Come poetessa ed insegnante, ho parlato spesso dell'importanza di "vedere", ma c'erano cose che temevo di vedere se avessi guardato troppo profondamente, ed altre che temevo perfino di pensare. Ero come una bambina spaventata di trovarsi da sola in casa di notte, a causa di ciò che poteva emergere dall'Altro Lato, il nome che davo alla fonte di tutto quanto accadeva al di fuori dei mio controllo.

Sono stata spinta a diventare un'ebrea osservante perché ho sperimentato la possibilità di un mondo che riconosceva i misteri della vita e della morte, dove la gente faceva un tentativo di rivestire ogni sua azione di quella consapevolezza. Ho scoperto una tradizione antica migliaia di anni, che non solo mi incoraggiava ad aprire gli occhi, ma dipendeva dal fatto che io agissi nella pienezza delle mie capacità come essere umano che pensa e che sente. Attraverso l'Ebraismo, sono entrata in una comunità di individui che quotidianamente lottano con i problemi che allora mi turbavano.

Una volta mi lamentai con mia sorella maggiore che non sentivo di esistere ed ella replicò che maternità, con le sue continue esigenze, l'aveva riportata sulla terra e aveva dato un senso alla sua esistenza. Quando decisi di vivere come un'ebrea, cominciai a sentire in tutte le mie membra la sensazione palpabile di esistere.

L'ebraismo in cui ero vissuta era in gran parte un regno di imperativi etici e di idee. L'ebraismo che imparavo a conoscere era un mondo d'azione nel quale ogni comprensione che ho raggiunto mi è venuta dall'osservanza dello Shabbat, dalla pratica delle leggi alimentari ebraiche della kasherùt, dal recitare le parole ebraiche di preghiera, di ringraziamento e di lode.

La mia esperienza nel ricercare la mia eredità non è insolita: molti di noi sono ritornati alla tradizione ebraica dopo aver esplorato una miriade di vie spirituali, tra cui il Cristianesimo e le religioni orientali. Quel che può essere insolito circa la strada che ho preso è stato il coinvolgimento in un aspetto dell'osservanza ebraica che un neofita sperimenta di rado. Poco dopo che mi fui trasferita nella comunità ortodossa di Denver, mi fu richiesto di partecipare ad una taharà, il modo ebraico di preparare il defunto per la sepoltura.

Secondo la tradizione, la Chevra Kadishà, la Società Ebraica per la Sepoltura, aveva tra i suoi membri i personaggi più importanti della comunità. Gli ebrei si sentivano onorati di avere l'occasione di compiere quello che è considerato uno dei comandamenti più importanti: pulire e lavare il morto, mettere il corpo in un telo e porlo nella bara, con preghiere che si recitano durante tutto il procedimento. Un servizio unico, perché colui che riceve la gentilezza non è in grado di ringraziare o di restituire il favore. A coloro che compiano le taharòt, gli uomini per gli uomini e le donne per le donne, è affidato un compito che richiede grande compassione, perché i morti nelle loro mani sono del tutto indífesi.

Oggi a Denver molti ebrei sono seppelliti senza aver ricevuto la taharà. Le loro famiglie vanno magari incontro a notevoli spese per cremare il corpo, per comprare un'elaborata urna di metallo e per una profusione di fiori, e tutto ciò è in completo contrasto con la legge ebraica. Esibendo un funerale costoso, possono trascurare i riti essenziali della sepoltura, che richiedono soltanto teli di cotone o di lino, un sacchetto di terra di Israele e la più semplice delle bare di legno.

Ho fatto parte di un piccolo circolo di donne che eseguiva le taharòt quando era loro richiesto. In genere, eravamo donne che non erano cresciute in famiglie osservanti, ma eravamo state reclutate per assoluta necessità, a causa del numero decrescente di donne più anziane ed esperte che erano in grado di compiere le taharòt. Non avevo mai sentito della pratica della taharà quando mi fu chiesto di unirmi al gruppo. La tradizione ebraica conserva un ampio corpo di conoscenza, la maggior parte del quale collegato a faccende pratiche, quotidiane, ed io ero stata impegnata a cercare di assorbire quanto potevo. Ero del tutto impreparata per la mia prima taharà, ma non ebbi la possibilità di preoccuparmi. Tra la mia decisione di andare come osservatrice e il mio arrivo all'obitorio passò meno di un'ora.

Nel momento in cui entrai dentro compresi che tutte le mie idee sulla morte erano state avvelenate dai ricordi di film dell'orrore che avevo visto da bambina. Potevo quasi sentire il raggelante accompagnamento musicale mentre scendevo al piano interrato dell'obitorio: un'indicazione di quanto fossi ancora imbevuta della cultura popolare e della sua distorta visione della morte. Volevo girarmi e scappare, ma mi concentrai sui volti della tre donne che erano venute con me. La loro tenerezza e la loro totale mancanza di disagio mi fecero tornare ad un mondo di Ebraismo, e al senso di servire, di fare ciò che era necessario fare senza essere sopraffatta dalla sua enormità.

La taharà era particolarmente difficile perché la defunta era una giovane donna, che aveva chiaramente sofferto una lunga e dolorosa malattia. Anche i più grandi rabbini, che penetrano i segreti della Torà, non capiscono del tutto. Mi sono rivolta ad uno di loro dopo la mia prima taharà, perché non riuscivo a distogliermi dalla mente ciò che avevo visto: egli non esitò ad affermare la propria confusione di fronte a questo tipo di domande.

Durante quella prima taharà, stetti distante dall'effettiva preparazione del corpo, dal pulirlo e dall'avvolgerlo nei teli. Mi avevano dato la scatola contenente gli indumenti sepolcrali, e spesi la maggior parte del tempo tagliando i punti della cucitura a macchina ogni pochi centimetri. Secondo la legge ebraica, i teli dovrebbero essere cuciti a mano, di modo che possano disintegrarsi più facilmente, ed io stavo cercando di rimediare a questa discrepanza allentando le cuciture: questo semplice compito servì ad ancorarmi.

Tenevo la stoffa e sentivo il potere della tradizione, la catena di generazioni che erano state messe a riposare in teli esattamente come questi. Gli indumenti erano candidi, stirati e piegati. La mia mente mi riportava al ricordo di aver cucito i miei abiti e di aver tagliato i punti. Ricordavo di essermi vestita quel giorno e di aver visto il mio corpo ricoperto di abiti. Cominciai a vedere il mio stesso corpo come una specie di abito. Pensavo che le mani, che ora lavoravano attentamente la stoffa, erano parti dell'abito della mia anima.

Prima di tornare all'Ebraismo, usavo la parola "consapevolezza" per descrivere l'entità di tutti i pensieri e sentimenti che risiedono nel corpo. Poi ho imparato ad usare la parola ebraica per anima, neshamà, per descrivere quello che sentivo essere il mio centro vitale e il canale attraverso cui mi potevo collegare a D-o.

Il mio concetto di neshamà cambiò del tutto dopo la mia prima taharà, quando sentii effettivamente l'esistenza dell'anima, independentemente dal corpo. Osservai che il corpo ospita l'anima, ma non è in alcun modo identico ad essa, che è la nostra vera forza di vita. Alla taharà vidi proprio con i miei occhi che l'anima si era allontanata, lasciando il corpo come una conchiglia vuota.

Ad ogni taharà mi viene in mente che essa è svolta per il mio bene come per il bene del defunto. Anche se sono diventata pratica dei procedimento e di tutto il resto, sento ancora che sono spinta a risvegliarmi, che vengo sbalzata fuori della mia prospettiva limitata di modo che i miei problemi quotidiani rientrino nelle loro giuste proporzioni. Quando verso i secchi di acqua sul corpo e dico le parole ebraiche per chiedere che l'anima sia purificata dai suoi legami con la terra, provo anche un senso di liberazione dal soffocamento dei bisogni e dei desideri.

Tuttavia, lo sforzo che faccio nella taharà non è diretto verso la comprensione dei suoi significati; che posso soltanto indovinare, ma piuttosto verso l'esecuzione attenta di ognuno dei passi prescritti. Facendo la taharà meglio che posso e con totale concentrazione, adempio ad un comandamento che mi può portare molto al di là della ricompensa di una comprensione intellettuale. Nel mio impegno in ogni azione della taharà, mi sottometto ad un'intelligenza infinitamente più grande della mia.

Mi sento sempre enormemente confortata dalla vicinanza delle due che lavorano con me. Sembriamo muoverci come una sola persona e talvolta si sente anche che stiamo condividendo un unico pensiero. Quando accendiamo le candele, stendiamo i lenzuoli e portiamo i secchi d'acqua, ci sembra di creare una rete di intimità e di conforto intorno alla persona defunta. Può essere soltanto la mia immaginazione, ma l'atmosfera tesa di sfida che pervade la stanza quando arriviamo si scioglie gradualmente man mano che la taharà procede.

Alla mia ultima taharà sono stata sorpresa di trovarmi nella posizione di guidare una nuova arrivata nella sua prima taharà. Ormai la procedura e tutto il resto mi sono diventati familiari, ma nessuna taharà è mai "routine". Il rigore di ognuna di esse è presente chiaramente nella mia mente. Il timore con cui mi sono avvicinata alla prima è stato presto sostituito da una bisogno ugualmente forte di realizzare al meglio il potenziale curativo di ogni azione della taharà: sia spargendo terra di Israele sugli occhi della defunta, sia legando i teli in modo tale che formino la lettera ebraica shin.

Dopo una taharà, Sari, che aveva partorito di recente, ha notato la somiglianza tra il neonato e il morto, entrambi dipendenti in modo così totale dalla nostra sollecitudine. I morti, come i neonati, sono stati spogliati di qualunque identità personale o professionale che abbiano raggiunto nella loro vita. Con le sue acque purificatrici e i teli bianchi, la taharà avanza questo processo afinché l'anima, restituita alla sua essenza, può continuare il suo viaggio.

Due settimane dopo l'esperienza della mia prima taharà mi sono sposata, ed ho avuto il privilegio di incontrare un altro aspetto del quadro della vita ebraica; una persona è sempre accompagnata da altri ebrei in ogni rito di passaggio nell'osservanza ebraica. Stando sotto il baldacchino nuziale, la chuppà, circondata dai volti della mia famiglia e della comunità, ho sentito la forza delle loro preghiere e benedizioni. E girando intorno al mio sposo per sette volte con il mio corpo intero, ho sperimentato la pienezza dell'impegno che stavo prendendo.

Mi era stato detto che la chuppà mi avrebbe trasformato letteralmente nell'intimo di ogni cellula, e penso di aver sperimentato questa trasformazione. Ogni ebreo è un poeta ed un mistico, e sa che anche i più piccoli gesti e le più piccole azioni possono muovere mondi. Come la taharà aiuti a curare l'anima e a liberarla da questo mondo, e come la chuppà effettui il miracolo di preparare l'anima perché possa unirsi con un'altra, sono misteri che non potrò mai comprendere a causa delle mie limitazioni. Quello che so è come ci si sente quando qualche velo cade e l'anima si sente più completamente viva.

Tradotto da GiPi