Uno dei fedeli della nostra comunità di ebrei originari di Persia aveva terribili problemi finanziari. Nonostante si dedicasse con molta energia ai suoi affari, non riusciva ad ottenere risultati.

Ogni volta che intraprendeva un affare che sembrava promettente, che avrebbe potuto per lo meno mettere fine alla sua instabilità cronica, purtroppo falliva e si demoralizzava sempre di più. Inoltre, i suoi clienti si dimenticavano di pagarlo, i suoi fornitori annullavano contratti importanti, il suo ragioniere accumulava errori… In breve una situazione quasi catastrofica. La depressione lo minacciava: aveva paura persino di prendere delle decisioni per quanto era persuaso che la sfortuna lo perseguitasse. Non appena un affare gli si presentava, tentennava: “e se poi fallisco?” così che un altro si precipitava su quell’occasione e guadagnava milioni mentre lui sembrava collezionare insuccessi.

Un giorno, pensando di aver toccato il fondo, si recò da mio marito e diede inizio ad una conversazione; era così abbattuto che facevo fatica a riconoscere l’uomo energico brillante e sicuro di sé che dirigeva la nostra comunità. Menzionavo davanti a lui il numero impressionante di ebrei che avevano beneficiato dei consigli giudiziosi del Rebbe. Perché non andare a Brooklyn per chiedere aiuto o per lo meno una benedizione? Sembrava interessato, ma non aveva la forza per prendere un’iniziativa. Per una persona che si sente depressa e che perde ogni speranza, anche il solo fatto di mettersi in fila per parlare con il Rebbe risulta una montagna insormontabile. Allora mi proposi, con il suo permesso, di scrivere io stessa una lettera al Rebbe da parte sua per chiedere una benedizione. Lui accettò.

Immediatamente, scrissi la lettera e la inviai alla segreteria, 770 Eastern Parkway. La risposta non si fece attendere. Il Rebbe accordò la sua benedizione ma aggiunse: “non lavori né di Shabbàt né nei giorni di festa!”. Eravamo tutti stupefatti. Nella nostra sinagoga eravamo tutti ebrei tradizionalisti. Tutti eravamo convinti che non lavorasse di Shabbàt, persino sua moglie quando lo vedeva uscire il sabato pomeriggio, pensava che andasse a fare visita a degli amici o che andasse semplicemente a fare due passi. Ma in realtà era così preoccupato per come andavano le cose al lavoro che gli capitava di lavorare qualche ora il sabato pomeriggio. Era molto imbarazzante per lui ammetterlo ma soprattutto era rimasto stupefatto: come lo sapeva il Rebbe? Persino sua moglie non dubitava! Nessuno della comunità avrebbe mai potuto immaginarlo! Ma il Rebbe lo sapeva…

Così si mise a riflettere: se il Rebbe lo sapeva, sicuramente non poteva ingannare D-o.

Fatto sta che attualmente non è ancora milionario, però ha ritrovato una certa pace interiore e la sua famiglia ha ritrovato la stabilità. Con il suo guadagno si può permettere un alto tenore di vita e soprattutto non ha più bisogno ne di psicoterapia ne di tranquillanti. La sua vita ha preso un altro senso da quando ha smesso completamente di lavorare di Shabbàt.

Tratto da "Words to Hear With Your Heart" di Sarah Karmely