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Rav Mordechai Eliyahu e il Rebbe

Rav Mordechai Eliyahu e il Rebbe

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The Rebbe greets Rabbi Eliyahu when he arrives at what was to be their last meeting, in 1992
(Photo: Chaim Baruch Halberstam/Jewish Educational Media)
The Rebbe greets Rabbi Eliyahu when he arrives at what was to be their last meeting, in 1992 (Photo: Chaim Baruch Halberstam/Jewish Educational Media)

Nel 1986 incontrai il Rebbe di Lubavitch per la seconda volta in compagnia del rabbino Capo ashkenazita di Israele, il mio collega rav Avraham Shapiro. Erano le una del mattino e nonstante l’ora tarda e una giornata carica di attività comunitarie, il Rebbe era ben vivace. La conversazione verteva su tutte le materie della Torà: il Talmùd, la legge ebraica, la Cabbalà. Era molto chiaro su ogni argomento e strutturato nel ragionamento come se l’avesse appena studiata. Era come se la Torà fosse un gran libro aperto di fronte a lui. Ci sono persone molto dotte con una forte padronanza dell’insieme della Torà, ma, di solito non è molto approfondita e aguzza in ogni singola materia, incontrare una mente tanto sapiente e un tale livello di conoscenza dei minimi dettagli per me fu un’esperienza indimenticabile, sono stato testimone oculare di un fenomeno eccezionale, raro. Bisogna far presente che egli non trascorreva le giornate a studiare, gran parte del suo tempo era consacrato alle opere comunitarie.

Egli si preoccupava innanzitutto che ogni ebreo fosse attivo in tutti gli aspetti della beneficenza, sia spirituale che materiale. Sentii che era dotato di un’anima particolare. Non era una persona in sé. Era l’anima di tutto il popolo. Non ho mai visto, né prima né dopo averlo conosciuto, un rav che possedesse contemporaneamente tre qualità: il genio della Torà; una potente leadership con inviati in tutto il mondo; miracoli che accaddero intorno a lui, grazie a lui.

Mi sono domandato: quale nesso può esserci tra un ebreo nato in Russia e residente a Brooklyn con ebrei marocchini di Casablanca? Qual è la sua relazione con gli ebrei del Marocco, cosa lo mosse ad apportare loro assistenza, supporto morale? Egli semplicemente amava ogni israelita con tutto il suo cuore e si preoccupava per ognuno di essi, della nazione intera e non solo di un gruppo in particolare. Ogni ebreo gli stava a cuore. Egli desiderava ardentemente che ognuno seguisse le orme e le tradizioni dei genitori e dei nonni, sefaraditi o ashkenaziti.

Un esempio viene a dimostrare il suo impegno.Quando ci vedemmo nel 1986, il Rebbe richiese che il rabbinato di Israele organizzi dei Sedarìm di Pessach pubblici in ogni città, in modo che coloro che non avessero la possibilità di celebrarlo potessero farlo in un ambiente comunitario. Infatti, questi Sedarìm fecero affluire tanti israeliani che non avevano mai partecipato ad un Seder. Quando constatammo l’ampiezza dell’interesse suscitato da questa iniziativa, ci adoperammo a svilupparla ed oggi, grazie al Cielo, è in attività in numerose città e comunità in Terra Santa. Ma, a priori, come poteva interessare al Rebbe che in Israele si partecipi ad un Seder? La cosa era importante per lui, poiché senza l’idea di questo progetto, molti, proprio in Israele, non avebbero mai potuto assistere ad un Seder. Quando gli esposi il mio interrogativo mi rispose che si crucciava del «quinto figlio» di colui che non penserebbe mai a presentarsi al Seder, che nonsa neanche in che cosa consiste la ricorrenza di Pessach.

Il Rebbe è l’unico uomo che io conosca che abbia inviato i suoi allievi più brillanti ai quattro angoli della terra per apportare appoggio agli ebrei che vi si trovano.Quando ero seduto in sua compagnia era come se non ci fosse niente e nessun altro al mondo. L’arredamento del suo ufficio era spartano: una sedia semplice una cattedra semplice. Giorno e notte studiava la Torà e agiva per il bene collettivo. Non riesco a capire quando mangiava e dormiva. Nei nostri colloqui, parlammo a lungo delle vicissitudini e difficoltà che stava attraversando il popolo ebraico. Ero molto impressionato dalla conoscenza che aveva su ogni avvenimento in Israele, come se vi vivesse. Sapeva che in una determinata città c’era un problema con il mikvé (il bagno rituale) o che ad una determinata regione occorresse assistenza in un determinato ambito. Poi, con le udienze successive capii che era a conoscenza di ciò che accadeva in ogni angolo del mondo. Sapeva delle problematiche di ogni paese, di ogni città, come se vi abitasse in persona.

Non ho parole per descrivere l’onore che mi fece. Ebbi un grande privilegio di incontrarlo e di farmi accompagnare da lui all’uscio al termine del nostro quarto ed ultimo incontro. Le sue ultime parole mi sono rimaste impresse. Dopo un’ora e mezzo di conversazione, mi espresse la sua gratitudine per essere venuto. Avrei voluto ringraziarlo io per l’onore di avermi ricevuto, invece fu lui a ringraziarmi.Egli non si faceva tanti complimenti quando era inquieto per una situazione. Eppure le sue parole erano sempre piene di amore e di sollecitudine. I dirigenti israeliani sapevano che li amava con tutto il suo cuore ed erano consapevoli che quando indirizzava loro un rimprovero, era per il loro bene, erano ammonimenti carichi di amore fraterno, amore per il popolo ebraico intero e per ogni suo membro.

Mi ricordo che una volta il Rebbe seppe di un complotto che mirava ad umiliare un primo ministro israeliano. Fece tutto ciò che poteva per dissuadere gli istigatori. Biasimare azioni, sì; umiliare no! Occorre una forza fuori dal comune per sapere riprendere e amare allo stesso tempo. Questa forza gli veniva dalla filosofia Chabàd e dal Baal Shèm Tòv, fondatore del chassidismo. Il Rebbe non vedeva ebrei peccatori. Li avvicinava tutti, li accettava com’erano e li ricollegava alle loro radici. Sebbene fosse un immenso erudito, si angustiava anche per le persone estremamente ignoranti.

Quando ci incontravamo, evocava sempre i meriti degli altri. Qualunque fosse l’argomento in questione, egli conduceva la conversazione sempre in direzione di persone che poteva encomiare. D-o è stato magnanimo nei nostri confronti regalando alla nostra generazione il Rebbe di Lubavitch. Temetti, tuttavia, che dopo la sua dipartita, l’edificio che aveva costruito crollasse. Ma, grazie a D-o, c’è continuità, c’è un Bèt-Chabàd in qualsiasi posto del mondo, anche nei luoghi più remoti, Chabàd- Lubavitch è presente, ancora più presente di quando il Rebbe era in vita. Sì, c’è un seguito. Il Talmùd dichiara: «Nostro padre Yaacòv (Giacobbe) non è morto».

I saggi chiedono: «Cosa significa che non è morto? L’hanno seppellito e pronunciato l’orazione funebre!». Il Talmùd spiega che poiché i suoi figli sono vivi, anch’egli lo è. Con le buone azioni e con il cammino che essi seguono, Yaacòv è ancora vivo. I figli del Rebbe sono i suoi discepoli, essi continuano a diffondere l’ebraismo come egli lo desiderava, egli è vivo tramite loro. Il Rebbe mi manca. È doloroso per me andare sulla sua tomba. Ma il Rebbe di Lubavitch ci ha lasciato i suoi insegnamenti, le istruzioni su come proseguire seconde le sue vie per unirci ad Hashem e alla Sua Torà.

Tratto da una lettera scritta da Rav Mordechai Eliahu zz”l Traduzione di Myriam Bentolila A cura di Sterna Canarutto

Da Pensieri di Torà, una pubblicazione settimanale pubblicata da Chabad a Viale Libia Roma
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