Quando Moshè iniziò a dare le sue benedizioni ad ognuna delle tribù d’Israele, l’ultimo giorno della sua vita, egli ricordò loro di come D-o diede la Torà quarant’anni prima:
Il Sign-re venne dal Sinai e brillò inanzi da Seir a loro; Egli apparse dal monte Paràn e venne con alcune delle sante miriadi; dalla Sua mano destra vi era una legge ardente per loro. 1
Nel corso della storia, il popolo ebraico riferisce a Moshè come Moshè Rabbenu, "Moshè nostro maestro", perché, sebbene Moshè abbia compiuto molte grandi imprese per il popolo ebraico, dalla liberazione dall’Egitto alla conquista delle terre a est del fiume Giordano, la trasmissione della Torà è stata senza dubbio l’apice di tutto ciò che fece.
Come descrive allora Moshè la Torà nelle sue ultime parole al popolo che tanto amava? Quali parole, immagini o metafore utilizza per trasmetterne il valore inestimabile? In che modo li ispira a fare tutto il possibile per tramandarla alle generazioni future?
C’è tanto da dire sulla Torà. Egli avrebbe potuto dire: “La Torà è la saggezza divina infinita resa accessibile alla mente umana finita”, oppure “La Torà è il più grande codice morale”, o ancora “La Torà riempirà la vostra vita d’ispirazione”, o “La Torà darà senso alla vostra esistenza.”
Moshè, però, disse qualcosa di completamente diverso:
La Torà che Moshè ci ha comandato è un’eredità per la congregazione di Yaakòv.2
Moshè capì che, affinché la Torà potesse resistere alla prova del tempo, affinché potesse essere trasmessa e studiata nel corso delle generazioni, era fondamentale che il popolo ebraico non solo ne conoscesse le qualità o comprendesse cosa avrebbe potuto aggiungere alla propria vita. Più di tutto, era vitale che capissero che la Torà è di fatto la loro eredità.
Cos’è un’eredità e in cosa si differenzia da altre forme di acquisizione?
Quando si acquista qualcosa, l'acquirente “merita” ciò che viene acquistato. Cioè, riceve l’oggetto in cambio di un pagamento. Quando si riceve un regalo, c’è comunque una ragione per cui quel dono viene fatto a una persona in particolare. Il Talmùd spiega che chi dona lo fa perché riceve piacere, gioia o soddisfazione da chi riceve. In altre parole, anche se il ricevente non paga il regalo con denaro, il dono rappresenta una sorta di compenso per la soddisfazione intangibile che egli dà al donatore. Il passaggio di proprietà da una parte all’altra può avvenire solo se il ricevente desidera accettare il trasferimento.
L’eredità, però, è tutta un’altra storia.3
Una persona può avere un figlio nato da un solo giorno. Potrebbe non averlo mai visto, potrebbe perfino non sapere che quel figlio esista. Il bambino non ha alcuna capacità di comprendere che esiste un patrimonio e che lui ne è l’erede. Eppure, il trasferimento ha comunque effetto. L’erede riceve l’intero patrimonio, non per qualcosa che ha fatto, né perché lo desidera, ma a causa del legame essenziale che unisce padre e figlio. Il figlio eredita dal genitore non perché se lo merita, ma perché, nel profondo, a livello dell’anima, sono un’unica entità.
Similmente, la Torà è l’eredità di ogni ebreo. Anche se l’ebreo non è consapevole del valore della Torà, anche se non la desidera e perfino se cerca di fuggirne, lui e la Torà sono una cosa sola.
La Torà sarà o non sarà il libro più venduto, ma è il nostro libro; è la nostra storia.
La Torà è la nostra eredità perché, nel cuore della nostra identità, desideriamo ascoltarne le parole, le storie e gli insegnamenti. La Torà è la nostra eredità per via del legame essenziale tra la Torà e l’anima ebraica. La Torà è la nostra eredità perché, indipendentemente da quanta conoscenza possiamo acquisire, la nostra anima cercherà sempre qualcosa di più profondo. A prescindere da quante biblioteche di conoscenza possiamo possedere, la nostra anima cercherà comunque la Torà. Perché l’ebreo, la Torà e il Santo Benedetto Egli Sia sono un’unica cosa.
Parliamone