Un tema ricorrente negli insegnamenti della Torà è l’interfaccia tra la spiritualità e la vita quotidiana, tra sogni idealistici e la dura realtà. Il conflitto tra queste due dimensioni, e il tentativo di trovare una risoluzione al dilemma, è espresso in un episodio della parashà di Matòt (Numeri 30:2–32:42).

Dopo quarant’anni di viaggi nel deserto, il popolo ebraico si trovava accampato sulla sponda orientale del Giordano. Presto avrebbe attraversato il fiume per conquistare la Terra d’Israele. In quel momento, un gruppo composto da due tribù (Reuven e Gad) si avvicinò a Moshè con una richiesta: “Abbiamo greggi di pecore,” dissero. “La zona in cui ci troviamo, a est del Giordano, è ideale per il pascolo. Lasciaci restare qui, invece di attraversare il Giordano.”

Moshè era molto turbato, poichè in questa richiesta percepì una reiterazione dell’episodio delle spie, avvenuto circa quarant’anni prima, quando il popolo aveva affermato che sarebbe stato meglio non entrare nella Terra Promessa. La richiesta di rimanere a est del Giordano sembrava simile. Tuttavia, dopo una discussione con le due tribù, Moshè acconsentì. A patto che esse aiutassero il resto del popolo ebraico a conquistare il territorio a ovest del Giordano, tutto sarebbe andato bene.

Cosa stava realmente accadendo? Quali erano le vere questioni in gioco?

I commentari chassidici spiegano che la generazione delle spie non voleva entrare nella Terra d’Israele perché preferiva la spiritualità del deserto. Infatti, lì potevano sentirsi vicini a D-o. Non dovevano lavorare per mantenersi: la manna dal cielo e l’acqua dalla roccia provvedevano ai loro bisogni materiali. Entrare nella Terra significava arare e mietere, e affrontare tutte le attività monotone della vita quotidiana. Perciò preferivano rimanere nel deserto. Questo squilibrio a favore della sola spiritualità fu condannato da D-o.

Pertanto, quando le tribù di Reuven e Gad chiesero di poter restare sulla sponda orientale del Giordano per pascolare i loro greggi, sembrava una richiesta simile. I saggi ci spiegano che molti dei nostri antenati (inclusi i Patriarchi e i figli di Ya’acòv) erano pastori, era proprio perché questa attività consentiva loro di mantenere uno stato d’animo spirituale, lontano dal trambusto delle città.

All’inizio Moshè fu turbato da questa richiesta. Sembrava un altro rifiuto della realtà della vita. Tuttavia, successivamente arrivò ad accettarla. Perché?

La generazione delle spie voleva che tutto il popolo ebraico rimanesse in un mondo spirituale. In questo episodio invece, le due tribù erano una minoranza. Inoltre, accettarono di attraversare il Giordano per aiutare il resto del popolo nella conquista della Terra. Questo significava che riconoscevano che la loro spiritualità doveva servire un fine più grande, a beneficio degli altri. Solo allora Moshè poté approvare il loro piano.

Anche ai nostri giorni, ci sono persone attive principalmente nel mondo del commercio e delle professioni, mentre altre si dedicano alla dimensione spirituale della vita, facendo dello studio della Torà la loro attività principale. La presenza di questi due gruppi — coloro che operano nel mondo pratico e gli studiosi — è una caratteristica consolidata della comunità ebraica. (Anche nella società generale esistono molti studiosi accademici a tempo pieno.)

A volte sorge la domanda se lo studioso della Torà, in un certo senso, “sfugga” al mondo reale. La lezione della parashà è che, se gli studiosi comprendono che il loro vero scopo si realizza nel contribuire agli altri, trasmettendo la conoscenza e ispirazione della Torà, allora non stanno affatto fuggendo. Al contrario, stanno aiutando a unire il mondo spirituale con quello pratico, rendendo la realtà di questo mondo una vera dimora per il divino1.