Domanda: Come mai alcuni hanno l’usanza, in momenti di necessità, di dare soldi per Israele, a una tzedakà che si chiama di Rabbi Meir Baal Hanes, e pregare “D-o di Rabbi Meir, rispondimi!”?

Risposta:

Come hai detto, c’è l’uso di dare soldi in tzedakà e di dire “Mi impegno a dare questi soldi nel merito dell’anima di Rabbi Meir Baal Hanes (il maestro di miracoli)”. In seguito ripetono tre volte “D-o di [Rabbi] Meir, rispondimi! D-o di [Rabbi] Meir, rispondimi!”. Quest’uso è citato nel Keter Shem Tov (di Rabbi Israel Baal Shem Tov) e anche in molti altri testi. Anche il Rebbe di Lubavitch spesso incoraggiava a donare proprio alla tzedakà di Rabbi Meir Baal Hanes.

Di cosa si tratta esattamente?

Si tratta di tzedakà donata ai poveri in Terra d’Israele; alcuni sono dell’opinione che Rav Moshe Alshich (1508–1593) e Rav Yosef Caro (1488–1575) emisero un decreto che tutti i fondi donati nel merito di Rabbi Meir, debbano andare solo per i meno abbienti in Israele. Altri, tuttavia, sostengono che siccome non esiste una documentazione di tale decreto, è possibile usare i soldi donati in suo merito anche per altre cause filantropiche (a meno che non si è designata una causa precisa quando è stata fatta o promessa la donazione).

Pertanto è diventato usuale che le tzedakòt designate per i poveri in Israele portassero il nome “Rabbi Meir Baal Hanes”. Infatti, la tzedakà più antica ininterrotta per i poveri in Israele è quella del Colel Chabad, stabilita nel 1788 dal primo Rebbe di Chabad, Rabbi Schneur Zalman di Liadi, e anch’esso porta il nome ed è nel merito di Rabbi Meir Baal Hanes.

Il D-o di Rabbi Meir

Il Chida, Rabbi Chaim Yosef David Azulai (1724-1806), spiega che la fonte dell’uso di dire “D-o di Rabbi Meir, rispondimi!” in momenti di pericolo viene dal seguente episodio descritto nel Talmùd:

Quando i Romani trovarono Rabbi Chanina ben Teradyon che insegnava Torà in pubblico, lo giustiziarono crudelmente e condannarono una delle sue figlie a una vita vergognosa in una casa di tolleranza. Beruria, un’altra figlia di Rabbi Chanina, fece appello a suo marito, Rabbi Meir, di salvare sua sorella.

Ella disse a suo marito: “È una cosa irrispettosa per me che mia sorella si trovi in una casa di tolleranza; devi fare qualcosa per salvarla.” Rabbi Meir prese un contenitore colmo di dinari e andò. Egli disse a se stesso: “Se nessuna trasgressione è stata commessa verso di lei, un miracolo sarà fatto per lei; se ella ha commesso un peccato, nessun miracolo sarà fatto per lei”. Rabbi Meir andò e si vestì come un cavaliere Romano e le disse: “Accedi ai miei desideri” (in altre parole, “abbi rapporti con me”). Lei gli disse: “Ho il ciclo e non posso”. Egli le disse: “Aspetterò”. Ella gli disse: “Ci sono molte donne nella casa di tolleranza, e ci sono molte donne più belle di me”. Egli disse a se stesso: “Dalle sue risposte deduco che non ha commesso nessun peccato perché presumibilmente dice così a tutti quelli che vengono.”

Rabbi Meir andò da una guardia e le disse, “Dalla a me”. La guardia gli disse “Temo che se lo faccio, verrò punito dal governo”. Rabbi Meir le disse: “Prendi questo contenitore pieno di dinari, dai metà al governo come una tangente e metà sarà per te.” La guardia gli disse: “Ma quando i soldi finiranno, cosa farò?” Rabbi Meir le disse: “Di’ ‘D-o di Meir rispondimi!’ E sarai salvato”. La guardia gli disse: “E chi può dire che sarà così, che verrò salvato?” Rabbi Meir le disse: “Ora vedrai”.

C’erano dei cani carnivori che divoravano persone, Rabbi Meir prese una zolla di terra, la buttò verso di loro e quando essi vennero a divorarlo, disse: “D-o di Meir rispondimi!” I cani lo lasciarono stare. Dopo aver visto questo, la guardia diede la figlia di Rabbi Chanina ben Teradyon a Rabbi Meir.

Alla fine la questione fu portata nella corte del re, e la guardia, mentre veniva portata a essere impiccata, invocò: “D-o di Meir rispondimi!” Essi la abbassarono poiché non riuscivano a impiccarla. Essi gli dissero: “Che cos è tutto questo?” Egli disse loro: “Questo è l’episodio che accadde”. E raccontò loro tutta la storia.

In seguito essi andarono e incisero l’immagine di Rabbi Meir all’entrata di Roma, dove sarebbe stata vista da tutti e dissero: “Chiunque veda un uomo con questo viso lo deve portare qui”. Un giorno alcuni Romani videro Rabbi Meir e lo inseguirono, egli corse via da loro e si nascose in una casa di tolleranza. Alcuni dicono che evitò di essere catturato perché vide cibo cotto da gentili e intinse questo dito nel cibo e lo assaggiò con l’altro dito facendo pensare loro che stava mangiando il loro cibo, cosa che sapevano Rabbi Meir non avrebbe fatto. E altri dicono che non fu individuato perché venne il profeta Eliyahu, apparendo a loro come una prostituta e abbracciò Rabbi Meir. I Romani che lo stavano rincorrendo dissero “Mai sia, se questo fosse Rabbi Meir, egli non si comporterebbe in questo modo”. Rabbi Meir si alzò, scappò e giunse in Babilonia, (Talmud Avodà Zarà 18a-18b).

Rimane sempre la domanda: qual è il motivo per questa preghiera apparentemente strana? Il Chida cita il Kabbalista Rabbi Menachem Azaria di Fano (1458-1620) che spiega che l’intenzione del supplicante è che egli accetti le intenzioni spirituali dietro alla preghiera che Rabbi Meir rivolse a suo tempo a D-o, qualunque esse fossero.

Figli di D-o

Come mai allora diamo soldi in tzedakà tenendo Rabbi Meir in mente?

In una storia affascinante menzionata nel Talmùd, a Rabbi Akiva viene posta la domanda se è permesso del tutto dare soldi in tzedaká.

Turnus Rufus il Malvagio chiese a Rabbi Akiva: “Se il tuo D-o ama i poveri per quale motivo non li mantiene Lui?” Rabbi Akiva gli disse: Egli ci comanda di sostenere i poveri affinché tramite loro e la carità che diamo loro siamo salvati dal giudizio della Ghehenna”. Turnus Rufus disse a Rabbi Akiva: “Al contrario, è la carità che vi condanna, popolo ebraico, alla Ghehenna perché la date. A cosa ciò è paragonabile? A un re che è adirato con il suo schiavo e lo mette in prigione ordinando che non gli si dia né cibo né acqua, e una persona gli dà da mangiare e da bere. Se il re lo venisse a sapere, non sarebbe adirato con questa persona? E voi dopotutto vi chiamate schiavi, come è stato detto: ‘Poiché i figli d’Israele sono schiavi per Me’”.

Rabbi Akiva disse a Turnus Rufus: “Ti Illustrerò il contrario con una parabola diversa. A cosa è paragonabile la questione? A un re umano che era adirato con suo figlio e lo mise in prigione ordinando che non gli si desse né cibo né da bere. E una persona gli diede da mangiare e da bere. Se il re lo fosse venuto a sapere, dopo che la sua ira si fosse calmata non reagirebbe forse inviando un dono alla persona? E noi siamo chiamati figli, come è scritto: ‘Voi siete figli del Sign-re tuo D-o’”. Turnus Rufus gli disse: “Siete chiamati figli e siete chiamati schiavi. Quando fate la volontà dell’Onnipresente, vi chiamate figli, quando non fate la volontà dell’Onnipresente, vi chiamate schiavi. E siccome ora non adempite alla volontà dell’Onnipotente, la parabola che io ho portato è più appropriata.”

Rabbi Akiva gli disse: “Il verso dice: ‘non è per condividere il tuo pane con gli affamati e che tu porti i poveri che sono stati gettati via, nella tua casa?’ Quando è che portiamo i poveri che sono rinnegati, nelle nostre case? Ora, quando dobbiamo dare alloggio ai soldati Romani nelle nostre case, e riguardo a questo momento il verso dice: ‘non è forse per condividere il tuo pane con gli affamati?”

L’esito della storia è: se veniamo paragonati a schiavi di D-o allora si potrebbe dubitare del permesso di dare tzedakà. Se, tuttavia, siamo paragonati ai figli di D-o, non c’è nessun problema.

Tuttavia Rabbi Meir dice nel Talmùd che qualsiasi siano le nostre azioni, a prescindere se lo meritiamo o meno, siamo sempre considerati i Suoi figli. In base a questo, diamo tzedakà nel nome e nel merito di Rabbi Meir, che ci considera “figli del re”, sempre meritevoli di ricevere tzedakà e giusti nel donare.

Speranza per la minoranza

Rabbi Chaim Elazar Spria di Munkacs (il Minchat Elazar 1868-1937) offre un’altra spiegazione interessante all’uso di menzionare Rabbi Meir. Per quanto riguarda diverse leggi ebraiche, il Talmùd suppone che la maggior parte delle persone malate guariscano e continueranno a vivere, mentre la maggior parte delle persone moribonde, moriranno.

Tuttavia, Rabbi Meir sostiene che non si guarda solo la maggioranza degli eventi, bensì anche quelli minoritari, per cui, secondo Rabbi Meir, anche se una persona si trova in un tale stato da essere considerata in punto di morte, non la si considera destinata a morire.

È stato detto che prima di spirare, Rabbi Meir chiese di essere sepolto in posizione verticale. Quando la Torà usa il termine “in piedi” si riferisce alla preghiera, pertanto, Rabbi Meir continua a pregare per noi, in particolar modo quando menzioniamo il suo nome e diamo in tzedakà in suo merito.

È scritto nel Talmùd che “è rivelato e noto dinanzi a D-o che nella generazione di Rabbi Meir, non c’era nessun Saggio che lo eguagliava.” Come mai quindi i Saggi non stabilirono la legge ebraica secondo la sua opinione? Perché i suoi colleghi non erano in grado di verificarne la profondità. Ciononostante, alcuni commenti spiegano che quando verrà il Mashiach, gli studiosi di Torà apprezzeranno la profondità della saggezza delle decisioni di Rabbi Meir e la legge verrà decisa secondo la sua opinione. Che sia presto nei nostri giorni!

Rav Yehuda Shurpin, Chabad.org