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La Gioia Necessaria per la Teshuvà

La Gioia Necessaria per la Teshuvà

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Essi (Moshé e Aharon) uscirono e benedissero il popolo ed allora la Gloria del Sign-re apparve a tutto il popolo (Vayiqrà 9, 23).

Rashi dice che durante i sette giorni di consacrazione del Tabernacolo, Moshé assolse tutti i compiti propri a un Gran Sacerdote, ma non ci fu alcun segno visibile della Presenza Divina. Israèl, sentendo il peso della colpa commessa facendo il vitello d’oro, aveva perso ormai ogni speranza di riacquistare il favore agli occhi di D-o.

«Ogni fatica che abbiamo posto nell’edificare il Tabernacolo è stata vana. Non otterremo mai il perdono per il nostro peccato» così dicevano l’un l’altro.

Moshé li udì e rispose: «Mio fratello Aharon è più potente di me. Sebbene ciò che ho fatto non abbia suscitato alcuna risposta da parte di D-o, egli certamente riuscirà dove io ho fallito».

Aharon, in principio, esitò nel farsi carico del Servizio Divino, ma quando infine si affiancò a Moshé, la Gloria del Sign-re scese sul Tabernacolo dinanzi agli occhi di tutto Israèl.

Lo scopo della Creazione del mondo fu, come insegna la Cabala che D-o voleva avere una dimora nel mondo fisico. Era ovvio, e già noto prima della sua creazione, che l’uomo, un mortale e in quanto tale imperfetto, fosse destinato a peccare e proprio per questo motivo gli angeli vi si opposero. La via di salvezza fu nel fatto che la Provvidenza Divina face sì che esistesse la teshuvà, il ritorno, o il pentimento, e che essa fosse prima della Creazione, in quanto per requisito necessario per l’esistenza dell’universo fisico, che avrebbe in ogni caso meritato, grazie ad essa, la Presenza Divina.

La teshuvà consiste, fondamentalmente, in due momenti: il primo è comporta il pentimento da parte dell’uomo, mentre il secondo è l’accettazione della remissione che D-o, nella sua infinita bontà, concede. Se, talvolta, il raggiungimento dell’uno può sembrare una meta difficile, l’altro può non essere da meno.

È possibile che, poiché capita di incontrare difficoltà nel pentirsi e nel perdonare se stessi da una colpa, a maggior ragione si proverà una certa riluttanza nel rendersi conto del perdono Divino.

Dato che l’esperienza personale insegna che spesso si prova anche difficoltà a perdonare completamente chi ci ha offeso, allo stesso modo si può essere incapaci di accettare il fatto che D-o possa e voglia attuare tale comportamento con noi.

I Saggi insegnano che il raggiungimento della teshuvà sincera e profonda cancella una colpa, come se non fosse mai stata commessa, come si legge: Io annullo le tue mancanze come una nube, annullo i tuoi peccati come fumo, ritorna a Me, perché ti salverò (Yesha’yà 44, 22).

A conclusione del giorno di Kippùr ciascuno conferma e sigla la propria teshuvà recitando una preghiera molto espressiva:

«Tu stendi la tua mano ai peccatori e la tua mano destra è aperta per accogliere coloro che si pentono… Tu sai che noi siamo esseri mortali (e quindi ci hai concesso la possibilità del pentimento) … come è detto: Io non voglio la morte di alcuno, disse D-o, ma pentiti e vivrai. Siamo certi che D-o abbia accettato il nostro pentimento, e ci avviamo con gioia per celebrare la festa delle Capanne. Come disse il salmista: Fammi sentire gioia e allegria… ridonami la gioia della tua salvezza (Tehillìm 51, 10-14).

Il popolo di Israèl era sinceramente pentito dalla colpa commessa con il vitello d’oro, ma tuttavia ne provava ancora un acuto denso di colpa. Essi erano talmente coscienti della gravità di quanto avevano fatto nei confronti di D-o, per di più proprio nel momento in cui la Rivelazione al Sinay aveva appena avuto luogo, al punto di non aspettarsi dal Sign-re alcun perdono. Sebbene Moshé avesse promesso loro che D-o avrebbe mostrato la sua Divina Presenza a seguito della costruzione del Tabernacolo, e sebbene si fossero impegnati in tale opera con tutto il cuore e con tutta l’anima, tuttavia non erano convinti di meritare veramente questo grande evento.

Quando il Servizio che Moshé svolse nel Tabernacolo non ottenne come esito il mostrarsi della Presenza Divina, furono certi della fondatezza dei loro timori: il perdono totale sarebbe stato impossibile da ottenere. La teshuvà può mitigare la severità di un giudizio, essi pensarono, ma non sarebbe mai più stato possibile ottenere il particolare stato di favore e di grazia che avevano avuto agli occhi di D-o.

Israèl, dunque, non era in grado di mettere in atto il secondo momento necessario per la teshuvà completa: l’accettazione del perdono Divino. In assenza di ciò si trovavano in uno stato di angosciosa tristezza, condizione che contrasta il mostrarsi della Presenza Divina, come insegna il Talmud: La Presenza Divina non si manifesta dove c’è tristezza (Shabbàt 30b).

Si verificò, allora, una sorta di circolo vizioso: l’incapacità del popolo di accettare il fatto di essere stato perdonato lo fece sentire in uno stato di disperazione che precludeva la via alla Presenza Divina. Allora Israèl interpretò tale assenza come una conferma dell’impossibilità di ottenere un perdono completo e lo sconforto che si impadronì del popolo fu ancora più grande.

Un grande cambiamento, però, si verificò nei cuori di tutti non appena videro che Aharon era stato scelto per compiere il Servizio. Tutti pensarono che, se Aharon, che pure era stato implicato nell’episodio del vitello d’oro, nonostante tutto era stato designato quale Gran Sacerdote, questo non poteva essere interpretato altrimenti che un segno del completo perdono Divino. Quando il popolo comprese ciò, i loro spiriti si sollevarono e solo allora la teshuvà fu completa; il senso di desolazione lasciò Israèl e ogni singolo individuo fu in preda alla gioia più completa, derivata dalla certezza di essere ancora davanti agli occhi del Sign-re. Poiché la Presenza Divina si mostra solo dove è di casa la gioia, solo in quel momento la Gloria del Sign-re scese sul Tabernacolo.

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