L’ultimo mese dell’anno riveste una certa importanza nel calendario ebraico in quanto funge da porta d’ingresso all’anno nuovo, quale periodo del Tikkùn-riparazione e preludio alla Teshuvà-pentimento e ritorno ad Hashèm. Elul è, inoltre, un mese molto significativo per il Chassidismo. In effetti, Rabbi Israèl Baàl Shem Tov nacque il 18 Elul del 1698 e esattamente trentasei anni dopo, il 18 Elul del 1734, egli dichiarò pubblicamente l’esistenza del movimento chassidico, latore ed ereditario degli atavici insegnamenti di Rabbi Shimòn Bar Yochày (I secolo) e Rabbi Yitzchàk Lurià (Safed-XVI secolo) riposti nell’oblio per lunghi secoli soprattutto nelle regioni dell’Europa orientale.

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Il chassidismo nacque nel XVII secolo sullo sfondo inquieto dei pogrom. Questo movimento, come già enunciato, segue le dottrine cabalistiche dell’Arizal, Rabbi Yitzchàk Lurià. La Kaballà (Cabala) fu svelata nel II secolo da Rabbi Shimòn Bar Yochài. I massacri perpetrati dai cosacchi tra il 1648 al 1680 spinsero all’esodo rurale le comunità ebraiche della Mitteleuropea, ritenendosi più sicure nelle città che nelle remote ed isolate campagne. Questa affluenza allargò la massa di ebrei privi di averi, di parenti, di amici, nonché della benché minima istruzione. Vennero, di conseguenza, messi in disparte dall’élite intellettuale. Rabbi Israèl Baàl Shem Tov nacque il 18 Elul 5458 (1698) ad Okopie in Podolia(nell’odierna Ucraina). All’età di 5 anni perse i suoi genitori. Suo padre, che apparteneva alla confraternita dei trentasei Tzaddikim Nistarim-Giusti Nascosti presenti in ogni generazione, prima di spegnersi, gli impartì: «Isrolik, non temere nulla eccetto D-o». Il piccolo fu dichiarato pupillo della comunità ebraica, la quale si prese cura del suo sostentamento materiale e spirituale. Ma Israèl manifestava una marcata predisposizione alla solitudine. Egli si allontanava spesso e trascorreva ore nei campi da solo a ripassarsi le lezioni. I dirigenti della comunità non capirono né il suo talento e tantomeno il suo atteggiamento, credendo che fosse un allievo svogliato ed indolente. Decisero quindi di non occuparsene più. All’età di sette anni avvenne l’incontro decisivo della sua vita. Qui di seguito, il decorso del suo sviluppo spirituale narrato da lui stesso:

«Una mattina, dopo aver partecipato all’ufficio pubblico in sinagoga, mi recai in una foresta. Quando vi giunsi, udii la voce di un uomo. Mi avvicinai al luogo da dove proveniva e vidi un ebreo avvolto nel suo Tallit e coi Tefillìn intento a pregarecon un fervore a cui mi fu mai dato di assistere prima d’ora. Ero incantato e pensai subito che si trattasse di uno dei trentasei Tzaddikìm Nistarìm di cui avevo già sentito parlare. Dopo la Tefillà si dedicò alla lettura dei Salmi dalla quale traeva palesemente un immenso piacere e un soave appagamento spirituale. Indi, si mise a studiare a lungo e quando chiuse il libro, uscii dal mio nascondiglio e mi presentai. Mi domandò: ‘Com’è possibile che un bambino della tua età sia tutto solo in una foresta’. Gli spiegai che provavo molto gusto a vagare per i campi e i boschi da eremita e che oltre al Sign-re non avevo paura di niente e di nessuno proprio come mi istruì mio padre. Gli dissi che ero orfano di entrambi i genitori. L’enigmatico personaggio mi chiese allora se non fossi il figlio di Rabbi Elièzer. Gli risposi affermativamente. Alche estrasse dalla sua borsa il trattato di Pessachìm del Talmùd e studiò con me. Quando si alzò per andarsene, io lo seguii ignaro della meta. Nel corso delle nostre peregrinazioni visitammo insieme molte città e villaggi, eppure egli mai mi svelò la sua identità. Studiavamo tutti i giorni. Non lo vidi mai prendere obolo da nessuno ma provvedeva al mio mantenimento senza difficoltà. Vivemmo così per tre anni. Un giorno, come arrivammo in un paesino, il mio enigmatico compagno di buona ventura mi disse: ‘Poco distante da qui vive un uomo molto pio ed estremamente dotto e ti affiderò alle sue cure per un certo periodo’. Ci recammo da Rabbi Meir e il mio primo maestro mi lasciò. Rimasi in quella dimora, sita in mezzo ad un bosco, per quattro anni durante i quali il mio nuovo maestro mi prodigò con affetto la sua scienza profonda e rinvigorente. Ogni giorno si aggregava alla comunità per le preghiere ma nessuno si immaginava quanto ampia fosse la sua erudizione. Ai loro occhi egli era un semplice artigiano. In casa sua appresi l’esistenza del movimento dei Tzaddikìm Nistarìm (fondato un secolo prima da Rabbi Elihau Baàl Shem di Worms) nonché della loro guida, Rabbi Adam Baàl Shem. Mi unii a loro e ripresi ad errare per le città al fine di portare a compimento le missioni affidatemidagli esponenti della confraternita. All’età di 16 anni possedevo una certa padronanza della Kabalà e a volte pregavo secondo il rito dell’Arizal concentrandomi in particolare sui sensi profondi dei Nomi Divini. Proprio il giorno del mio compleanno giunsi in un villaggio il cui locandiere era un ebreo dalle umili pretese ovvero non molto colto ma abitato da un’incrollabile fede. Egli, infatti, non perdeva un’occasione di ripetere a voce alta:” Che Egli sia benedetto per l’Eternità!”. Un giorno, come feci già in passato, mi recai in un campo per appartarmi seguendo un antico rito ancestrale che vuole che il giorno del compleanno ci si separi dalla comunità per dedicarsi alla meditazione. Sebbene completamente assorto dai Salmi e dal mistero dei Nomi Divini, mi resi conto ad un certo punto dell’esimia presenza di Elihàu Hannavì (il profeta Elia) che mi sorrideva. Fui molto sorpreso ed onorato della sua visita oltre che molto incuriosito da quel sorriso immobile. Mi interpellò: ‘Vedo che ricorri a grandi sforzi per esplorare le sfere dei Nomi Divini scritti nei Salmi del Re Davide. Tuttavia, sappi che il locandiere Aharòn Shlomò e sua moglie Zlota Rivka sono in grado di far tremarei mondi spirituali per mezzo delle loro modeste lodi, molto di più di quanto possano fare Giustidi alto livello’. Mi spiegò l’importanza delle preghiere emanate dalla gente comune, le quali, se vengono espresse in modo costante, restano legate saldamente ad Hashèm in quanto caratterizzate da una fede candida e profonda e dalla purezza cristallina dei cuori di coloro che le formulano.

Quel giorno scoprii un nuovo modo di servire il Sign-re e, ogniqualvolta mi si presentasse l’opportunità, chiedevo a bambini, casalinghe e artigiani di pronunciare benedizioni ad Hashèm. Mi rivolgevo sovente a loro preoccupandomi innanzitutto della loro salute, della famiglia, del lavoro ed essi ricambiavano sempre, ognuno a modo suo, declamando benedizioni ed espressioni di gratitudine al Creatore. Per lunghi anni questa fu la mia linea di condotta che venne peraltro adottata anche dai Giusti Nascosti».

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Questo racconto fu riportato dal sesto Rabbi di Lubavitch, Rabbi Yossef Yitzchàk Schneersohn (1880-1950). Egli riferì, inoltre, che il Baàl Shem Tov diede origine a idee innovatrici per quei tempi. Nel 1716, allo scopo di agevolare l’accesso agli studi ai bambini appartenenti ai ceti più umili, creò una rete di insegnanti remunerati dalla confraternita dei Tzaddikìm Nistarìm. Lui stesso si assunse le responsabilità di assistente ai maestri. Più tardi egli confidò ai suoi discepoli che quello fu il periodo più felice della sua vita: “Sentivo che la purezza d’animo dei bambini suscitava grande soddisfazione nei Cieli al punto di provocare la gelosia degli angeli”. Le iniziative del Baàl Shem Tov nell’ambito dell’educazione segnarono una svolta decisiva nella mentalità allora diffusa tra il popolo ebraico: l’amore per il prossimo, qualsiasi fosse la sua condizione sociale ed intellettuale, costituiva la base della dottrina chassidica. Intorno all’anno 1720 il Baàl Shem Tov e i Giusti decisero di prendere in mano la sorte dei poveri e di elevare il loro livello materiale e spirituale e così incoraggiarono molti ebrei urbanizzati a ritornare nei villaggi. La maggior parte di essi, nei grandi agglomerati, vivevano di stenti, di mendicità, nella miseria, nell’ignoranza, nel disprezzo delle caste istruite nonché nella paura delle minacce di molti rabbini che nei loro sermoni prevedevano le peggiori punizioni celesti per coloro che non dedicassero tutto il loro tempo allo studio della Torà e alla cavillosa applicazione di tutti i suoi precetti. La congregazione dei Tzaddikìm Nistarìm riformò le comunità rurali, procurando a molti ebrei le terre da coltivare e spronandoli altresì ad intraprendere mestieri nel settore dell’artigianato. Ad ogni Tzaddìk fu affidato un luogo determinato ove era incaricato del buon funzionamento dell’iniziativa. Dopo aver rivelato al pubblico la sua identità, il Baàl Shem Tov continuò comunque adadempiere le stesse mansioni, aggiungendo al suo operato la diffusione del pensiero chassidico. Il Baàl HaTanya, Rabbi Shnèor Zalman di Lyadi (1745-1813), fondatore del movimento Chabàd-Lubavitch, spiegò a suo figlio, lo Tzemach Tsedek (terzo Rabbi di Lubavitch), che l’azione del Baàl Shem Tov era volta, in una prima fase, a guarire il fisico del popolo ebraico e in seguito a guarirne l’anima. Infatti, egli dapprima si adoprò a lenire la condizione materiale e sociale degli ebrei semplici, che costituiscono il corpo del popolo, e nella seconda fase egli apportò un cambiamento radicale all’atteggiamento degli studiosi, che invece ne costituiscono l’anima.

Il numero 18

Il 18 Elul è segnato altresì dalla nascita di Rabbi Shnèor Zalman di Lyadi (1745-1845), fondatore del chassidismo Chabàd, noto anche come movimento “Lubavitch”. Il valore numerico del termine Chai-vita corrisponde a 18. Pertanto, Chai Elul è il momento cruciale dal quale tutto il mese trae la sua vitalità, specie i dodici giorni che lo separano da Rosh Hashanà, i quali rappresentano rispettivamente i dodici mesi dell’anno e sono quindi, ognuno di essi con la sua specificità, propizi ad un attento esame delle azioni passate, alla preghiera, al pentimento e alla promessa fatta innanzi al Sign-re di concretizzare i nostri buoni propositi per tutta la durata dell’anno che segue. L’interpretazione simbolica della cifra 18 è la perfetta ambasciatrice dello spirito chassidico, in quanto questa organizzazione si prefissò - allora e tuttora - come obiettivo la rinascita della coscienza ebraica in tutti gli ebrei, a prescindere dalle loro condizioni socio-culturali. Il Baàl Shem Tov, infatti, si adoprò ad enfatizzare e a rivelare il potenziale e i pregi di ogni individuo, servendosi del luminoso, quanto semplice e concreto esempio delle Mitzvòt. Il modus operandi del chassidismo è caratterizzato da un approccio positivo, sorridente e solare e da spiegazioni confortanti e rassicuranti. Questi elementi indicano la via del Servizio Divino conferendo all’esistenza terrena e all’applicazione dei comandamenti un senso sereno e profondo. La Chassidùt, è utile ricordarlo, dopo la prima fase di avvicinamento alla Torà si fa carico di spronare l’ebreo allo studio svelando il significato cabalistico, filosofico e metafisico, insomma proponendo risposte esaurienti e soddisfacenti, e chiarimenti ai Testi, in base alle dottrine dei summenzionati Grandi Maestri della Kabalà. Non per niente essa è denominata «La Torà Nascosta». Rabbi Shnèor Zalman di Lyadi proseguì l’opera del Baàl Shem Tov, il suo avo spirituale, in un costante impegno verso il prossimo e in un totale annichilimento di se stesso. Per merito delle sue efficienti iniziative, egli infuse fiducia e fede nell’animo ebraico e fu promotore della divulgazione delle tradizioni chassidiche in tantissime comunità ebraiche che in quei tempi attraversavano momenti cupi e disperati sia materialmente e fisicamente (persecuzioni, pogrom e povertà) che intellettualmente.

Chai Elul simboleggia quindi la vita, infondendo entusiasmo e speranza. Esso è l’elemento centrale del mese che precede la solenne ricorrenza di Rosh Hashanà preparandoci ad accoglierla decorosamente al fine di essere degni di usufruire di un anno felice, prospero e pregno di benedizioni.