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E ecco che un giorno mi manda a chiamare il Direttore perché un Rabbino mi cerca. Un Rabbino? E perché e chi l'ha chiamato?

Mi ha Mandato il Rebbe di Lubavitch

Mi ha Mandato il Rebbe di Lubavitch

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Ho davanti a me una sua foto. Questo viso così intenso, con quell'espressione che ci si immagina possano avere solo i Re, (naturalmente i Re mitici, i grandi Re della storia, non certo i miseri ciabattoni di oggi) con quegli occhi a punta di diamante che sembrano penetrare tutti i sottofondi, tutte le pliche nascoste dell'anima umana.

Questo viso mi colpì talmente appena lo vidi per la prima volta che cominciai a dipingerlo per notti intere finché non ne tirai fuori un paio di ritratti che adesso sono in Olanda, in case dei due Rabbini Lubavitch che per primi me lo fecero conoscere.

Ora per raccontare questa storia io dovrei avere più che la penna di un Langer o di uno Zangwill, il cuore di uno di quei vecchi hassidim che narrarono le storie del Santo Baal Shem Tov, o di Reb Zische o di Dov Ber di Meseritz, perché questa è una storia così particolare che mi vengono i brividi solo a pensarci, anche se nella vita del Rebbe di storie così ce ne sono state molte, ma lasciateci dire che tale avvicinamento alla spiritualità chassidica da parte di una persona di cultura assolutamente laica e tra l'altro in situazione lontanissima da qualsiasi tipo di esperienza religiosa non è certo cosa di tutti i giorni.

Non parlerò tanto della mia personale teshuvà come percorso individuale perché già ne ho trattato ampiamente in queste pagine, quanto come esperienza di un rapporto di dipendenza diretta dal Rebbe, come se la mia persona, anzi diciamo pure la mia anima, avessero una precisa collocazione nei suoi disegni spirituali in un complesso percorso che lui volle che incontrasse il mio, il perché ancora non mi è chiaro; so solo che tutto questo si presta a ipotesi di tali profondità metafisiche che la mente si perde perché non può arrivare a tanto.

Una persona, un essere umano, un ebreo che non sa di essere tale, o che sa di esserlo solo attraverso vaghe memorie familiari, più che altro traumatiche, perché sono memorie di avvenimenti tragici, neanche troppo lontani di persecuzioni e di fughe, e che ha nel suo patrimonio genetico tali riminiscenze incubiche che possono andare dai roghi dell'inquisizione ai rientri forzosi nel ghetto malsano e mefitico del Roma dei Papi, non può far altro che tentare di esorcizzare l'Ebraismo, come un possibile portatore di mali o come causa potenziale di sofferenze. Non sa cosa sia essere ebreo, non conosce nulla della cultura ebraica, se chiede, non gli vengono date che risposte confuse o che possono essere addirittura dei non sense eppure pesa su questa persona l'antisemitismo dei non ebrei e l'ostilità di molti ebrei e ha quindi un distacco profondo da quello che appunto è solo vaga citazione culturale.

Da qui l'angoscia. Dove si farà seppellire un mezzo ebreo, metà a Roma e metà a Gerusalemme? Dove andrà a pregare? Il Sabato al Tempio e la Domenica in chiesa? Chi romperà i cancelli di questo ghetto interiore nel quale la non comunicazione e la non conoscenza lo hanno isolato?

Se questa persona per vincere le sue paure, le sue nevrosi, la sua "psicosi" ansiosa" si rivolge alla droga, al "downer" per eccellenza, l'eroina, chi potrà richiamarla alla vita con la potenza della sua berachà se non un Santo?

Il grande Rebbe chassidico Zische viaggiava sulle nuvole quando aveva male ai piedi e un angelo veniva a servirlo quando aveva fame, il grande Baal Shem Tov cacciava i demoni e faceva miracoli, il grande Rebbe Schneerson ha salvato molte vite e tra tanti miracoli ne ha operato nei miei confronti uno, anzi più d'uno.

Immaginiamo di essere in una cella di un carcere, un carcere di massima sicurezza, tutto elettronico,con telecamere e microfoni ovunque, dove l'astinenza si passi completamente a freddo "cold turkey" viene chiamato dagli americani questo sistema. E mentre il corpo va completamente in pezzi (e l'anima con il corpo) e il non sentire la propria lingua per mesi dà allucinazioni auditive, nessuno ti viene a trovare, se non una volta al mese un tuo compagno che è più a pezzi di te così che esserci o non esserci diventa as solutamente indifferente, la prigionia, grave terribile è quella intellettuale, quando come il povero chillon di Byron, ci si comincia a abituare alle proprie catene.

E ecco che un giorno mi manda a chiamare il Direttore perché un Rabbino mi cerca. Un Rabbino? E perché e chi l'ha chiamato? E il Rabbino, con la barba, un Rabbino vero, archetipico, imponente mi dice “mi ha mandato il Rebbe di Lubavitch”. E se qualcuno mi volesse domandare chi l'avesse chiamato, io non lo so, perché l'infermiera era ebrea, è vero, ma era completamente laica, e fece teshuvà dopo di me, e dirò anche che io essendo di Roma e non avendo dichiarato nessuna religione precisa ero stata segnata sul registro come "Romanse Katolik" per cui una spiegazione razionale non c'è e non l'ho mai saputa trovare. Mia madre è ebrea, io stessa non avevo mai fatto un atto cosciente volontario in altre religioni, non mi ero mai sposata in una chiesa o in una moschea, non avevo mai (chas veshalom) battezzato mia figlia.

Il Rebbe di Lubavitch, la Sua memoria ci illumini, ha sempre cercato questi ebrei inconsapevoli e ha sempre voluto che la loro scintilla divina fosse recuperata e esaltata. lo stessa cercavo con tutte le mie forze questo avvicinamento a D-o, senza saper trovare i modi giusti e la strada giusta, il Rebbe l'ha trovata per me, richiamandomi ad Hashem in modo talmente forte e diretto da non lasciarmi più difficoltà di scelta. Ma il protagonista è lui, non io, perché appunto non sono stata la sola a essere chiamata ad entrare in questo suo spirituale tracciato che deve preparare la venuta di Mashiach, quando tutte le donne accenderanno le candele del Sabato e quando tutti gli uomini metteranno i tefillìn.

Il Rabbino mi mostrò dunque la foto del Rebbe e io gli dissi che come potenza e maestà d'immagine mi ricordava il Mosè di Michelangelo. Allora lui mi spiegò che per ogni generazione c'è un Mosè che scende dalle sue segrete stanze divine a spiegare la Torah al popolo ebreo e che Rebbe Schneerson era il Mosè della nostra generazione. E certo che Moshe Rabbenu tanto ha amato il suo popolo che non potrebbe mai lasciarlo solo, in esilio, senza una guida superiore che possa riunirlo e introdurlo nello studio della legge. La cultura del Rebbe era infatti qualcosa di veramente divino come divina era la Sua energia fisica. Questo Santo studiava, scriveva e pregava quasi tutta la notte riposando si e no due o tre ore, sostenuto da quantità di cibo infinitesimali che provvedeva a rendere inaccettabili a una palato normale, così da ridursi quasi a puro spirito. Eppure con che magnifica forza d'animo e di corpo presiedeva alle riunioni dei suoi chassidim e a quella della migliaia di persone che ogni giorno cercavano di incontrarlo. Leggere i suoi commenti alla Torà è ogni volta motivo di stupore oltre che di illuminazione. Perché era come se Egli leggesse il bianco intorno al nero delle lettere tanto geniali eppure semplici erano le sue interpretazioni, poiché Lui aveva un'altra chiave di lettura, come si dice avesse il Santo Rebbe Urì di Strelice, che vedeva la Torah così come era prima della creazione del mondo "Fuoco bianco su fuoco nero".

Un'altra chiave di lettura, così come diede a me una nuova chiave di lettura della vita attraverso l'Ebraismo. Passavo la notte a studiare e a pregare e soprattutto a dipingere. Da questa piccola foto che mi era stata lasciata cercavo di spremere ogni possibile pulsione visiva e interiore e mentre dipingevo mi arrivavano scariche di adrenalina e vibiazioni positive come se stessi parlando direttamente con Lui. Ricordando così sul filo dell'emozione mi rendo conto di essere stata da allora legata al Rebbe di Lubavitch come da un invisibile cordone, ombelicale fatto di pensieri e di comunicazione intellettuale su una misteriosa lunghezza d'onda che agli altri fosse impossibile intercettare.

E ancora anni fa, mia figlia in pericolo di vita, in rianimazione dopo un incidente di macchina, in una giornata di luglio arroventata e senza una nuvola, Sarah Hazan telefonò su mia richiesta al Rebbe. Ricordo che erano con me mio fratello e un'amica ebrea, non certo incline alla credulità o al misticismo. In quel momento cominciarono a raccogliersi le nuvole e ad annuvolarsi e prese a tuonare. Avevamo la pelle d'oca e i brividi. L'amica disse: Mosè parlava e D-o gli rispondeva col tuono. Il giorno dopo Sveva si riprese e adesso, Baruch HaShem, sta bene. Ecco chi era il Rebbe di Lubavitch. Lui ci conosceva tutti, come se fossimo i chassidim di un piccolo shtetl dell'Europa orientale invece che migliaia, lui sapeva tutto di noi, lui ci seguiva tutti.

Si dice che discendesse dal Santo Rabbi Lowe di Praga, il famoso Maharal che veniva interpellato dai Re per avere consigli, le cui opere ritrovate man mano nelle varie biblioteche d'Europa sono fonte di stupore e di studio. Quello che animò il Golem con la potenza del Nome Divino. Il Rebbe era questo, era realtà di oggi, ma era anche leggenda.

Paterna, carismatica, dolcissima, terribile, questa era la sua personalità di santo di oggi, che usava i media e tutti i mezzi della tecnologia moderna per diffondere l'Ebraismo. E dirò di più. Il Rebbe ha ridato alla donna ebrea la sua dignità e il suo ruolo spirituale nel mondo di oggi. Ricordo una frase del libro di Salman Rushdie, i famosi "Versetti satanici". Una delle protagoniste, Alleluja Cohen dice: "Non c'è niente di peggio al mondo che essere ebrea e donna". Molti pensano ancora così, che la donna ebrea isolata nel gineceo durante la preghiera, considerata impura per parecchi giorni al mese, ghettizzata nella sua cucina, dipendente in tutto dal padre o dal marito sia un'infelice, dimenticando che la cultura maschilista non è solo ebraica, ma che ha, sempre, unico determinatore comune, unito nella misoginia collettiva la banalità e la stupidità di uomini di ogni tempo e paese.

Il Rebbe ha restituito oltre che una dignità, un'identità spirituale e culturale alla donna ebrea, insistendo perché studiasse, che leggesse, che coltivasse il suo spirito. Ma ha sempre indicato che anche in una vita di lavoro inserita nel mondo di oggi la donna può riuscire a conservare una spiritualità chassidica.

E ora che il Rebbe è nella Gerusalemme mistica, quella che glì angeli costruiscono in cielo con le mitzvòt degli Ebrei, e parla con i suoi Santì Predecessori, nel grande Farbrengen del Cielo, dove il Baal-Shem e Zalman di Liadi, e Reb Zishe, e tutti gli altri lo aspettavano, è il momento di pregare perché il suo insegnamento continui, perché quello che egli ha lasciato sia veramente un eredità dì spiritualità e insieme di gioia chassidica, senza debolezze, senza ripensamenti perché il Santo Rebbe di Lubavitch è vicino a noi, uno per uno, più di quanto lo sia mai stato.

Di Donatella Valori z"l

Pubblicato nel Lubavitch News in collaborazione con Chabad.it
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