Un mio amico della Yeshivà e io stesso fummo incaricati di effettuare un giro estivo nei luoghi più isolati del mondo al fine di incontrare ebrei che non hanno contatto né con l’ebraismo né con comunità ebraiche ben strutturate. Ci ritrovammo in Alaska e, per recarci a Bethel e in altri villaggi sperduti di quella zona, ci rivolgemmo ad un pilota che si mise al nostro servizio, noleggiando per noi un aereo della compagnia di volo dello stato dell’Alaska.
Arrivammo a Bethel. Avevamo ottenuto l’autorizzazione dalle autorità a visitare una scuola pubblica per presentare ai bambini eschimesi il tema dell’ebraismo e del popolo ebraico, nel quadro di un programma scolastico denominato “Alla scoperta di altre culture”. Davanti agli alunni incuriositi e molto attenti, esposi a grandi linee le basi della nostra religione e soprattutto la dimensione universale dei valori morali inculcatici dalla Torà, elencando e spiegando dettagliatamente le sette leggi di Noè e l’importanza della loro osservanza. Chiesi agli allievi se avessero mai incontrato un ebreo. Una bambina alzò il dito ed esclamò “ Sì, mia madre! Del resto non è lontana da qui perché insegna in questa scuola”.
Al termine della lezione la bambina e la madre mi cercarono per poter scambiare qualche parola con me. La giovane donna mi raccontò la sua vita: nata e cresciuta a Los Angeles in una famiglia ebraica rispettosa delle tradizioni, si sentiva da sempre irresistibilmente attratta dalla natura allo stato grezzo e in particolare dallo stile di vita degli eschimesi. Andò in Alaska dove si sentiva pienamente realizzata, vivendo in completa armonia con gli elementi della natura, col marito eschimese e con la loro figlia.Con le lacrime agli occhi mi supplicò: “Lei è il primo rabbino che mia figlia abbia mai incontrato. Da piccola apprezzavo molto le nostre tradizioni che consideravo particolarmente belle. La prego, siccome non so quando avremo mai l’occasione di rivedere un rabbino, dia per favore un messaggio forte dell’ebraismo in modo che la mia bambina non lo dimentichi mai”.
Come insegnare tutta la Torà ad una bambina di dieci anni in qualche minuto? Era un vero tormento! Poi mi domandai che cosa mai avrebbe detto il Rebbe in una situazione del genere. Il suo sarebbe stato un messaggio chiaro, diretto e concreto. Sì, mi dissi senza esitare, il Rebbe ha pensato a tutte le bambine ebree sparse nel mondo, anche nei posti più remoti.
Nel Talmùd si usa l’espressione “Su un piede” (cioè quel breve spazio di tempo nel quale un essere umano sarebbe in grado di stare in piedi appoggiandosi su una sola delle sue gambe). Pensai subito: lo Shabbat! Le spiegai che è il giorno sacro della settimana ebraica, in cui ogni anima ebraica si avvicina ad Hashem, tramite il distacco dal lavoro e dalle altre occupazioni profane, fisiche e materiali, tramite la preghiera, lo studio della Torà e il ritrovo in famiglia. Enfatizzai sull’incombenza attribuita alle donne e bambine ebree nell’osservanza dello Shabat. Le dissi: “Sono loro che lo accolgono accendendo le candele con la berachà. E tu che hai studiato la geografia, sai in quale parte del mondo si accendono per prime le candele? “Sì” rispose con sicurezza ”In Australia e in Nuova Zelanda”. Continuai:
“E secondo te, qual è la regione dove una bambina ebrea accende le candele per ultima?” Sorrise : “In Alaska ovviamente!”. Pronunciò la sua risposta con entusiasmo, felice di sentirsi così importante. “Amanda” conclusi solennemente: “Sei l’ultima bambina sul globo terrestre che può accendere le candele di Shabbat. Quando è già entrato in tutte le case ebraiche del mondo e che c’è ancora bisogno di luce e di pace, tutto dipende da te! Sei tu l’unica a poter svolgere questo difficile incarico: portare la pace dello Shabbat per il mondo intero!”
A partire da quel giorno, mi venne comunicato, Amanda e sua madre accendono con regolarità le candele prima di ogni Shabbat e di ogni festa ebraica.
Di Rav Avraham Berkowitz, tradotto da Myriam Bentolilla
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