Mancavano un paio di settimane alla data prevista per il parto ed eravamo seduti in cucina a parlare dell'eventuale nome che avremmo dato al bebé.
"Yonatàn, Arièl, Nachum o Yehudà, se è maschio", suggerii. "Sì, ma non dimenticare Yechezkèl, per mio nonno", aggiunse mia moglie.
"Certamente! Invece Sara, Miryam Nechama o Ayelet se è femmina”. “Esatto!”. "Altre idee?”. "No, per i il momento basta così", disse mia moglie sorridendo.
Tempo sprecato. Sapevamo bene che a nulla sarebbero valsi tutti i tentativi di decidere il nome del nascituro o della nascitura. "Parlatene finché vi pare", ci avevano detto i nostri amici, "ma poi quando vedrete il bambino, dovrete ricominciare daccapo!". Ma eravamo una giovane coppia e questo sarebbe stato il nostro primo bambino. Non potevamo contenere la nostra emozione o impedirci di parlare e riparlare del nome del bambino.
Ovviamente, i nostri amici avevano detto bene. Subito dopo la nascita di nostro figlio, infatti, escludemmo tutti i nomi di cui avevamo parlato e ci rimettemmo al lavoro alla ricerca di un altro nome, il nome che gli sarebbe stato andato a pennello. “Doron?". “No". “Avishai?". “No". “Eyal?". "Neanche". La settimana stava trascorrendo velocemente e il giorno del Brit Milà rischiava di coglierci impreparati.
Mia moglie era in congedo al bet hachlamà – una struttura di guarigione per le puerpere – dove la andavo a trovare ogni giorno. Tenendo il neonato in braccio, lo guardai attentamente, quasi a cercare di leggergli in fronte il nome che più gli si addiceva, che più si addiceva alla sua neshamà. "Mio bellissimo bambino, come ti vuoi far chiamare? Chaim, Etàn o Avidàn? Me lo sapresti dire?". "Che ne dici di Eliyà?", domandò mia moglie. "Eliyà? Bel nome! Ciao Eliyà! Come stai, Eliyà? Vuoi mangiare qualcosa, Eliyà?”.
Mia moglie ed io eravamo d'accordo sul fatto che fra tutti i nomi a cui avevamo pensato, Eliyà era il più bello in assoluto. Mancava solo un piccolo dettaglio alla nostra decisione: consigliarmi con il mio Rav e chiedergli la sua opinione sul nome. Pertanto, lo contattai quello stesso giorno. “Personalmente, non mi piace", disse Rav Shmuel Eliyahu. "Ha un suono 'troncato'... Sarebbe Eliyahu, ma tagliato a metà. Eliyahu, poi, ha tre lettere del nome di Hashèm (il Tetragramma), mentre Eliyà ne ha due soltanto. Perché non chiamarlo Eliyahu e basta?”.
Ero perplesso. Il nome Eliyahu non mi piaceva affatto. Vedendo la mia reazione, il Rav concluse: "È solo una mia opinione. Non siete affatto tenuti a seguirla, perché la decisione è vostra e vostra soltanto. Era solo un mio pensiero sulla questione, tutto qui”.
L'indomani tornai da mia moglie e le riferii le parole del Rav. Mia moglie abbassò lo sguardo verso nostro figlio e mi domandò cosa ne pensassi del nome Nehorai. "Nehorai? Ma è bellissimo! Gli sta a pennello, poi! La partita è chiusa, per quel che mi riguarda! Nehorai Itzchaki? Bellissimo!”. Ora era mia moglie ad essere perplessa. "Ehi, era solo un'idea. Non sono ancora sicura che sia la migliore in assoluto…".
"Allora dormiamoci su e ne riparliamo domani", dissi a mia moglie prima di congedarmi. L'indomani mattina mia moglie si svegliò e scese in mensa a far colazione. Seduta da sola a tavola, rimuginava le diverse opzioni, senza notare che il suo caffè si stava raffreddando. Una donna di circa trent'anni le si sedette accanto. Aveva un volto gentile, materno. Guardò mia moglie e le sorrise. "Maschio o femmina?” "Maschio! Il nostro primogenito!”. "Mazal tov!", disse la donna in tono gioviale. Poi, osservando mia moglie più attentamente, le domandò se si sentisse bene. "Sì, sì, va tutto molto bene. È che non riusciamo a decidere il nome e il brit è domani mattina”.
"Il nome? Ah, quello non è problema, ma soltanto un piccolo cruccio. Mi permetta di darle un piccolo suggerimento. Anch'io ho appena partorito un maschietto e mio marito ed io stavamo pensando di chiamarlo Eliyà, ma al nostro Rav non è piaciuto. Ha detto che il nome è troppo corto, troncato. Così abbiamo deciso di chiamarlo Nehorai. Non trova che è un bellissimo nome? Perché non chiamate anche voi così il vostro bel bambino?”. Mia moglie la guardò attonita. "Ok, io devo proprio tornare in camera", disse la donna alzandosi. "I miei migliori auguri!", e se ne andò. Fu così che, quasi inevitabilmente, chiamammo nostro figlio Nehorai.
Raccontato da Yehonatan Itzchaki e pubblicato nel libro Meeting Elijah, di Eliezer Shore.
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