proprio, il comando dell’Onnipotente di commemorare il fatto: “Scrivi questo giorno, proprio questo giorno...”

Assarà BeTevet ricorda l'assedio di Gerusalemme. La città stessa rimase intatta, il Tempio funzionava normalmente ed anche i sacrifici continuavano come al solito. Ciò nonostante, vi è una severità insita in questo giorno che non troviamo nel digiuno di Ghedalia, il 17 di Tamuz (quando furono interrotti i sacrifici quotidiani ed i muri della città crollarono) e neppure nel 9 di Av, quando il Bet Hamikdash fu distrutto. Assarà BeTevet, a differenza degli altri digiuni, non può essere rimandato se capita di Shabbat, (con il calendario fisso attuale, questo digiuno non capiterà mai di Shabbat).

La ragione di questo rigore è dovuta al fatto che l'assedio di Gerusalemme fu la radice di tutte le conseguenti calamità. Infatti portò all'invasione della città e, come risultato, alla distruzione del Sacro Tempio. Questo assedio imposto dal re della Babilionia, fu un avvertimento di D-o al popolo ebraico che, se il pentimento non fosse stato imminente, la situazione sarebbe peggiorata, è chiaro che il seme delle future calamità era già stato piantato.

Poiché l'idea inconscia a tutti gli ebrei è risvegliare il cuore al cammino della teshuvà, il ritorno a D-o, Assarà BeTevet deve evocare un senso più profondo di teshuvà. Per questo, le leggi del digiuno associate a questa Teshuvà esigono un alto grado di rigorosità.

Lo scopo del commemorare questo evento è “migliorare le nostre vie”. Per questo, discuteremo una delle lezioni che si possono trarre da Assarà Betevet.

Il nome « Yerushalayim » (Gerusalemme) deriva, etimologicamente parlando, da due parole, yirà e Shalem ovvero, timore assoluto di D-o. Quando trascuriamo non solo le mitzvòt più importanti ma anche solo le prescrizioni rabbiniche, il nostro timore assoluto di D-o viene meno, costituendo un'assedio a Gerusalemme. Quando questo assedio diviene percettibile, bisogna fare uno sforzo totale per distruggerlo, e se l'energia non è la massima, il peggiore degli assedi potrebbe avere effetti disastrosi, D-o non voglia. Come dice il Talmud, “Un giorno la cattiva inclinazione dice all'uomo ‘fa questo’, ed il giorno seguente, ‘fa quello’, finché alla fine lo convince a praticare l'idolatria”.

Com'è possibile che lo Yetzer Harà persuada un ebreo, che è ben conscio che tutta la Torà è stata donata da D-o, a trasgredire anche un solo piccolo dettaglio od una legge dedotta da un savio?

Coprendosi d'un manto di pietà, lo Yetzer Harà spiega all'ebreo che, nel trascurare una mitzvà minore ne guadagnerà l'osservanza di una delle mitzvòt maggiori e che la stessa Torà permette ad una persona di trascurare un precetto in favore d'un altro, come nel caso d'un precetto negativo quando coincide con uno positivo, o le leggi del Sabato che vengono annullate di fronte ad una vita in pericolo.

In verità, lo Yetzer Harà non ha interesse alcuno a salvaguardare i precetti più severi. Al contrario, egli desidera preparare la via a trasgressioni molto più gravi, come ricorda sopra il Talmud, “gli dice all'uomo ‘fa questo’...”

È superfluo aggiungere che l'argomentazione dello Yetzer Harà non è sensata. Infatti il principio che “un comando positivo ha precedenza su uno negativo” è stato stabilito dalla Torà stessa. Ciò esso è in acuto contrasto con il caso in cui un semplice mortale decida di negoziare o vendere una mitzvà minore, che comporta una trasgressione del volere di D-o, in cambio di una mitzvà maggiore.

Quest'ultima situazione finisce per degenerare al punto che una persona abbandona non solo le mitzvòt minori, ma anche le maggiori.

Secondo quanto detto sopra, i nostri savi spiegano il versetto “Egli (l'Onnipotente) non accetta insubordinazione”. In un primo momento questo detto causa perplessità. Se “Il mondo e tutto ciò che in esso esiste appartiene a D-o”, com’è possibile che una persona si ribelli?

La risposta dovrebbe essere la seguente: l’unica cosa al di fuori del dominio di D-o, per così dire, è il Timore di D-o. Egli ha concesso all'essere umano il libero arbitrio nel servirLo o no. Una mitzvà potrebbe, quindi, essere considerata “nostra dedizione a D-o”. Di conseguenza, potremmo immaginare erroneamente di essere capaci di confondere D-o, per modo di dire, compiendo una mitzvà a discapito di un’altra.

È ad una tale frode che la Torà si riferisce quando dice “Egli non accetterà insubordinazione”. Questo versetto quindi intende avvertire che non dobbiamo illuderci nel credere di poter ingannare l'Eterno per mezzo dell'osservanza delle mitzvòt.

Quanto detto ha un significato speciale riguardo l'educazione. In particolare per chi pensa che per convincere bambini che ancora non hanno ricevuto una educazione ebraica, o i loro genitori, dell'importanza d'iscriversi in una scuola dove si studi Torà, si debbano fare concessioni minori. Assarà BeTevet crea una coscienza sulle conseguenze risultanti nel permettere un assedio intorno a Gerusalemme l'assoluto e fermo timore di D-o.

Un'educazione ebraica con concessioni non prepara il giovane ad un fermo timore del Cielo da adulto. Al contrario, egli continuerà a cedere: “Una persona, anche in età avanzata, non rinuncia ai modi ai quali è stato educato sin da piccolo”.

L'unica maniera d'assicurarsi che non faccia concessioni maggiori dopo è dirgli esattamente cos'è scritto nella Torà di Verità. Se egli riceve un'educazione ebraica non autentica, sentirà che i suoi educatori non gli stanno dicendo la verità e perderà la fiducia nei loro confronti. Non gli ascolterà più quando gli diranno di non fare concessioni maggiori.

Qualsiasi attitudine d'una persona (sia buona o cattiva), quando è ancora giovane, aumenta molto quando cresce. Per questo bisogna fare il massimo degli sforzi e mettere tutto l'impegno nell'assicurare che l'educazione alla Torà sia perfetta da tutti i punti di vista.

Questo vale anche nel caso di una persona già di una certa età, ma nuova all'apprendimento ed alla pratica dell’ebraismo. Non dobbiamo pensare che, spiegando tutta l'estensione della Torà e delle mitzvòt rischiamo d'allontanarlo del tutto dalla religione, ed invece gli diremo che attualmente esiste una piccola quantità di mitzvòt da osservare, come decise il voto di maggioranza da alcune autorità che attualizzano la Torà. In questo modo mentiremmo, perché onestamente dovremmo dirgli che ogni ebreo è obbligato a compiere tutte le mitzvòt, come in tutte le generazioni, perché “questa Torà non sarà mai modificata”.

Se incapaci di convincerlo a compiere tutte le mitzvòt da quel momento, è necessario consigliargli di fare immediatamente qualsiasi mitzvà che abbia anche una piccola possibilità nel trovarlo d'accordo. In questo modo “una mitzvà porterà ad un'altra mitzvà”, dando come risultato nel tempo il rendere questa persona “completa e perfetta in tutte le parti della sua anima”, nei 248 organi che corrispondono alle mitzvòt positive e nei 365 tendini che corrispondono alle mitzvòt negative.

In accordo a quanto detto, un giorno di digiuno dovrebbe servire da stimolo alla teshuvà. Pertanto, oltre ad avvicinare l'uomo e il Creatore si torna a D-o compiendo i nostri obblighi verso il prossimo, inclusi coloro che possono solo essere chiamati Creature di D-o, in quanto mancanti di qualsiasi altra qualità.

Da Assarà BeTevet in poi, si dovrebbe cominciare ad esprimere molto più vigore ed entusiasmo nell'amare i nostri simili ed avvicinarli alla Torà. Ciò si può fare convincendoli a compiere immediatamente quelle mitzvòt sulle quali sono d’accordo. Se realmente non ci fosse altra alternativa, dovremmo fare in modo che almeno compiano una o altre, delle dieci enumerate nella campagna di mitzvòt. Col tempo ciò porterà al compimento di tutte.

Un altro punto da tener presente quando si compie l’azione di 'amare i nostri simili ad avvicinarli alla Torà: incontrando un ebreo che pensa che il suo comportamento precedente non gli permette di cominciare ad osservare la Torà e le mitzvòt, non essendoci per lui più speranza, dobbiamo fermamente incoraggiarlo con buone maniere.

Deve essere chiaramente inteso che una auto-trasformazione immediata è possibile. (Queste non sono mere parole d'incoraggiamento, ma un decreto halachico della Torà).

Dobbiamo anche spiegargli che il compimento di almeno una mitzvà (specialmente se una delle generali) lo eleverà e col tempo lo porterà all'osservanza di tutte.

La lezione che vien tratta da Assarà BeTevet è che non abbiamo il diritto di sacrificare una mitzvà per un'altra, all'apparenza più importante. Ciò assume speciale importanza per coloro che sono coinvolti in mansioni comunitarie.

Infelicemente esistono alcuni di questi individui che negoziano le mitzvòt. Essi concedono di poter trascurare una mitzvà con fiducia, portando come argomento che, per mezzo di questa linea d'azione otterranno una seconda e più importante mitzvà.

La necessità che questi leaders agiscano in maniera adeguata è ancor più enfatizzata nella preghiera dello Shabbat, quando benediciamo “coloro che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari”. La parola che traduce fedelmente è bèemunà , che significa anche, con fede in D-o. Così, la frase suddetta, ad un livello d'interpretazione più profondo, si trasforma in “coloro la cui occupazione in affari comunitari è permeata dalla fede in D-o”.

L'attivista comunitario comprende che il suo esito, non è dovuto unicamente alle sue capacità. Bensì è D-o, che gli dà forza conferendogli capacità di successo.

Ancor più importante: è proprio a causa della sua fede in D-o che egli è coinvolto in affari comunitari. Quando gli viene offerto un ruolo di fiducia, egli lo rifiuta. Tuttavia, se la comunità insiste, egli considera il fatto come un segno del Cielo che lo spinge al coinvolgimento, e solo per questo accetta il ruolo.

Ne consegue automaticamente che non dovrà rimanere offuscato dal prestigio, o dal desiderio di conservare la posizione. È superfluo aggiungere che questo ruolo non deve diventare un mezzo per vivere senza il quale non potrebbe sussistere, perché se così fosse, comincerà a fare piccole concessioni. Ciò porterà a concessioni maggiori dovute al costante preoccuparsi della sussistenza, del prestigio e della posizione.

Nel caso che, invece, egli sia stato, per così dire, forzato ad occuparsi di problemi comunitari, e riconosce che il proprio successo non è dovuto al e sue superiori capacità, bensì alle benedizioni di D-o, è ovvio che sarà uno di quelli che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari. Avrà in mente il benessere della comunità e non il proprio. Il suo interessamento sarà in accordo con la volontà di D-o, e quindi egli sarà il lustro mezzo delle benedizioni dell'Eterno.

Sia volontà di D-o che il nostro leale coinvolgimento in affari comunitari e nell'educazione ebraica avvicini l'avvento del nostro giusto Mashiach. Ciò porrà fine al nostro esilio, a cui farà seguito il primo periodo di Redenzione dopo di che giungerà la Redenzione assoluta, quando “D-o sarà Re sul mondo intero”.

Il Rebbe di Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson