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Da Auschwitz a New Jersey

Da Auschwitz a New Jersey

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Sara e suo fratello erano cresciuti in una famiglia molto poco praticante; tuttavia avevano seguito alcune lezioni di Talmud Torà nel centro Chabad situato vicino casa loro, nel New Jersey. Questo corso aveva interessato suo fratello ma non aveva coinvolto lei. Sara aveva deciso di cercare la spiritualità altrove. Si era iscritta ad un seminario sulle scienze, ma dato che i corsi sarebbero cominciati in due settimane, decise di passare uno Shabbat dai Lubavitch.

Lo Shabbat fu tranquillo e gradevole ma Sara si chiese, d’altronde, perché si era recata in questo centro ebraico.

Subito dopo l’uscita delle stelle, preparò la valigia e si diresse verso l’uscita. Passando davanti all’ufficio del direttore, volle salutarlo e ringraziarlo. Quando vide che si apprestava ad uscire, le fece segno di aspettare che finisse la telefonata. Le spiegò che di lì a poco, un conferenziere di nome rav Shlomo Zalman Hecht di Chicago, si sarebbe rivolto agli studenti: "È straordinario. I suoi discorsi sono seri ma pullulano di aneddoti fantastici!"

Dopotutto perché no? Pensò lei.

Sara posò le sue valigie ed aiutò gli altri studenti a disporre le sedie. Rav Hecht arrivò.

Era anziano, sulla settantina, ma il suo sorriso era sincero ed il suo sguardo era paterno e confortevole. Il suo discorso era appassionante.

Nel giro di pochi minuti, cambiò improvvisamente conversazione. “Amici miei, scusatemi ma vorrei aprire una parentesi, mi sono appena ricordato di una storia che ho vissuto e che vorrei condividere con voi…"

Tanto tempo fa, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, ho lasciato Chicago per vedermi in privato con il precedente Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosséf Yitzchak, che il suo ricordo ci porti benedizione. Entrai nell’ufficio, diedi al Rebbe il foglio sul quale avevo scritto le domande che mi preoccupavano; ma, invece di leggerle, il Rebbe mi chiese: "rav Hecht, sapete chi c’era in questo ufficio, appena poco prima di voi? Rav Boyer, il famoso filantropo!” Gli occhi del Rebbe erano rossi come se avesse pianto. Trovavo tutto questo molto strano, perché il Rebbe non aveva l’abitudine di rivelare agli altri ciò che i visitatori precedenti avevano discusso con lui in modo molto confidenziale. Ma il Rebbe continuò: "rav Boyer è tornato da un viaggio che lo ha portato nei campi profughi in Germania e negli altri paesi d’Europa. Lì ha visto dei sopravvissuti con il cuore spezzato e corpo ferito: tutto ciò che restava dell’ebraismo, un tempo fiorente”.

Il Rebbe piangeva adesso senza fermarsi. “Rav Boyer mi ha spiegato che nonostante non fosse un Chassid, desiderava avere un colloquio con me riguardo un ragazzetto che aveva incontrato mentre camminava in un campo. Questo ragazzo di dodici anni, portava una kippà. I suoi vestiti e le sue scarpe erano terribilmente consumati e rovinati. Era evidente che, come tutti gli altri, aveva perso tutta la sua famiglia. Rav Boyer gli tese un biglietto da dieci dollari (quasi un tesoro in quelle circostanze ), ma il ragazzo scosse la testa e, in Yiddish, dichiarò che non accettava il suo regalo e che non aveva bisogno di nulla. Rav Boyer insistette. “Se veramente volete offrirmi qualcosa," disse il ragazzo, "vorrei un biglietto per gli Stati Uniti, così che possa andare a vedere il Rebbe di Lubavitch a New York!”.

Rav Boyer era stupefatto: aveva davanti a sé un sopravvissuto all’inferno che non possedeva più nulla, nemmeno dei vestiti decenti, ma che desiderava una cosa sola, vedere il suo Rebbe!

Rav Boyer non aveva i mezzi per offrirgli un regalo simile, ma assicurò al ragazzo che non appena tornato a New York, si sarebbe recato dal Rebbe; e fece così, dandogli il nome del ragazzo affinché lo benedicesse.

“Poi ho chiesto a Rav Boyer di raccontarmi ancora ciò che aveva visto nei campi ed in che modo aveva potuto aiutare i rifugiati, sia materialmente che spiritualmente (il Rebbe ricominciò a piangere evocando la disperazione degli ebrei d’Europa).

“Alla fine, ho chiesto a Rav Boyer cosa potevo fare per lui, e mi ha chiesto una benedizione. Gli ho augurato di ricevere tanta soddisfazione dai suoi discendenti”.

“Poi il Rebbe cambiò discorso, e si mise a rispondere alle mie domande”.

Rav Hecht si scusò ancora davanti agli ascoltatori per aver sentito l’esigenza di raccontare questa storia; poi continuò il suo discorso.

Alla fine tutti gli studenti lo applaudirono e uscirono ringraziandolo. Ma una ragazza era rimasta inchiodata sulla sedia, con la testa tra le mani: piangeva! Era Sara. Rav Hecht ed il direttore del centro Chabad si avvicinarono per capire cosa non andava. Alzò la testa, si asciugò gli occhi e sorrise loro: “Scusatemi se mi sono lasciata trasportare dall’emozione, ma vedete, Rav Boyer era mio nonno! La benedizione che ha ricevuto, alcuni decenni fa, era sicuramente per me e mio fratello! D-o vi ha fatto raccontare questa storia affinché io la ascoltassi!”

Sconvolta, annullò la domanda di partecipazione al seminario e decise di condurre uno stile di vita che regalava a suo nonno (ed a centinaia di generazioni di nonni prima di lui) la grandissima soddisfazione di sapere che i loro discendenti seguono totalmente l’ebraismo.

Sara oggi abita a Brooklyn, dove cresce la sua numerosa famiglia.

Tradotto da Aharon Leotardi

Da Pensieri di Torà, una pubblicazione settimanale pubblicata da Chabad a Viale Libia Roma
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