A Sukkòt si celebrano contemporaneamente due ricorrenze. Da un lato una festa agricola, la fine del raccolto, dall'altro il soggiorno dei figli d'Israele nelle capanne durante l'attraversata del deserto, dopo l'uscita dall'Egitto. Due sono dunque gli elementi che possiamo distinguere in questa ricorrenza e che si bilanciano l'un l'altro: da un lato la ricchezza, l'abbondanza e la gioia che l'uomo prova alla fine del raccolto, quando riempie i propri granai dei frutti della terra che Hashém gli ha concesso e per i quali Lo ringrazia. Dall'altro, il senso di precarietà simboleggiato dalla capanna, una costruzione temporanea e fragile (la sua fragilità si rispecchia anche nelle regole secondo i quali va costruita) come temporaneo e fragile è tutto ciò è umano e l'uomo stesso. Questo secondo elemento ricorre anche nella lettura del Qohèlet che avviene nei giorni di Sukkòt o in quelli immediatamente successivi. Da questo accostamento è possibile trarre importanti insegnamenti morali: che è giusto gioire per la ricchezza e l'abbondanza ma non bisogna venirne accecati, ma soprattutto è necessario ricordare che esse non provengono dalla nostra abilità ma dalla generosità di Hashém. È Hashém che bisogna ringraziare quando ci sono ed è in Hashém che bisogna avere fiducia quando, D-o non voglia,si è in difficoltà. A questo proposito è interessante ricordare che proprio la festa

di Sukkòt, e la sukkà stessa con le sue mura che ci circondano, suggeriscono una riflessione su questo fatto: il miracolo delle sette nuvole che accompagnavano i Benè Israèl nel deserto dimostra che Hashém non solo forniva il sostentamento essenziale, per mezzo della manna e dell'acqua del pozzo di Miriàm, ma anche, poiché Egli ama le Sue creature, li proteggeva con le nubi, sì che non patissero il caldo del giorno e il gelo della notte, tipici del clima desertico.