Imprigionato nel 1977 per aver osato inoltrare domanda di uscita dal terrirorio russo per recarsi in Israele, Natan (Anatoly) Sharansky, illustre matematico, trascorse otto anni in un Gulag in Siberia. Fu finalmente liberato nel 1986 nel quadro di uno “scambio” di prigionieri tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Dopo aver coperto incarichi di rilievo presso la Knesset, ha da poco abbandonato definitivamente le sue attività politiche.

Chanukà si avvicinava. Ero l’unico ebreo in quel baraccone della prigione ma quando raccontai ai miei compagni di sventura che Chanukà rappresentava la libertà e il rinascimento di una cultura di fronte ad invasori potenti, decisero di celebrare la festa anch’essi. Si adoperarono a fabbricare una chanukià in legno, la decorarono e trovarono persino qualche candela. Giunta la sera potei accendere la prima candela e pronunciai una breve preghiera che inventai per l’occasione. Ci servimmo del tè e raccontai loro l’eroica battaglia dei Maccabim per salvare il proprio popolo.

Ogni Zek (prigioniero del Gulag) che mi ascoltava con attenzione, si identificava con il messaggio di questi eventi. Ad un certo punto, l’ufficiale di turno apparse, procedette all’appello di ogni detenuto ma non aggiunse alcun commento. Ogni sera accendevo una candela supplementare completando il rito con la mia preghiera personale. Poi spegnevo le candele, dovevo conservarle per la sera seguente in quanto non ne possedevo altre. Gavriliuk, il guardiano il cui giaciglio di paglia stava di fronte al mio, osservava e brontolava: ”Che comportamento insentato! Si crede in sinagoga, quello! E se mai scoppiasse un incendio?”

La sesta sera di Chanukà, le autorità sequestrarono il mio materiale col pretesto che il candelabro era stato fabbricato con del legno rubato allo stato e per giunta, sostennero, gli altri prigionieri temevano che i rischi d’incendio fossero enormi. Dichiarai che mi sarebbero bastati ancora due giorni e promisi di “restituire alla gloriosa Madre Russia” questi pezzi di legno che minacciavano di condurla verso il fallimento...L’ufficiale tentennò, telefonò al suo superiore e ricevette la risposta seguente : “Un campo non è una sinagoga e non autorizziamo nessun Zek a pregare in questi luoghi!”

Oltraggiato dalla durezza dell’osservazione, cominciai uno sciopero della fame. Non sapevo che una commissione doveva giungere da Mosca per l’ispezione del campo. Ecco perché il giorno seguente fui convocato nell’ufficio di Osin, il comandante. Osin era un omone enorme e robusto con due occhi minusculi che si perdevano in mezzo a quell’ammasso di grasso. Oltre al cibo, gli piacevano gli intrighi e il potere. Godeva nel veder soffrire gli Zek, ma sapeva che erano la chiave per l’ascesa della sua carriera. Mi guardò con benevolenza con la palese intenzione di ammansirmi, non era nel suo interesse aizzare la collera della gerarchia. Mi promise che si sarebbe incaricato di badare che nessuno mi impedisse di pregare.

Gli chiesi: “Allora, dov’è il problema? Restituitemi la mia Menorà e lasciatemi accendere le ultime due candele della festa!”. “Cos'è una Menorà?” domandò. “Il mio candelabro” ribattei. Sussisteva un problema: i documenti inerenti al gravisimo furto erano già stati firmati e Osin non poteva permettersi di ridicolizzarsi davanti a tutti. Mentre osservavo questo predatore, seduto dietro la sua lussuosa scrivania, mi venne un’idea. Gli proposi: “Per me l’ultima sera di Chanukà è importantissima. Posso accendere le candele adesso, in questo istante e in questo ufficio, pronuncerò le mie preghiere e cesserò lo sciopero della fame.”

L’orco rifletté un istante poi la Menorà espropriata apparse sul tavolo. Diede ordine a Gavriliuk di portare una grande candela. “Ho bisogno di otto candele!” Imposi senza batter ciglio (in realtà ne servivano nove ma a quei tempi non conoscevo bene tutti i dettagli del rito). Osin cavò di tasca un magnifico temperino e tagliò con destrezza e rapidità otto pezzi di candela. “Esca di qui!” ingiunse a Gavriliuk che obbedì voltandosi per lanciarmi uno sguardo furioso. Disposi le candele sulla Chanukià, presi il mio cappello e spiegai a Osin che durante la funzione doveva avere il capo coperto e che, una volta terminata, doveva rispondere “Amen”. Docilemente, si coprì la testa col berretto da ufficiale e si alzò. Accesi le candele e cominciai la Tefillà che avevo io stesso redatto in ebraico : ”Benedetto Tu sia, Hashem nostro D-o, per avermi lasciato commemorare la nostra vittoria, la festa nella quale ritroviamo le tradizioni dei nostri padri. Benedetto Tu sia, Hashem nostro D-o , che mi concedi di accendere questi lumi. Mi auguro che mi permetterai di accenderli nella Tua città santa, Yerushalayim, con mia moglie Avital!”

Ispirato dallo divertente spettacolo di Osin sull’attenti davanti alla Chanukià, aggiunsi improvvisando: ”Serbo la speranza che presto arriverà il giorno in cui tutti i nostri nemici, tutti coloro che desiderano distruggerci, si alzeranno davanti a noi con rispetto, ascolteranno le nostre tefillòt e risponderanno Amen!”. “Amen!” rispose Osin. Si sedette, emise un sospiro di sollievo e si tolse il copricapo. Insieme contemplammo a lungo le candele. Poi cominciarono a fondere e la cera si sparse allegramente sulla bella superficie laccata del tavolo. Il comandante si destò di scatto, come se si fosse addormentato, e chiamò Gavriliuk per riparare i danni. Ritornai nel mio baraccone in uno stato di ebbrezza e di estasi indescrivibile. I miei compagni mi servirono del tè e insieme celebrammo la pseudo-conversione di Osin: in quel preciso momento seppi con certezza che un giorno sarei stato liberato.

Natan Sharansky

Tratto dalla Sidra de la Semaine - Parigi