Il tzaddìk [giusto] conosciuto come il “Bnei Yissachar” raccontò una volta la seguente storia sul Baal Shem Tov:
Un anno, quando il Baal Shem Tov arrivò in sinagoga alla vigilia di Yom Kippùr, sembrava triste e turbato per qualcosa. Dopo Kol Nidrei, attese un po’, e i presenti notarono che il suo umore era migliorato. Con rinnovata gioia e canto, recitò la preghiera serale di Yom Kippùr.
Dopo Yom Kippùr, i suoi discepoli più vicini gli chiesero il motivo del suo stato d’animo la sera precedente. Egli raccontò loro la seguente storia:
In un certo villaggio viveva un affittuario ebreo con sua moglie. Il proprietario terriero stimava molto questa famiglia. Poco dopo che la moglie aveva dato alla luce un figlio, entrambi i genitori morirono, lasciando il bambino orfano. Il proprietario ebbe pietà di lui e lo accolse nella propria casa. Lo allevò, si affezionò al brillante ragazzino e provvide a tutte le sue necessità. Il bambino sapeva poco delle proprie origini, se non ciò che il proprietario gli aveva detto: che i suoi genitori erano ebrei, che erano morti e che lui lo aveva adottato. Il proprietario gli promise che un giorno tutta la sua ricchezza gli sarebbe appartenuta. Gli raccontò anche che i suoi genitori avevano lasciato alcuni oggetti di poco valore, tra cui un Chumash (i Cinque Libri di Mosè) e un siddùr (libro di preghiere) che la madre usava per pregare. Il proprietario diede al ragazzo quegli oggetti come ricordo.
Un giorno d’autunno, il ragazzo vide che gli ebrei del villaggio si dirigevano verso la strada che portava in città. Chiese loro dove stessero andando, e quelli risposero che stavano per arrivare le festività e che a Rosh Hashanà tutta l’umanità viene iscritta nel Libro della Vita, e a Yom Kippùr il verdetto viene sigillato per un Buon Anno. Spiegarono che si stavano recando nella grande città per pregare con una numerosa comunità, perché è più opportuno pregare con un minyan (quorum).
Da quel momento, il ragazzo si sentì diverso, sapendo di avere origini ebraiche. Quella notte, sognò i suoi genitori, che lo incoraggiarono a tornare alla sua religione. I sogni continuarono ogni notte durante i Dieci Giorni di Penitenza tra Rosh Hashanà e Yom Kippùr.
Il ragazzo raccontò i sogni al proprietario, ma l’anziano li liquidò come sciocchezze, dicendo che i sogni non hanno significato e che non c’era motivo di preoccuparsi. I sogni non cessarono. Una notte, i genitori gli parlarono con forza, dicendogli che doveva assolutamente tornare alle sue radici ebraiche.
Arrivò così la vigilia di Yom Kippùr. Il ragazzo vide ancora una volta carri pieni di ebrei diretti in città. Chiese loro spiegazioni, e quelli risposero che si stavano preparando per il giorno più santo dell’anno, Yom Kippùr, il Giorno del Perdono.
Il ragazzo si sentì profondamente turbato. Corse a casa, prese il sidd ù r di sua madre e si precipitò in città. Quando arrivò in sinagoga, stavano appena iniziando Kol Nidrei. Vide che tutti erano vestiti di bianco, con i libri di preghiera in mano, e che pregavano con le lacrime agli occhi. Anche lui cominciò a piangere amaramente, ma non sapeva cosa dire.
Mentre stava lì con il cuore spezzato, in cielo si levò un grande trambusto. Il Baal Shem Tov lo percepì e si rattristò, provando empatia per quel bambino che desiderava ardentemente pregare come un ebreo, ma non sapeva come. Pregò intensamente affinché la penitenza del ragazzo fosse accolta e che, D-o non voglia, non decidesse di tornare alla vita di prima.
All’improvviso, il ragazzo disse: «Caro D-o, non so cosa pregare o come pregare. Ecco, D-o, ti do tutto il siddùr!».
Il ragazzo aprì il siddùr di sua madre, lo posò sul leggio, appoggiò la testa sulle pagine consumate e pianse lacrime amare.
Le sue preghiere sincere ebbero un forte impatto in alto e furono accolte. Fu in quel momento che il Baal Shem Tov si rallegrò, e quando iniziò la preghiera di “Barchù” all’inizio del servizio serale, fu colmo di grande gioia.
(Da “Sippurei Chassidim” sulle Feste, di Rabbi Zevin, n. 78).
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