Il suono dello shofàr è in assoluto il suono più conosciuto della tradizione ebraica. Con questo corno di ariete si emettono tre tipi di suoni, in questo ordine: una prima lunga emissione di fiato, che si chiama tekyà; poi tre emissioni brevi, chiamate shevarìm; poi nove emissioni consecutive, chiamate teruà; alla fine si ripete la tekyà. Perché si ripete il suono lungo alla fine della sequenza?
Il dolore
Rosh Hashanà è la ricorrenza in cui si suona lo shofàr; l’inizio del nuovo anno, il Giorno del giudizio per gli individui e per il mondo intero; il primo dei Dieci Giorni dedicati al pentimento e all’introspezione, chiamati “Yamìm Noraìm”, i “Giorni Temibili”, o “Giorni del Timore”. Le preghiere di questi giorni si moltiplicano, i siddurìm e i machzorìm contengono pagine e pagine di richieste e suppliche, espressioni di pentimento e di sottomissione al Re dell’universo. Tutti questi sono pensieri tradotti in parole articolate. Esistono però delle emozioni interiori e dei sentimenti e che non possono essere articolati ed espressi verbalmente; si tratta di un livello più profondo della parola. A questi recessi dell’anima si può accedere solo tramite il suono. Quando proviamo un dolore intenso, non diciamo “provo dolore” con le parole, ma emettiamo un grido, un suono gutturale che esprime molto più di quello che le parole possono esprimere. Allo stesso modo, ci sono diversi modi per esprimere in maniera efficace i diversi sentimenti. Ci sono sentimenti che possono essere trasmessi solo con un gemito, e ci sono sentimenti che sfuggono a ogni tipo di linguaggio e perfino a ogni tipo di lamento o suono muto: questo è il sentimento che proviamo a Rosh Hashanà. In questo giorno il nostro legame con D-o è così profondo, immenso e pervasivo che nessun suono umano può rendergli giustizia. Allora ricorriamo a uno strumento che apre un varco nel cuore, come un’esplosione che rilascia fiumi di emozioni profonde e a volte fino a quel momento represse. Dei tre suoni dello shofàr, la tekyà è quello meno articolato: un solo lungo suono, che a differenza degli altri due non può essere descritto né come un lamento né come un singhiozzo. È un vagito penetrante, che comunica semplicemente il messaggio: “Sono qui”. La prima tekyà è il nostro grido a D-o, la seconda è la Sua risposta.
La risposta
Prima di suonare lo shofàr e dire le relative benedizioni, si recitano alcuni versetti, tra cui: “Dall’angustia ho invocato il Sign-re; il Sign-re mi ha largamente esaudito” (Salmi 118:5). L’angustia, letteralmente “la costrizione, la ristrettezza”, si riferisce ai posti del nostro animo che non sono ancora stati toccati, alle angustie che provavamo ma che non eravamo in grado di esprimere; la risposta dall’Alto proviene dalle sorgenti celesti che traboccano di benevolenza, e che ci dicono: “Tornate, figli Miei, tornate. Non importa dove stiate vagabondando; potete tornare a casa in qualsiasi momento”.
La gara dello shofar
All’inizio dell’Ottocento l’Europa era scossa dalle guerre di Napoleone. I grandi maestri ebrei seguivano con attenzione i suoi movimenti, convinti che dietro le battaglie politiche ci fosse anche un giudizio nei cieli. Alcuni tzaddikim, come Rabbi Levi Itzchak di Barditchev, speravano nella vittoria francese: Napoleone prometteva diritti civili, libertà ed uguaglianza, e se avesse vinto, gli ebrei avrebbero conosciuto finalmente benessere materiale e condizioni di vita migliori. Ma questo, dicevano i suoi oppositori, avrebbe raffreddato lo spirito e allontanato il cuore del popolo dalla Torah.
L’Alter Rebbe di Lubavitch vedeva infatti in Napoleone un pericolo tremendo. Lo zar era duro, i suoi decreti pesanti e la vita degli ebrei in Russia piena di sofferenza. Ma almeno egli credeva in Dio e non voleva distruggere la fede. Napoleone invece negava apertamente il Cielo, e se avesse trionfato, la vita ebraica si sarebbe forse riempita di ricchezze, ma vuotata di spiritualità. Per questo l’Alter Rebbe pregava con tutte le forze che fosse la Russia a vincere, anche se ciò significava restare poveri e perseguitati.
Rosh Hashanah si avvicinava, e si diceva che il verdetto della guerra si sarebbe deciso nei cieli attraverso il suono dello shofar. La tradizione racconta che chi avesse soffiato per primo avrebbe attirato su di sé la vittoria.
La mattina di Rosh Hashanah, Rabbi Levi Itzchak si alzò molto presto. Andò al mikveh, radunò in fretta un minyan, e iniziò la tefillah senza indugi. Deciso a precedere l’Alter Rebbe, tralasciò le lunghe kavvanot e afferrò lo shofar. Le sue labbra erano già pronte a vibrare il primo suono quando, improvvisamente, abbassò lo strumento e sospirò: “Il Litvak mi ha preceduto. Ha già vinto.”
Infatti, mentre gli altri si preparavano, l’Alter Rebbe aveva scelto un’altra via. All’alba, non attese il minyan né la tefillah. Prese lo shofar e lo soffiò con cuore puro e decisione, portando la sua preghiera direttamente al Cielo. Poi, con calma, recitò la Tefilla completa al suo ritmo abituale.
Più tardi, confidò ai suoi figli, il Mitteler Rebbe e il Tzemach Tzedek, che proprio in quel giorno aveva visto un cambiamento nei decreti: la vittoria sarebbe stata russa. Napoleone avrebbe conquistato Mosca, ma non avrebbe avuto pace, e alla fine sarebbe caduto.
La gara dello shofar non fu soltanto una corsa tra due giusti, ma lo scontro di due visioni: da una parte la speranza di libertà e benessere materiale, dall’altra la difesa della vita spirituale. Alla fine, il suono dello shofar dell’Alter Rebbe determinò il destino, mostrando che la vera forza non è nelle ricchezze, ma nel cuore fedele che sa rivolgersi ad Hashem.
Traduzione libera di Deborah Cohenca Klagsbald.
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