Contiene solo 43 versetti, eppure il canto che Moshè insegnò agli ebrei l'ultimo giorno della sua vita abbraccia tutta la storia ebraica, fin dagli inizi, quando “Li trovò in una terra deserta”, fino alla redenzione futura, quando le nazioni loderanno D-o:
“Poiché Egli... calmerà la Sua terra [e] il Suo popolo”.
Nella frase introduttiva, Moshè invoca il cielo e la terra come testimoni:
“Porgete orecchio, o cieli, e parlerò; ascolti la terra le parole della mia bocca”1.
Siccome la legge ebraica richiede due testimoni per convalidare una questione legale, Moshè invoca sia il cielo che la terra per testimoniare che egli aveva effettivamente trasmesso questo canto al popolo.
La testimonianza del cielo e della terra non è solo una metafora poetica. Infatti, Moshè stava trasmettendo un insegnamento profondo: affinché il messaggio sopravviva nel tempo, l’ebreo deve evocare sia il cielo che la terra.
Lo scopo del popolo ebraico, l’obiettivo di tutta la storia ebraica, è l’unione tra cielo e terra. Mentre molte persone in cerca di spiritualità, e praticamente tutte le religioni, mirano a sfuggire ai confini del corpo per elevarsi verso il cielo, l’ebreo ha un compito molto più profondo: prima creare pace, poi costruire un ponte, infine far sposare il cielo e la terra.
Da notare che Moshè utilizza parole diverse per rivolgersi al cielo e alla terra. Dice: “Porgete orecchio, o cieli (Haazinu)” e “ascolti la terra (va’tishmà)”.
Il termine ebraico haazinu è usato quando l’ascoltatore è vicino a chi parla. La parola tishmà, invece, si riferisce a un ascolto da lontano. In effetti, il Midrash spiega che Moshè era vicino al cielo, cioè, la spiritualità era la sua realtà. Perciò usa haazinu per rivolgersi al cielo. La materialità, invece, era per lui lontana e irrilevante, e quindi usa tishmà per la terra.
Moshè era vicino al cielo, tuttavia poiché lo scopo dell’ebraismo è connettere spirito e materia, Moshè doveva coinvolgere sia il cielo che la terra.
Ognuno di noi possiede un “cielo” e una “terra” interiori. C’è una parte di noi che cerca il trascendente e lo spirituale, e un’altra che è attratta dal materiale e dal fisico. Forse più di ogni altra parte del canto, le parole iniziali “Porgete orecchio, o cieli” e “Ascolti la terra” catturano la missione dell’ebreo.
Questo canto viene letto di Shabbat, in prossimità delle festività di Yom Kippùr e Sukkòt, perché Yom Kippùr e Sukkòt incarnano il messaggio del canto stesso.
Infatti a Yom Kippùr ci eleviamo verso il cielo, ci connettiamo all’essenza della nostra anima e ci sentiamo unificati con D-o. Ma appena si conclude la santità di Yom Kippùr, iniziamo i preparativi per la festa di Sukkòt, durante la quale festeggiamo la benedizione materiale che D-o ci ha concesso:
“Farai per te festa di Sukkùt per sette giorni, quando raccoglierai [i frutti] del tuo granaio e del tuo torchio... Per sette giorni celebrerai la Festività in onore del Sign-re, tuo D-o, nel luogo che il Sign-re sceglierà, perché il Sign-re tuo D-o ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in ogni opera delle tue mani, e sarai soltanto gioioso”2.
L’insieme di Yom Kippùr e Sukkòt rappresenta la vita dell’ebreo: siamo “vicini al cielo”, ovvero ci connettiamo alla nostra anima angelica, spirituale e pura a Yom Kippùr, e poi trasportiamo quella consapevolezza spirituale nei campi, per santificare e elevare le benedizioni della vita quotidiana.
Adattato dagli insegnamenti del Rebbe, Likkutè Sichòt, Haazinu, vol. 2
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