Più di mille anni fa visse un grande e santo maestro e guida, chiamato Rabbì Saadia Gaòn (882–942). Il titolo di Gaòn era attribuito in quell’epoca ai massimi saggi dell’ebraismo babilonese. Egli ebbe centinaia di allievi, tutti assetati di conoscenza; persino un suo gesto o una parola casuale diventavano per loro un insegnamento per la vita.

Una mattina d’inverno, due dei suoi discepoli si trovavano a camminare tra le montagne quando udirono uno strano suono dall’altro lato di una collina. Giunti in cima, con grande sorpresa scorsero il loro maestro seduto sulla neve, piangendo, pregando e compiendo atti di penitenza. Si chiesero: di che cosa mai un tzadd6k (un uomo giusto) come lui avrebbe avuto bisogno di pentirsi? Poteva forse aver commesso un peccato, D-o non voglia? In fretta si allontanarono, ma più tardi, incapaci di trattenersi, gli chiesero che cosa significasse ciò che avevano visto.

“Lo faccio ogni giorno”, rispose. “Ogni giorno mi pento e supplico D-o di perdonare le mie mancanze e i miei difetti nel servirLo”.

“Le sue mancanze?” domandarono stupiti. “Di quali mancanze parla il Gaòn?”

Rabbì Saadia allora raccontò:
“Tempo fa decisi che tutti gli onori e l’attenzione che ricevevo dalle persone intorno a me stavano interferendo con il mio servizio al Creatore. D-o deve essere servito con gioia e, senza vera umiltà, non può esserci gioia autentica. Così decisi di passare alcuni mesi in un luogo dove nessuno mi conoscesse.

Mi vestii con abiti semplici e iniziai un autoimposto esilio, vagando di città in città. Una notte pernottai in una piccola locanda gestita da un vecchio ebreo, gentile e semplice. Parlammo un po’, poi andai a dormire. La mattina seguente, dopo aver recitato shacharìt (la preghiera del mattino), lo salutai e ripresi il cammino.

Quello che ignoravo era che alcuni dei miei discepoli mi stavano cercando. Diverse ore dopo il mio passaggio, arrivarono anche loro in quell’osteria e chiesero al locandiere: “Ha visto Rabbì Saadia Gaòn? Pensiamo che fosse qui.”

“Rabbì Saadia Gaòn?” rispose sorpreso il vecchio. “Cosa mai ci farebbe un grande Rav come lui in una locanda come la mia? No, vi sbagliate sicuramente, qui non c’è stato nessun Gaòn.”

Ma quando i giovani lo descrissero e spiegarono del mio esilio e del “travestimento”, il vecchio si mise le mani sulla testa ed esclamò: “Oy! Rav Saadia! Era lui! Avete ragione! Oy, oy!” E subito corse fuori, saltò sul suo carro e spronò il cavallo per raggiungermi.

Dopo poco mi raggiunse, balzò giù e cadde ai miei piedi piangendo: “Per favore, Rabbì, perdonami! Non sapevo che fossi tu!”

Lo sollevai e gli dissi: “Ma, amico mio, mi hai trattato benissimo, con gentilezza e ospitalità. Perché ti dispiaci tanto? Non hai nulla da farti perdonare.”

“No, Rabbì,” rispose, “se avessi saputo chi eri, ti avrei servito in tutt’altro modo!”

In quell’istante compresi che quell’uomo mi stava impartendo una lezione fondamentale nel servizio di D-o, e che proprio quello era lo scopo del mio esilio. Lo ringraziai, lo benedissi e tornai a casa.

Da allora, ogni sera, prima di dormire, quando recito la preghiera, ripenso a come ho servito D-o durante la giornata. Poi mi ricordo di quell’oste e dico a me stesso: “Oy! Se avessi saputo stamattina quello che so ora, avrei servito D-o in un modo del tutto diverso!”

“Ed è per questo” concluse Rabbì Saadia, “che questa mattina stavo facendo teshuvà.”