All'inizio della parashà di Vayelèch, Moshè dice al popolo ebraico che è giunto il momento di trasmettere le redini della leadership a Yehoshua, poiché “Oggi ho centoventi anni e non posso più uscire ed entrare”1.

Rashì2 spiega che ciò non si riferisce a una debolezza fisica, poiché la Torà afferma che al momento della sua dipartita “i suoi occhi non si erano offuscati e le sue forze naturali non lo avevano lasciato”3. Piuttosto, Moshè non poteva più “uscire ed entrare’ nelle parole della Torà, le tradizioni e le fonti della saggezza erano diventate chiuse a lui”.

Perché Rashi non utilizza l'espressione più comune “le parole della Torà erano diventate chiuse a lui”, ma invece impiega la formula insolita “le tradizioni e le fonti della saggezza gli erano diventate inaccessibili”?

Utilizzando questa terminologia, Rashì anticipa una domanda semplice ma difficile: come può essere che Moshè “non poteva più uscire ed entrare nelle parole della Torà” se subito dopo trasmette le tre parashiòt di Vayelèch, Haazinu e Vezot Haberachà, sezioni piene di esortazioni, leggi della Torà, ecc.?

Inoltre, ogni parola della Torà Scritta fu trasmessa da D-o a Moshè insieme al suo commento4 nella Torah Orale5, poiché solo così il significato della Torà Scritta diventa chiaro.

Siccome queste tre parashiòt furono trasmesse da Moshè al popolo ebraico, egli sicuramente fornì loro tutto ciò che era necessario per comprenderle, ovvero la Torà Orale. Come può dunque dirsi che “non poteva più uscire ed entrare nelle parole della Torà”?

Per questo Rashì specifica che “le tradizioni e le fonti della saggezza” gli erano diventate inaccessibili, poiché queste non erano incluse nelle tre ultime sezioni della Torà che Moshè trasmise al popolo.

Le tradizioni6 si riferiscono ad aspetti della Torà che non sono nemmeno accennati nella Torà scritta7, simili alle “Leggi trasmesse a Mosè dal Sinai” che spesso non hanno nemmeno un’allusione nella Torà scritta8.

Le “fonti della saggezza” non si riferiscono alle leggi della Torà Orale vere e proprie, bensì al pilpùl, al ragionamento e alla dialettica della Torà, che come una sorgente fluisce senza fine. È comprensibile che Moshè abbia trasmesso le ultime tre parashiòt, inclusi i loro commenti orali, senza il pilpul infinito.

Pertanto capiamo che sebbene “le tradizioni e le fonti della saggezza” gli fossero diventate inaccessibili, Moshè era ancora capace di trasmettere le ultime tre porzioni della Torà con il loro commento orale. Infatti, le tradizioni non erano legate a queste tre porzioni, mentre le fonti non erano necessarie perché il popolo potesse comprenderle.

Rimane però da comprendere il seguente punto: il fatto che “le tradizioni e le fonti della saggezza” gli fossero diventate inaccessibili spiega perché Moshè non potesse più “uscire ed entrare”, cioè insegnare la Torh al popolo. Per quanto riguarda le “tradizioni”, ciò è comprensibile: siccome gli ebrei dovevano conoscerle e lui non poteva più insegnarle, non poteva più esercitare la guida.

Tuttavia per quanto riguarda le “fonti della saggezza”, che non necessitano di essere trasmesse, perché questo avrebbe dovuto segnare la fine della sua leadership?

Il semplice fatto che una parte della Torà gli fosse divenuta inaccessibile, anche se ciò non interferiva con la trasmissione della Torà al popolo, indica che il tempo della sua leadership era giunto al termine, ed era ora di passare il testimone a Yehoshua.

Tanto più che la qualità distintiva di Moshè era l’attributo della verità9, che non cambia in nessuna circostanza. Quando Moshè vide che in lui era avvenuto un cambiamento, comprese che era giunto il momento di un cambiamento anche nella guida.

Basato su Likkutei Sichòt, vol. XXIX, pp. 189-193. Tradotto in Inglese da Sichos in English.