È raro trovare sostanze sulle quali la Torà è tanto recisa come sul chamètz, assolutamente proibito durante Pèsach. Prima della ricorrenza la casa deve essere pulita meticolosamente in modo da evitare che un solo granello di farina, un goccetto di birra, una briciola di pane potranno rimanerci o venire a contatto con l’acqua, il che renderebbe la casa inevitabilmente non kashèr per la festa. Sotto un aspetto spirituale, il lievito, l’ingrediente che fa gonfiare, rappresenta la vanità - la gonfiatura dell’ego - il più perversodei difetti, da eliminare senza pietà. La superbia e l’arroganza sono dei veleni spirituali tant’è che il Talmùd cita il Sig-re a proposito del presuntuoso: “Egli ed Io non possiamo risiedere nello stesso mondo”. Ecco perché è importante sradicarlo completamente dai più remoti recessidel cuore. Eppure il chamètz è vietato solo per quegli otto giorni allorché altre lacune meno nocive non sono accettate durante tutto l’anno. È un dato di fatto che a Pèsach vanità e arroganza sono inammissibili. In seguito, verranno reintegrate nella vita quotidiana. All’epoca del Santuario, si celebrava Pèsach praticamente tutto l’anno; poiché per le offerte dei cereali neanche un pizzico di lievito era autorizzato. Ma a Shavuòt si dovevano portare due pagnotte le quali, e ciò viene ben puntualizzato dai Testi, dovevano essere preparate col lievito (Levitico 23:17). In poche parole, le due feste simboleggiano i due estremi relativi alla superbia.

Pèsach segna la nostra nascita quale popolo: D-o strappò una comunità di schiavi dal quarantanovesimo grado d’immoralità nel quale visse in Egitto, la fece arrivare fino al Sinai dove, a Shavuòt, la rese la “sua fidanzata eterna”. I 49 giorni dell’Omer fungono da legame tra le due date importanti. La Cabalà spiega che la personalità dell’essere umano riveste sette caratteri principali: Chèssed, Ghevurà, Tifèret, Nètzach, Hod, Yessòd e Malchùt ovvero Amore, Rigore, Armonia, Ambizione, Umiltà, Fondazione e Regalità. Essi riflettono i sette attributi divini, le Sefiròt, delle quali Hashèm ha dotato il mondo. Ognuna reca in sé componenti delle altre. Moltiplicando sette Sefiròt per sette si otterrà 49, che è il numero di gradi di elevazione e corrisponde, peraltro, al numero degli attributi del cuore umano. La società egizia era completamente corrotta e aveva raggiunto i 49 livelli di depravazione morale contrapposti ai 49 gradi di purità, scala attraverso la quale ognuno tenta di raggiungere l’optimum.

Il primo giorno di Pèsach segna la partenza fisica dall’Egitto, dall’impurità, ma occorreva staccarsi dall’Egitto che abitava l’animo e purificare il cuore e le menti impregnate da un ambiente altamente pagano per ben due secoli. Il secondo giorno dà avvio al viaggio interiore in 49 fasi e ogni giorno scandisce l’uscita o meglio, la discesa, da un grado di impurità correlata dall’elevazione contemporanea di un grado più alto di spiritualità. A tal fine, l’uomo deve bandire il chamètz immediatamente dopo l’Esodo. Raggiunta la raffinatezza del cuore, a Shavuòt, l’offerta del lievito diventa per l’uomo un comandamento positivo. Pertanto, il sentimento di vanità non è più il chamètz gonfio d’orgoglio che si elimina a Pèsach, bensì una fierezza disinteressata e un’abnegazione di colui che si dedica esclusivamente al servizio del Creatore. La fierezza è l’espressione della regalità di Colui che serve e del Quale trasmette la grandezza in ogni suo pensiero, parola e azione.

La Torà descrive l’Omer in termini di settimane: ”Sette settimane conterete per voi...”(Deuteronomio 16:9). Nel conteggio quotidiano si enfatizzano altresì le settimane. Del resto Shavuòt significa “settimane”. Il conteggio interiore è composto da sette settimane durante le quali procediamo al miglioramento delle sette caratteristiche del cuore, ognuna di esse rappresentante un’unità composta da sette elementi. Così ogni settimana è un miniconteggio in sé dove i sette giorni e i sette caratteri con le diverse sfumature che caratterizzano quella determinata settimana. L’ottavo giorno di Pèsach è anche il settimo giorno dell’Omer, dunque l’ultimo giorno della prima settimana. Pertanto, è il punto in cui ogni componente dei sette attributi (inclusi in quello di Chèssed- amore) è stato raffinato. Esso è un mini-Shavuòt col quale condivide la tolleranza al lievito.

Il settimo giorno il chamètz resta, naturalmente, assolutamente vietato, ma è possibile improntare questa tappa del nostro viaggio mangiando della Matzà intinta per vivacizzare gli ultimi pasti della solennità. A questo punto appare un altro connotato dell’ottavo giorno: la sua analogia all’era messianica. Il profeta Isaia descrive la venuta del Mashiach e la perfetta armonia che regnerà quando ”il mondo sarà riempito della conoscenza del Sig-re come il mare che copre gli oceani”. Rabbi Israèl Baal Shem Tov stabilì un pranzo speciale, Seudàt Mashiach- il Pranzo del Messia, nel pomeriggio dell’ottavo giorno, momento propizio per assaggiare i tempi messianici ove l’impurità sarà cancellata dalla faccia della terra e ogni cosa negativa, inclusa la superbia, sarà sublimata e trasformata in forza perfettamentepositiva e altruista. Questo è il messaggio dell’epilogo della festa: anche se la perfezione ci sembra un orizzonte lontano e inaccessibile, siamo dotati della capacità di crearne un primo prototipo. Cominciamo da una peculiarità della nostra personalità o da un difettuccio nella nostra cerchia di frequentazioni. E il piccolo esemplare di perfezione svolgerà un ruolo di catalizzatore per la sua realizzazione su scala universale.

Tratto dagli insegnamenti del Rabbi di Lubàvitch