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L'Albero del Campo

L'Albero del Campo

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Il quindici del mese di shevàt, Tu Bishevàt, è il capodanno degli alberi (Talmùd Rosh Hashanà 2a). Esso ha un significato particolare per gli ebrei, poiché paragonati essi stessi agli alberi, come è scritto (Devarìm 20, 19): poiché l’uomo è l’albero del campo1.

La vita dell’albero inizia dal seme. Esso cresce, matura e produce frutti dai cui semi nascono e crescono altri alberi, che a loro volta daranno frutti.

Così è anche il ciclo della vita umana: la vita dell’uomo ha inizio dall’embrione. Egli poi cresce, matura e dà frutti, che nel caso dell’ebreo sono la Torà e le mitzvòt. E così come poi altri alberi spuntano dai semi di un albero, bisogna assicurarsi che altri ebrei crescano spiritualmente e diano i propri “frutti”. L’ebreo non può accontentarsi del proprio raccolto spirituale ma deve anche avvicinare altri ebrei alla loro eredità spirituale.

L’albero fa parte del regno vegetale. Le piante, a differenza degli animali, muoiono se staccate dal suolo; esistono solo fintanto che ricevono il nutrimento dalla loro fonte, attraverso le radici. Anche l’ebreo vive e cresce spiritualmente solo quando è unito alla sua fonte, ossia alla Torà e all’ebraismo. Non basta che abbia studiato la Torà una volta o che abbia praticato le mitzvòt una volta: egli deve continuamente ricevere il nutrimento dalle sue radici, altrimenti rischia la morte spirituale.

Necessità e Piacere nella Torà

Tu Bishevàt viene celebrato mangiando frutta, più in particolare mangiando quei frutti che sono il vanto di Èretz Israèl, menzionati nel versetto di Devarìm (8, 8): una terra di grano e di orzo, uva, fichi, e melograno, una terra di oliva e miele (di datteri). Come si nota, di questi sette due sono cereali, mentre gli altri cinque sono frutti.

Dal grano e dall’orzo si produce il pane, che è un alimento fondamentale nella dieta dell’uomo, necessario sotto tutti gli aspetti. La frutta invece viene mangiata per piacere. La Torà talvolta è paragonata al pane e all’acqua – necessità – e talvolta al vino, all’olio e al miele, cibi invece di piacere. Il primo aspetto si riferisce alla dimensione “rivelata” della Torà, ossia al Tanàkh, al Talmùd, alla halachà e così via, poiché deve essere studiato da tutti gli ebrei, in ogni epoca e in ogni circostanza, senza eccezioni. Il secondo aspetto, invece, corrisponde al lato mistico della Torà, poiché il suo studio non fu sempre obbligatorio per tutti gli ebrei. Un tempo esso era infatti riservato a pochi “eletti”, il cui alto livello spirituale li rendeva in grado di apprezzarne la profondità.

Supplementi alla Dieta Spirituale

Ciò valeva però solo in passato. Nelle ultime generazioni è diventato obbligatorio per tutti gli ebrei studiare anche l’aspetto mistico della Torà, come stabilisce rabbi Shneur Zalman di Liadi, l’Alter Rebbe, nel suo Shuchàn ‘Arùch (Shulchàn ‘Arùch Admùr Hazakèn, Hilchòt Talmìd Torà 1, 4). Questo cambiamento è avvenuto a causa del declino degli ebrei nelle generazioni. In passato, essi erano abbastanza robusti da aver bisogno soltanto di “pane” e di “acqua” per mantenersi spiritualmente sani. Ma da quando la loro salute spirituale ha iniziato a deteriorarsi, le minime necessità non sono sufficienti; è necessario un supplemento alla dieta ebraica, cibo che dia maggior forza e vigore. Tale cibo è lo studio della mistica ebraica, la “frutta” che procura piacere.

Ne risulta così che dall’epoca dell’Ari Zal in poi (cf Num. 114), è diventato una mitzvà, d’obbligo, rivelare i segreti della dimensione celata della Torà. Tale fenomeno ricevette un ulteriore impeto con la fondazione della chassidùt da parte del Ba’al Shem Tov e raggiunse il suo apice con Chabàd, che ha reso la chassidùt accessibile a tutti gli ebrei facendone un approccio disciplinato, sistematico e intellettuale alla vita ebraica e allo studio della Torà.

Perché Mangiare Frutta?

Tu Bishevàt,a differenza di Péssach, Shavu’òt e Sukkòt, per esempio, non è una ricorrenza fissata dalla Torà Scritta. Non la si trova neppure nella Torà Orale, a differenza di Purìm e di Chanukà, chiamate “festività” e in cui si recita la particolare preghiera di ‘Al Hanissìm. Nella Mishnà (Rosh Hashanà 2a) il quindici di shevàt è menzionato come il capodanno degli alberi, ma non viene ricordato come festività vera e propria. La sua celebrazione è puramente un’usanza ebraica; non a caso il commentatore del Talmùd Maghèn Avrahàm stabilisce che “è d’uso mangiare frutta in questo giorno”.

Proprio perché obbligatori, i precetti menzionati specificatamente nella Torà Orale non procurano un piacere particolare all’anima dell’ebreo. D’altro canto, un’usanza non è (parimenti) obbligatoria per l’ebreo e perciò la sua anima prova grande piacere osservandola.

In altri termini, ciò che guida la condotta dell’ebreo è la halachà, la legge ebraica, che stabilisce gli standard fondamentali e minimali dell’osservanza della Torà e delle mitzvòt. L’usanza è invece un’aggiunta al di là di ciò che viene richiesto dalla halachà. D-o, Colui che ha dato la Torà, gode quando il comportamento di un ebreo va al di là dei requisiti minimali. La consapevolezza di aver fatto godere D-o automaticamente procura poi il più grande piacere all’anima dell’ebreo.

La frutta, come detto sopra, procura piacere. Essendo un’usanza, Tu Bishevàt viene quindi celebrato proprio mangiandone, poiché sia il concetto di usanza che quello di frutta esprimono l’idea di piacere.

Mitzvòt e Piacere, Mano nella Mano

Tutto ciò contiene ovviamente un messaggio per il servizio divino dell’uomo. L’osservanza di Tu Bishevàt, un’usanza, insegna all’ebreo che la sua pratica dei precetti non deve limitarsi a ciò che è strettamente obbligatorio. Un ebreo deve continuamente progredire in questo senso, procurando piacere al Creatore e a se stesso. Indipendentemente da quanto il suo attuale livello spirituale sia alto, egli non può rimanere fermo, deve elevarsi sempre di più.

Le mitzvòt non devono essere praticate per routine, freddamente, per abitudine: bisogna sentirsi tanto conquistati dalla Torà e dalle mitzvòt da far sì che siano per noi puro grande piacere.

In seguito all’esodo dall’Egitto gli ebrei mangiarono la manna, che aveva una proprietà miracolosa unica nella storia: si poteva scegliere il sapore di qualunque cibo si desiderasse, ed essa lo acquisiva, soddisfacendo colui che la mangiava. Analogamente, la Torà e le mitzvòt possiedono diversi generi di piacere, rappresentati dai diversi sapori dei cinque frutti di Eretz Israèl.

Si deve soltanto avere il desiderio, e la propria osservanza della Torà e delle mitzvòt diventa piacere e non più solo routine.

Ciò è possibile tramite lo studio della chassidùt, fonte di piacere spirituale. L’aspetto rivelato della Torà è il corpo della Torà stessa; la mistica, la chassidùt, è invece la sua anima. Lo studio della chassidùt dà calore e vitalità alle mitzvòt, facendo sì che la Torà e le mitzvòt non siano più sterili ma fruttuose e donando loro un’anima senza la quale sarebbero prive di vita.

(Sichòt del Rebbe del 15 Shevàt, 5742)

NOTE
1.

Il Talmùd (Yevamòt 61a) insegna che il termine uomo nella Torà si rifersice all’ebreo.

Per gentile concessione della Mamash Edizioni Ebraiche..

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