La parola teshuvà è la parola ebraica che definisce il pentimento, tuttavia questa definizione non rende interamente il concetto di teshuvà.

La teshuvà è qualcosa di più ampio e profondo, la definizione generalmente riconosciuta è “ritorno”. Per cui la chiave di volta della teshuvà: è che essa rappresenta essenzialmente un viaggo continuo verso un costante esame dell'anima, perché in effetti è un'inquietudine dello spirito più che una vera sensazione di colpa tanto da darci la spinta per guardarci indietro, nel passato. Infatti, sentiamo che non siamo più la persona giusta nel posto giusto, sentiamo che stiamo diventando stranieri in un mondo la cui struttura ci sfugge.

È per questo che decidiamo di voltarci e tornare indietro. Naturalmente l'itinerario della via per tornare indietro varia da persona a persona, l'originalità di ogni personalità assicura che ciascuno di noi seguirà una propria strada da solo senza alcun appoggio. Fortunatamente i Cancelli del Cielo sono numerosi e ciascuno di noi potrebbe avanzare verso uno di questi fin quando il nostro desiderio di attraversarli non sarà irrefrenabile, in altre parole fin quando non sentiamo realmente la necessità di pentirci. Come prova prendiamo l'esempio del Re Menascè (uno dei peggiori Re di Yeudà) secondo il Talmud gli angeli avevano chiuso i Cancelli della Penitenza per lui, ma D-o stesso creò per lui una nuova apertura.

Sentire la necessità di pentirsi significa rendersi conto che è imperativo un cambiamento. Non ci sono lamenti per i nostri misfatti: chi entra in contatto con il male si sporca, come colui che si sporca toccando la sporcizia e rimane sporco anche quando ha intenzione di pulirsi. Però ci sono coloro che hanno più o meno la tendenza al masochismo, che provano piacere nel risvegliare ricordi del genere. Quando diciamo che dobbiamo evitare di rimuginare il passato intendiamo dire che non dobbiamo ripensare o rivivere il nostro passato come è avvenuto con tutti i suoi errori. Ma dobbiamo meditare come sarebbe dovuto essere realmente. Il punto centrale della teshuvà è quello di dimostrare la ferrea intenzione di cambiare la struttura delle cose. Colui che si pente, che fa la teshuvà, è colui che sente la necessità non solo di redimere il passato, ma ricostruirlo nel senso letterario della parola.

Ma ecco che sorge un ostacolo, quello strano principio dì termodinamica chiamato entropia che definisce il tempo strettamente unidirezionale, che qualsiasi ritorno ad una situazione precedente è impensabile e come risultato fare la teshuvà sembra un paradosso. Ma dobbiamo ricordarci che non spetta a noi fare la teshuvà in un Universo convenzionale. Infatti, noi facciamo la Teshuvà in un Universo dove le leggi fisiche non sono conosciute, un Universo nel quale il presente, futuro e passato si amalgamano illimitatamente, in un Universo dove una freccia letale potrebbe tornare indietro senza sollevare alcun sospetto come se non fosse mai uscita dalla sua faretra. In una parola, possiamo dire che tramite il pentimento noi entriamo all'interno della zona priva di gravità fisica dove è possibile scegliere di cambiare il nostro valore convenzionale invertendo il segno + con il - e viceversa.

Ci sono cose su questa Terra alle quali siamo particolarmente attaccati, e di cui ognuno di noi ha la sua peculiarità. Infatti per certe persone risulta molto facile dare soldi, ma risulta altrettanto difficile, scusarsi per avere offeso qualcuno. Adesso fate attenzione! Se tu offri un sacrificio a D-o, devi essere sicuro che quello che tu sacrifichi è quello che ti costa veramente caro, perché D-o non apprezza un sacrificio sciocco.

Per ottenere questo risultato, dovremmo conoscere noi stessi molto profondamente, cioè dovremmo sondare la nostre anime. E se decidessimo oltre che a pentirci a voltare pagina completamente nella nostra vita, le cose diventano ancor più complicate: dovremmo raggiungere le profondità più intime del nostro essere, il punto più profondo di un abisso. In questa zona abissale, abbiamo il diritto di credere che le anime non sono lontane da D-o ma finché non riusciamo a raggiungere questa zona non possiamo essere convinti che un cambiamento radicale sia avvenuto realmente nei nostri cuori; cambiamento che potenzialmente potrebbe trascendere da tutte le leggi dell'Universo. È ovvio che pentirsi non significa solo riconoscere i propri misfatti; ma pentirsi vuol dire scavare fino ad arrivare nel punto più profondo della propria anima e rendersì conto che i sentimenti che noi ora proviamo vanno molto oltre quei sentimenti che provavamo quando è stato commesso il misfatto fino al punto che i nuovi sentimenti cancellano i vecchi. Questo viaggio a ritroso è ovviamente un'impresa difficile poiché rappresenta una procedura continua. Infatti, per qualche momento possiamo pensare che abbiamo raggiunto la profondità giusta, quando all'improvviso ci accorgiamo che la nostra inquietudine spirituale sorge di nuovo, ed allora dobbiamo rituffarci ancora più profondamente senza indugio. Ma bisogna fare attenzione poiché l'inquietudine iniziale non deriva solo dal ricorso di qualche errore, ma potrebbe ugualmente derivare dal ricordo di un'azione positiva che non risponde più aì nostri requisiti intimi, vista la nostra evoluzione personale.

Inoltre se ci eleviamo a livelli filosofici più alti dobbiamo riconoscere che la distruzione manichea tra il bene e il male è troppo netta, anche nei films western i buoni ed i cattivi hanno qualcosa in comune, ed allora non possiamo aspettarci che il pentimento sia un diritto esclusivo né dei benefattori né dei malfattori. Infatti, il pentimento si rivolge verso un immenso schema e la sua ambiziosità è quella di creare una nuova scala di valori per l'esistenza umana, con particolare attenzione ad una accresciuta profondità. E questo perché non ha senso rimuginare sui misfatti del passato. Quei misfatti debbono essere visti come i semi delle virtù, in quanto rappresentano il meccanismo chiave del viaggio a ritroso che ci permette di ricostruire le nostre personalità e il nostro passato.

Nel libro principale della Kabbalà troviamo che coloro che sono “i più alti di tutti, coloro che possono cambiare le tenebre in luce e l'amarezza in dolcezza sono quelli che entrano attraverso i Cancelli più alti”. Non è da meravigliarsi che traguardi di questa grandezza testimoniano un grado molto alto di pentimento: la trasformazione del passato è completa. Il segno dell'inversione è perfetta.

Di conseguenza quando volti la tua attenzione alla vita di qualcuno, alla storia di un popolo o di una religione non ti accontentare nel chiedere perdono per il male che hai fatto. Questo non è il pentimento, questo non è ciò che ti viene richiesto, invece dovresti vedere i misfatti come qualcosa di costruttivo, come l'inizio di una storia nuova e bella. In poche parole, per fare la teshuvà tu devi cercare di chiarire non le tue mancanze, ma il tuo passato che le ha generate.