Rabbi Elishà ben Avuyà fu un illustre erudito che visse nel II° sec. dell’Era Volgare. Fu l’unico fra i redattori del Talmùd a diventare eretico. Fu soprannominato dai colleghi “Achèr-l’altro”, il rinnegato, l’apostata. Un giorno profanò lo Shabbàt passeggiando a cavallo nella città di Gerusalemme. Rabbi Meìr, suo ex allievo e l’unico ad essergli rimasto fedele serbando la speranza che un giorno sarebbe tornato ad Hashèm, gli camminava vicino. Ad un tratto, Achèr si accorse che avevano sorpassato i limiti permessi a Shabbàt e lo fece notare all’ex allievo:

«Meìr, torna indietro, ho misurato la distanza percorsa grazie ai passi del mio cavallo. Abbiamo raggiunto i limiti permessi a Shabbàt, da qui in poi non puoi piu continuare». Meìr rispose: «Anche tu, fai marcia indietro».

Questa frontiera invisibile era, ovviamente, molto più di una semplice delimitazione geografica della città. Essa simbolizzava la linea di demarcazione tra due dimensioni: fede e eresia, ebraismo e empietà. Rabbi Meìr, felice di constatare che il suo maestro non aveva affatto dimenticato il suo passato, ne approfittò per supplicarlo di tornare indietro, di riabbracciare le sue radici. Ma Elishà rispose: «Non posso tornare. Un giorno presi il mio cavallo. Era Yom Kippùr che quell’anno cadeva a Shabbàt. Mi fermai presso il Kodèsh Hakodashìm (n.d.t: il Sancta Sanctorum del Tempio) e udii una voce divina che mi diceva ‘Torna a Me, oh figlio smarrito, eccetto Acher’. Così - dedusse Elishà - D-o perdona tutti i pentiti, salvo Elishà ben Avuyà. Io - declamò Elishà - capo della comunità d’Israele, l’ho tradita. Io che sapevo tanto e che peccai altrettanto, ho fatto del male. Per me non c’è ritorno possibile». Questo fu il suo tragico destino.

Che messaggio contiene questo triste capitolo dell’epoca talmudica? Quel richiamo non contraddice uno dei principi fondamentali dell’ebraismo in base al quali tutti, proprio tutti, possono pentirsi? Perché, chiede il Talmùd, Achèr scelse di calvalcare proprio a Yom Kippùr, il giorno piu sacro dell’anno e precisamente nel Kodesh Hakodashìm, il luogo più sacro della Terra d’Israele? Inoltre, se D-o non desiderava il ritorno di Elishà perché mai si rivelò a lui? E perché la voce espresse innazitutto parole stimolanti quali «Torna a me, ecc., ecc. » per poi concludere con una terribile sentenza «eccetto Achèr»? Al fine di chiarire questi interrogativi, il Talmùd suggerisce di porsi ulteriori domande: a chi erano rivolte quelle parole? Con quale nome il Sig-re interpellò il Saggio errabondo? Lo chiamo Elishà ben Avuyà oppure Achèr, il suo pseudonimo? La risposta è semplice: Hashèm lo chiamo Elishà ben Avuyà quando gli disse «Torna a me, oh figlio smarrito» mentre il termine «eccetto» era destinato a «Achèr-l’altro», con il quale cercava di persuaderlo a sbarazzarzi di «Achèr», della personalita estranea, la veste falsa. Il Sig-re stava semplicemente spiegandogli che egli non era quell’Achèr lì e che la fonte del suo conflitto interiore stava nel fatto che egli identificava la sua essenza a Achèr.

L’essere umano reca in sé numerose contraddizioni. La nostra fede incontra a volte crisi esistenziali. Così vanno le cose nel nostro mondo difficile. Il dramma subentra quando cominciamo ad amalgamare il nostro male con la nostra natura, ovvero quando sostituiamo la nostra anima con «Achèr». Il senso dell’appello dall’Alto è il seguente: «Riavvicinati a Me, figlio mio perduto, lascia Acher dietro di te! Non sei Achèr! E non considerarti piu quale tale! Sei il mio figlio prezioso!» Purtroppo Elishà si sviò pensando che Achèr e lui formassero una sola persona. E non riuscì mai a trovare la pace interiore. Le stesse parole divine che si rivolsero ad Elishà interpellano ogni ebreo ogni Yom Kippùr per indicargli: «Non sei prigioniero del passato; puoi prendere un nuovo slancio; torna, figlio mio. D-o non abbandona mai e ha fiducia nei Suoi figli».

Questo messaggio rende il Giorno del Perdono concepibile. La nozione di Teshuvà, di pentimento, non esisterebbe se non fossimo consapevoli del fatto che, a prescindere dal carattere delle nostre colpe, quando ci rivolgiamo al Sig-re con sincerità e rammarico, nuove chances ci vengono offerte. Gli altri possono perdere fiducia in noi, noi stessi possiamo dubitare delle nostre capacità, come accadde ad Achèr. Non il Sig-re. Anche se temiamo la prospettiva di inciampare nel futuro, ancora e ancora, non importa, quello che conta è: «Riconosci la tua vera personalita, Elishà, torna a Me, figliolo ». Montando a cavallo dietro al Kodesh Hakodashìm e a Yom Kippùr, Achèr dimostrò di credere in Hashèm. Altrimenti avrebbe scelto altri momenti e altri luoghi. La voce celeste implorava il fondo del suo cuore.

Succede a tutti noi di respingere il Creatore, ma Lui non ci respinge mai. A volte siamo i Suoi figli ribelli, mentre Lui rimane sempre il nostro Padre ricettivo. In questa vicenda riportata dal Talmùd, l’appello di Hashèm a Elishà ben Avuyà incarna una verità maestosa e universale della condizione umana. D-o non abbassa mai le braccia in quanto sa che siamo capaci, sempre, di riparare il male da noi commesso ed elevarci in seguito molto al di sopra. Consci delle nostre attitudini, attingiamo forze trascendenti in grado di risollevarci e di raddrizzarci nei periodi di debolezza e depressione, fidandoci del potenziale della nostra anima molto più di quanto non crediamo in noi stessi.

A questo proposito è interessante riportare un aneddoto avvenuto in epoca più recente in Israele. Il generale israeliano e Ministro della Difesa Moshè Dayàn si dichiarava ebreo profondamente laico. L’8 giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, il Muro Occidentale fu liberato. Quando il generale si avvicinò al Kotel, il suo viso fu inondato da lacrime di emozione. Un reporter israeliano gli chiese: «Generale Dayàn, perché piange? Si sente ancora ebreo? Questo Muro non rappresenta niente per Lei!» E Dayàn ribatté: «Ieri ero l’ebreo piu laico di Israele. Domani sarò l’ebreo più laico di Israele. Ma oggi, sono santo quanto l’ebreo più pio di Israele !»

Nelle venticinque ore più sante dell’anno, anche noi siamo santi. La nostra anima ci interpella, ci supplica di nutrirla, di rinforzarla, di prendere nuovi avvii. È come se affirmassimo: «A partire da oggi stesso sono pronto a cambiare vita, ad apportare cambiamenti benefici alla mia vita». Ordunque! Osiamo questi risvolti, cominciamo da qualche cosa, da qualsiasi cosa. Scegliamo una mitzvà, un qualsivoglia comandamento che fungerà da nuovo punto di partenza. Diciamoci: «Da oggi sono pronto a cambiare per fare spazio a più spiritualità, a piu ebraismo». Dacché a Yom Kippùr, se prestiamo bene ascolto, udiremo la voce celeste che ci invita dolcemente a tornare a Casa.

Di Rav Dov Greenberg