La prima preghiera offerta a D-o riportata nella Torà è quella del patriarca Abramo, la seconda di Isacco e la terza di Giacobbe; nel Talmud è riportato a nome di Rabbi Yosè che con queste tefillòt i patriarchi istituirono rispettivamente le preghiere di Shachrìt, Minchà e Arvìt (Berachòt 26b), e poco più avanti (Berachòt 31a) il Talmud riporta diverse norme di base sulla preghiera. Sorprende il fatto che in realtà molte di queste norme non sono derivate dalle preghiere dei patriarchi ma da una preghiera molto più tarda, quella di Chanà, madre del profeta Shemuel. Perché la preghiera di Chanà è più rilevante sotto questo aspetto rispetto a quelle dei patriarchi?

La preghiera di Chanà

La tefillà di Chanà è il prototipo della “tefillà” per antonomasia; compare nei Profeti (I Samuele cap. 1) e si legge come haftarà del primo giorno di Rosh Hashanà. Chanà era una delle due mogli di Elkanà e, a differenza dell’altra, era sterile, ed era sottoposta alle continue angherie della prima.

Chanà decise di recarsi al Santuario a Shilò (all’epoca non esisteva ancora il Tempio di Gerusalemme). Lì riversò la sua anima al Signore, Lo implorò e fece un voto: se D-o le avesse dato un figlio maschio, lei lo avrebbe dedicato a Lui per sempre. La sua richiesta appare subito ardita: era sterile per natura, e non si cambia la natura! E non solo chiese di poter avere un figlio, ma chiese pure che fosse un maschio. Più precisamente chiese di avere “zera anashìm”, una “discendenza maschile”, e secondo i principali commentatori questa espressione si riferisce a uno tzaddìk, a un uomo giusto e retto.

Con questa richiesta Chanà osò ancora di più, perché sfidava un principio fondamentale della Torà, riportato nel Talmud, dove è detto che l’angelo preposto al concepimento si rivolge a D-o chiedendoGli quale sarà il carattere e il destino del nascituro, e Rabbi Chaninà dice che “tutto è nelle mani di D-o tranne il timore di D-o” (Niddà 16b). Dunque anche il sesso di un bambino è predeterminato da D-o!

Questo passo del Talmùd costituisce la base del principio del libero arbitrio: le scelte religiose e spirituali sono nelle mani dell’uomo, il resto è nelle Mani di D-o. Eppure è proprio l’audacia della richiesta di Chanà che rende questa preghiera il fulcro della definizione di “preghiera”, perché la profetessa aveva capito il senso della tefillà.

Non si tratta tanto di ringraziare, nemmeno di negoziare benedizioni in cambio della promessa di un buon comportamento. È qualcosa che si produce dopo un verdetto di colpevolezza emesso dal Tribunale Celeste: si tratta di implorare perdono al Giudice Supremo quando non si intravede alcuna soluzione. Rabbi Yochanan ben Zakkai e Rabbi Elazar dicono: “Perfino quando la spada incombe sul collo di una persona, questa non deve trattenersi dal chiedere misericordia, come è detto: ‘Anche se Egli mi uccide, io avrò fiducia in Lui’” (Talmud, Berachòt 10a).

Rosh Hashanà

La tefillà di Chanà si legge a Rosh Hashanà come ispirazione e incoraggiamento a pregare. Quando siamo immersi nella nostra tefillà spesso arriva un momento in cui ci chiediamo “chi sono io per pregare, con tutti i miei difetti e le mie manchevolezze?”. Ci sentiamo ancora più immeritevoli se ci rechiamo in sinagoga a Rosh Hashanà e Kippùr ma non siamo soliti frequentare la sinagoga durante l’anno. Chanà ci dice di non lasciarci condizionare dal nostro comportamento del passato e che ciò che conta è l’interazione presente con il Creatore. Si tratta di aprire i cancelli del cuore, ignorare qualsiasi cosa ci stia trattenendo, tornare a una condizione di pura fede in D-o, e chiederGli ciò che desideriamo. Chanà fu esaudita.

Di Mendel Kalmenson, chabad.org, traduzione libera di Deborah Cohenca Klagsbald, tratto dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.