Una volta c’era un uomo che aveva una vacca, con la quale arava durante tutta la settimana, ma nel giorno dello Shabbàt non andava ad arare, come è detto:

Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo giorno sarà per voi di riposo… Shabbàt consacrato al Signore (Shemòt 35, 2). Ma ci fu un giorno in cui il padrone della vacca si trovò in gravi difficoltà e vendette l’animale a un gentile che gli disse: "Ti compro la vacca a condizione che tu mi dica, con assoluta certezza, che in essa non vi è alcun difetto".

Il gentile prese con sé l’animale e arò per tutta la settimana, e così voleva comportarsi anche nel settimo giorno, infatti le mise addosso il giogo, ma cosa fece allora la vacca? Si lasciò cadere a terra, come era sua abitudine, per riposare nel giorno dello Shabbàt. Quante volte l’uomo la picchiò! La vacca, tuttavia, non volle né alzarsi, né, tanto meno, andare ad arare. Allora il gentile andò alla sinagoga e chiamò quell’ebreo da cui l’aveva comprata e gli disse: "Perché mi hai imbrogliato? Non ricordi forse di avermi garantito che la vacca che mi hai venduto era senza difetti?". "Ma si, certo, è così!". "E invece no, la vacca è difettosa! L’ho comperata per arare, ma non vuole e se ne sta distesa nel campo".

L’ebreo comprese e andò in campagna con il gentile e là trovò la vacca stesa a terra; il gentile voleva picchiarla ancora, ma egli intervenne dicendo: "Non farlo!". Poi, alla vacca si rivolse sottovoce, in modo che nessuno potesse udire: "Vacca, vacca, tu non sai che, se per tutto il tempo che sei stata con me ti riposavi nel giorno dello Shabbàt, ora che sono diventato povero e ho dovuto venderti, ti ho dato a un gentile che non riposa lui stesso, né, tanto meno, fa riposare la sua bestia! Dunque ti prego, sii buona, alzati e fai il tuo dovere e non far sì che io litighi con lui!".

Sentite queste parole, la vacca si alzò in piedi e fece il suo lavoro; non appena ebbe visto tutto ciò, il gentile disse all’ebreo: "Cosa hai detto all’animale? Dillo anche a me, in modo che, tutte le volte che vorrò arare, io possa fare come hai fatto tu e sussurrarle quello che tu le hai sussurrato: se no rendimi quel che mi spetta e riprendi indietro la vacca".

Allora l’ebreo rispose: "Non le ho sussurrato proprio nulla, ma è che così l’Eterno, sia Egli benedetto per sempre, ci ha ordinato nella nostra Torà, di riposare nel settimo giorno, nel santo Shabbàt" e gli raccontò tutta la storia di ciò che avvenne al monte Sinay.

Quando il gentile ebbe udito, ne rimase proprio tanto meravigliato e pianse, ci pensò sopra a lungo e poi disse a sua volta: "Ahimé! Guarda tu questa bestia che riconosce il suo Creatore e gli rende gloria non compiendo alcun lavoro nel giorno di Shabbàt. Tanto più dovrei farlo io!".

Cosa fece allora il gentile? Si avvicinò alla Torà, diventando scrupoloso osservante dei sette precetti dati ai figli di Noè, lui e tutta la sua famiglia; studiò, divenne saggio e istruito, fece grandi atti di giustizia e tzedakà. Infine uscì una voce celeste a dire che si preparasse alla vita nel mondo a venire. Egli se ne andò e vide quale grande ricompensa attende chi rispetta l’osservanza del giorno di Shabbàt.