Ogni anno, a Chanukà, gli Ebrei si riuniscono nelle loro case e nelle sinagoghe per accendere le loro Menorot, e per ascoltare le storie che le candele hanno da raccontare.

Questa è la storia che Reb Chaim Dov Ber (chiamato "Berke") Chein, alav hashalom, usava raccontare sul miracolo che gli accadde un Chanukà.

Rabbi Chein viveva in Russia ed era stato imprigionato dai governo sovietico. II suo crimine era stato quello di vivere da bravo Ebreo e di insegnare agli altri Ebrei le leggi dell'Ebraismo.

A causa di questa sua attività "controrivoluzionaria", egli fu mandato in una prigione sovietica. Nessuno sapeva se sarebbe mai tornato. Le condizioni di vita in quella prigione erano impossibili da immaginare.

Per un Ebreo, le difficoltà di sopravvivenza erano doppie. Oltre all'assenza di cibo, al duro lavoro e alle insopportabili condizioni climatiche, c'era un duro antisemitismo tra i prigionieri e tra le guardie.

Nella prigione di Rabbi Chein il più incallito degli assassini e dei ladri era conosciuto come "il capo". I suoi ordini venivano eseguiti alla lettera e nessuno osava contraddirlo, a meno che non fosse disposto a pagare con la propria vita. Era chiaro che nessun guardiano osava interferire nelle faccende personali del "capo". L'autorità del "capo" era assoluta. II suo sguardo incuteva timore a chiunque.

Ogni violazione del volere del "capo" veniva immediatamente punita severamente. Rabbi Chein era una persona molto allegra che aveva la capacità di riscaldare il cuore di chiunque. Proprio per questo egli divenne il preferito del "capo" il quale lo rispettava e provvedeva affinché nessuno gli facesse del male.

C'erano però anche altri motivi per il suo "trattamento speciale". Innanzitutto Rabbi Chein teneva la bocca chiusa. Ogni volta che arrivava un nuovo prigioniero in cella, gli altri prigionieri più rudi gli saltavano addosso lo derubavano dei suoi vestiti, dandogli i loro, ormai trasandati. Berke Chein entrò in prigione con un altro gruppo di prigionieri, i quali ricevettero questo trattamento.

Uno dei nuovi prigionieri, approfittò della prima occasione per riferire alla guardia dell'accaduto. II risultato fu che la guardia gli fece restituire la sua giacca pesante, ma dopo, quel povero ragazzo, fu picchiato a sangue. Rabbi Chein, invece, non disse niente alle guardie e per questo gli altri prigionieri lo rispettavano . Inoltre, il "capo" sapeva che Rabbi Chein non avrebbe mangiato il cibo che gli veniva servito perché non era Kasher: Il "capo" era ben felice di dividere la sua porzione con gli altri prigionieri.

Ogni volta che Rabbi Chein riceveva dei pacchi di cibo che gli venivano mandati da casa, controllava accuratamente le uova: se appena trovava un puntino di sangue, le dava subito via. Chanukà si avvicinava. La mente di Berke Chein si riempi di pensieri inerenti alla festa. Ricordava come accendeva le candele nella sua casa, come cantava le canzoni di Chanukà e come festeggiava in compagnia della sua famiglia. In prigione, nessuna di queste cose era fattibile.

Perfino accendere una candela, o costruire una piccola Menorà era punibile con la morte. Uno dei prigionieri notò il malumore di Rabbi Chein. "Chein, perché sei cosi triste?" gli chiese. Il Rabbi sospirò, scosse le spalle e disse: "Non importa, voi non potreste capire". II prigioniero si allontanò. Qualche minuto dopo il "capo" arrivò, con i suoi occhi luccicanti e pieni di rabbia: "Cosa c'è che non va?" urlò.

"Pensi che qui siamo tutti assassini e ladri e che tu sei l'unico uomo onesto?! Qui dentro siamo tutti dei prigionieri! Siamo uguali. Siamo tutti amici! Nessuno è meglio dell'altro, e non ci devono essere segreti! Allora, perché sei cosi triste?!" Rábbi Chein fu costretto a raccontare cosa lo turbava. Fra poco sara Chanukà" spiegò. "È una festa che celebra la libertà degli Ebrei. Ogni sera accendiamo una candela per esprimere la nostra gioia e la nostra riconoscenza a D-o. Io, qui non posso accendere le candele. È per questo che sono triste".

"Il capo" rimase un po' in silenzio poi disse: "Non ti preoccupare. Cosa hai bisogno per osservare appropriatamente la tua festa?".

"Dovrei accendere delle candele" disse Rabbi Chein. "Ma anche se avessi le candele, è proibito accenderle nella prigione".

"Lascia che sia io ad occuparmi delle "leggi" della prigione" disse il "capo", con rabbia. "Tirati su; troveremo il modo per farti accendere le tue candele". Il "capo" se ne andò. Rabbi Chein non sapeva se essere felice o se aver paura, se essere eccitato o se il "capo" lo stesse solo prendendo in giro.

Qualche minuto dopo, il "capo" tornò. "OK", annunciò, "è tutto organizzato". Gli occhi di Rabbi Chein si spalancarono increduli.

"Ascolta. Tu ricevi dei pacchetti con del cibo, vero? Ricevi cipolle e ricevi burro. Se affetti le cipolle si possono usare gli anelli della cipolla come bicchierino; se ci metti dentro del burro ottieni una candela". Poi il "capo" allungò la mano e prese il suo cappotto dal quale estrasse una piccola quantità di fili di lana. "Ecco il tuo stoppino! Hah, hah! Rabbi, avrai le candele più belle!!"

Berke Chein era esterrefatto. "E il fuoco?" chiese. "Aspetta e vedrai" borbottò il "capo". "Fino ad ora ho organizzato tutto no? Riuscirò a trovare una soluzione anche per il fuoco".

Arrivò così la prima sera di Chanukà. Controllato dal "capo", il Rabbi mise del burro nell'anello di cipolla. Prese il filo di lana che gli aveva dato il "capo", ne fece uno stoppino, e lo mise nel bicchierino. Così, quasi incredulo, aspettò per il fuoco.

Il "capo" ordinò a tutti i prigionieri di riunirsi intorno a lui, formando un cerchio ben chiuso. Nel mezzo c'erano solo il "capo", Rabbi Chein e la cipolla. Era impossibile vedere all'interno di quel cerchio.

Allora, il "capo" prese un altro filo di lana dal suo cappotto, lo mise sul pavimento di legno e cominciò a strofinarci sopra col suo stivale.

Molto presto, la lana divenne calda e cominciò a salire del fumo. Dopo qualche istante, il "capo" prese un pezzo di carta, soffiò sulla lana e improvvisamente la carta prese fuoco. Allora consegnò il "shamash" a Berke.

Pieno di emozione il Chassid iniziò a recitare le berachòt sull'accensione di Chanukà ringraziando Hashem per i miracoli che ha fatto in quei giorni, in questo tempo. Quando arrivò a pronunciare la terza berachà, "shehecheianu", i suoi occhi si riempirono di lacrime e la sua "neshamà" (anima) si riempì di felicità e di gioia. Per tutto il tempo in cui la candela bruciò, tutti i prigionieri rimasero nel cerchio, nascondendo la luce con i loro corpi e i loro cappotti.

Fuori dal cerchio nessuno poté vedere nulla. I guardiani non seppero mai niente. L'odore che proveniva dalla candela improvvisata era terribile. La cipolla, il burro e il filo di lana, bruciando insieme produssero un odore insopportabile. Anche la seconda sera Rabbi Chein espresse il desiderio di accendere le candele. II "capo" sorpreso, chiese: "Di nuovo?" La terza sera, poi, la sua incredulità arrivò al massimo. Però aveva promesso, e doveva mantenere.

"Chein, quante altre sere dovremo ancora accendere queste candele?" esclamò.

Così, anche in una prigione russa, circondato da non Ebrei, Rabbi Berke Chein accese le candele di Chanukà, profondamente grato ad Hashem per i Suoi miracoli.

Rabbi Berke Chein sopravvisse alla sua prigionia, e morì poco prima di Pesach, 5750, all'età di 83 anni.

(Tradotto e adattato dal L'Chaim Magazine)

Tratto Da: Il Moshiach Times