La fede mi è arrivata come un regalo dal cielo ed è rimasta in fondo al mio essere. Dico “in fondo” perchè anche allo stato di brace diffondeva abbastanza energia per alimentare la mia ricerca.

È difficile determinare se la sua influenza abbia avuto l'effetto di spingere o di tirare, di cercare o di essere trovato. Era forse fonte di stimoli, inducendomi costantemente ad esplorare luoghi spirirtuali che mi avrebbero reso libero? Oppure era come una calamita, attirando perennenemente verso di me le radici della libertà?

Me la immagino come una magnifica pietra preziosa che, sebbene ricoperta dalla polvere, mantiene una certa luminescenza. Me la rappresento scintillante e palpitante come un faro, come un battito cardiaco. Anche se la considero solida, percepisco in lei una certa dolcezza e timidità. Anche se la considero indistruttibile ed eterna, la sento vulnerabile, fragile, costantemente bisognosa di cure e protezione.

Mi pare perfetta sotto tutti gli aspetti, eppure so inconsciamente che ho la responsabilità, l'obbligo, nonchè la necessità di mantenere la sua fiamma sempre accesa e quindi di non lasciarmi andare. Quando la trascuro, perchè la considero come un elemento ormai indissociabile da me stesso, finisco col provare il dolore dei rimorsi. Saranno questi i gemiti che salgono dal mio cuore? La fede può esprimersi con le lacrime? E a forza di piangere non corre il rischio di spegnersi colle sue proprie lacrime? Il suo bagliore si spegnerà o sarò io a cessare di sentirla?

Ma, oh fede mia, quando ti nutro, quando ti vengo incontro, quando mi lascio avvolgere dalle tue braccia, ti sento crescere, ti sento felice. Sarà il riso che fuoriesce dalle profondità della mia anima? O sarò io, o meglio l’assenza dell’Io, che finalmente mi ridimensiono per ascoltare il soave canto delle delizie della vita?