Ci sono 248 mitzvòt positive nella Torà (e 365 mitzvòt negative).
Contando in ordine cronologico, il numero 247, la penultima mitzvà che Moshè trasmette al popolo ebraico, è la mitzvà di Hakhel: ovvero di radunare il popolo ogni sette anni e rivivere il dono della Torà. (Leggi qui come si svolge.)
Cosa ha di speciale questa mitzvà, tanto da dover essere trasmessa l’ultimo giorno della vita di Moshè?
È forse perché è una mitzvà che si può osservare solo nella Terra d’Israele?
Sappiamo che ci sono molte mitzvòt collegate all’agricoltura che possono essere osservate solo nella Terra d’Israele. Eppure, ciò non ha impedito a Moshè di istruirne il popolo molto prima che vi entrassero.
Beh, potresti dire, questa è diversa. Dopotutto è una commemorazione della ricezione della Torà al Monte Sinai. Finché si trovano nel deserto del Sinai, ascoltando la Torà direttamente da Moshè, lontani dalle occupazioni quotidiane di semina, raccolta e difesa della loro terra, non hanno bisogno di una commemorazione. Non ti metti a sfogliare le foto delle vacanze in famiglia mentre sei ancora dentro a Disneyland.
Ma ora che Moshè sta passando il testimone a Yehoshua, che presto li condurrà nella Terra Promessa, ora bisogna dir loro: “Non permettetevi di dimenticare questa esperienza. Rivivetela ogni sette anni!”
Suona bene. Ma non sembra nello stile di Moshè.
Nel deserto erano circondati dalle “nubi di gloria” che li proteggevano dal sole e dalle tempeste di sabbia. Eppure Moshè disse loro che, una volta entrati nella Terra Promessa, avrebbero dovuto osservare la Festa di Sukkòt. Avrebbero dovuto dimorare in capanne temporanee come commemorazione della protezione divina ricevuta nel deserto. Glielo disse molto prima che fossero pronti a partire, mentre quelle nubi aleggiavano ancora sopra le loro teste.
E che dire di Pesach? Ancora prima di essere usciti dall’Egitto, mentre erano radunati a Ramses, Moshè si rivolse a loro dicendo: “State per partire verso la Terra Promessa. Quando ci arriverete, avrete dei figli. Loro non avranno mai assistito a questo grande miracolo. Perciò, ogni anno dovrete fare un Seder di Pesach per raccontare loro la storia, e mangiare matzà per sette giorni.”
Alla luce di ciò, perché Moshè non si attiene alla sua consueta modalità e, proprio lì al Monte Sinai, non dice al popolo: “Ricordate questo giorno! Rivivetelo con i vostri figli! Fate un’assemblea ogni sette anni!”
Perché Hakhel è l’unica mitzvà commemorativa che deve aspettare l’ultimo momento, proprio quando l’esperienza che intende commemorare sta per finire?
Una risposta semplice: solo ora è stato definitivamente stabilito che Moshè non verrà con noi.
Finché Moshè è presente, l’esperienza della ricezione della Torà ai piedi del Monte Sinai continua senza interruzione. Anche una volta impegnati a coltivare la terra, ogni anno è garantito essere un anno di Hakhel.
Ma ora è ufficiale: Yehoshua prenderà il posto di Moshè. Moshè ha supplicato D-o per ottenere un lasciapassare, ma gli è stato negato. A questo punto, una rievocazione ogni sette anni diventa improvvisamente indispensabile.
E ciò spiega anche l’ultima mitzvà che Moshè ha trasmesso, la numero 248:
Ogni ebreo deve scrivere un Sefer Torà.
(Oggi, si adempie a questa mitzvà acquistando un libro di Torà per la propria casa.)
Finché c’era Moshè, a cosa serviva un libro? Se stai vivendo accanto a una sorgente, perché mai dovresti comprare bottiglie d’acqua?
Solo senza Moshè sulla scena hai bisogno di una copia tangibile, una manifestazione concreta della Torà che ci ha insegnato.
Ora immagina di essere uno di quei ebrei cresciuti nel deserto del Sinai, accampato giorno e notte con Moshè e altri 600.000, molti dei quali conservano un ricordo vivido dei suoni e delle visioni della voce di D-o che tuonava il sesto giorno di Sivan, nell’anno in cui lasciarono l’Egitto.
Ogni tanto risuonano le trombe, e tutti si affrettano ad ascoltare ciò che Moshè insegnerà — insegnamenti che gli sono stati trasmessi dalla stessa voce divina che tutti hanno udito al Sinai. Nei mesi successivi, tutto il campo brulica di discussioni e dibattiti su questo nuovo insegnamento divino.
Ti verrebbe in mente di fare una commemorazione futura di tutto questo?
Impossibile. Era un’esperienza che non poteva finire!
E se fosse finita, come avrebbe potuto sopravvivere un popolo simile? Come avrebbe potuto qualcuno continuare a coltivare questo legame di 248 azioni e 365 restrizioni con l’Infinito, senza la consapevolezza quotidiana: “D-o ci sta parlando proprio ora”?
No, avresti detto: ci aggrapperemo a questo per sempre.
Moshè non può lasciarci. Mai.
E ora, D-o ti informa, tramite Moshè, che ha altri piani. Tu e il resto del popolo dovrete proseguire da soli. Non del tutto da soli—avrete con voi il discepolo di Moshè, Yehoshua.
E Moshè, anche lui—come hanno detto i rabbini: “Moshè non è mai morto. Ha semplicemente continuato a guidare da un livello più alto.”¹
Proprio come ti guidava allora, ti guida anche adesso.
Ma visibilmente, con i tuoi occhi umani, spetterà a te mantenere viva l’ispirazione.
Allora Moshè dice:
“Per farlo, per conservare un riflesso di questa esperienza del Sinai, ecco cosa dovrete fare:”
“Una volta ogni sette anni, rivivrete il Sinai. Un mio rappresentante si alzerà e leggerà da questa Torà che io ho trascritto per voi. E voi, ognuno di voi, uomini, donne, bambini, sordi e ciechi, sapienti e analfabeti, tutti come uno, ascolterete con timore, con tremore, affinché l’amore e il timore di D-o si radichino nei vostri cuori e crescano con ogni mitzvah che compirete.”
Fino a quando saremo di nuovo tutti insieme, nel Tempio finale ed eterno, nella Terra Promessa.
Vedi Likutei Sichot, vol. 34, pag. 187.
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