Nel campo di concentramento in Germania stavo con altri chassidìm Gur come me. Ovviamente non ci distinguevamo dagli altri in quanto chassidìm quando si lottava per la propria vita. E’ successo di Shabbat, il 4° giorno del mese di Shevat, quando, durante i lavori forzati, mi si avvicinò un ragazzo chassìd Gur sussurrandomi in un orecchio: “Stanotte, il 5° di Shevat, è l'anniversario del nostro Rabbi di Gur (conosciuto come lo ‘Sefàt Emèt’), tieniti da parte un pezzo di pane dalla razione giornaliera così potremo sederci insieme per il pasto del Melavè Malkà (il pasto del sabato sera).” Lo osservai stupito: ero convinto mi stesse prendendo in giro! "Cosa gli salta in mente?", pensai, "Stiamo vivendo nel terrore di morire da un momento all’altro, con le guardie delle SS che ci girano intorno come lupi affamati, come può pensare di sedersi per un pasto commemorativo?" Il ragazzo insistette finché mi convinse ad accettare la sua proposta assurda. Gli promisi di non mancare. La notte, mentre tutto il nostro gruppo già dormiva, esausto dopo un giorno di lavori esasperanti, mi stavo per addormentare anch'io. All’improvviso mi svegliò il ragazzo: “Nu! Ti stiamo aspettando per il Melavè Malkà per il nostro Rabbi!”. Devo ammettere che all’inizio non riuscii a muovermi neanche di un millimetro ma egli era talmente determinati che alla fine mi alzai e lo seguii. Con altri ragazzi uscimmo dalla baracca dove dormivamo diretti verso una camera che fungeva da ripostiglio. Una volta chiusa la porta cominciammo a cantare in silenzio e a mangiare quei piccoli pezzi di pane celebrando il ricordo del grande Tzaddìk. L’atmosfera era speciale e per un attimo eravamo riusciti a far vincere lo spirito contro la materia: nel posto più tremendo al mondo eravamo riusciti ad unirci per rafforzarci e per parlare di Torà. Senza che ce ne accorgessimo, da un lieve sussurro il canto diventò un vero e proprio canto che usciva spontaneamente dal profondo del cuore, facendoci dimenticare del luogo in cui ci trovavamo in quel momento. All’improvviso si udirono dei pugni forti contro la porta. Era la fine. Ci avevano scoperti e ora ci avrebbero senza dubbio fucilati uno ad uno. Uno dei ragazzi andò ad aprire la porta. Sulla porta c’era l”Obershfirer”, il capo del campo intero… Era un assassino assetato di sangue, alto, con una divisa lucida, la cui cattiveria non conosceva limiti. Era capace di sparare al primo che passava senza ragione. Eravamo tutti raggelati dalla paura. Nessuno di noi osò dire mezza parola. “Cosa fate qui?!” urlò in attesa di una risposta. Nessuno ebbe coraggio di rispondere. Come avrebbe potuto una mente disumana capire cos’è un "giusto"? Chi era il nostro Rabbi? Cos’era il Melavè Malkà? Ma lui si impose e tornò ad urlare “Cosa ci fate qui?!” Uno dei ragazzi era scheletrico e basso; non parlava il tedesco ed anche in Yiddish aveva una pronuncia incomprensibile. Era la persona meno adatta per rispondere alla domanda del nazista ma ad un tratto proprio lui si alzò e si avvicinò lentamente alla guardia. Era gravemente proibito ai prigionieri del campo avvicinarsi troppo alle guardie, a maggior ragione al capo del campo. Ma il ragazzo senza esitare gli si avvicinò camminando in modo strano e storto, zoppicava sulla gamba destra e aveva la testa appoggiata sulla spalla sinistra; guardò il nazista neglio occhi, dondolandosi come se stesse pregando e disse in Yiddish: “Stiamo pregando per il suo bene, per quello di sua moglie e per quello dei suoi figli”… Eravamo certi che era giunto il momento e che avrebbe sparato a tutti cominciando dal ragazzo che gli stava di fronte. Il nazista non capì le parole del ragazzo e strillò: “Cosa stai dicendo?!” Il ragazzo continuò a dondolarsi e ripetè la stessa frase, solo che questa volta gli occhi erano rivolti verso il cielo. La guardia stava per perdere la pazienza e si rivolse a noi: “Cosa sta dicendo?” Uno dei ragazzi si fece coraggio e gli tradusse le parole in tedesco fluente. A quel punto il nazista disse: “Continuate!” uscì e chiuse la porta. Eravamo sbalorditi dalla scena. Facevamo fatica a credere al miracolo di essere ancora tutti in vita. Subito tornammo a cantare con ancora più entusiasmo di prima senza aver più paura – avevamo il permesso del leader del campo… Quel Melavè Malkà finì al mattino e rimase scolpito nei nostri cuori fino ad oggi. La parte più sorprendente della storia è che il mattino dopo, la guardia incaricata di distribuire il pane aveva ricevuto ordine dal boss di dare una doppia razione al ragazzo che si era fatto avanti. Fino all’ultimo giorno egli ricevette doppia razione, che immancabilmente divideva con i suoi compagni… Eravamo certi di una sola cosa: il merito del grande Tzaddìk Sefàt Emèt era ciò che ci aveva mantenuto in vita quella notte. (Dal libro di R’ Shlomo Holtzman “Lo nashuv lePolin”)