È comprensibile che i neonati credano di essere il centro dell’universo. Dopotutto, tutti coloro che li circondano, madre, padre, nonni, non sembrano fare altro che occuparsi di loro. Ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, gli adulti rispondono ad ogni loro richiamo.
Nel processo di crescita, passando da neonati a bambini, da adolescenti ad adulti, si comincia a riconoscere di essere solo uno tra sette miliardi di persone, che l’intera specie umana, così come il pianeta che abitiamo, non è che un granello all’interno di un sistema solare, a sua volta parte di una galassia, completamente insignificante se paragonata all’immensità dell’universo.
Eppure, nonostante questa consapevolezza, qualcosa dentro di noi protesta. Qualcosa di profondo nella psiche dell’individuo insiste che ognuno di noi è speciale e indispensabile.
Ed è un bene che sia così.
Il timore più grande di Moshè, mentre il popolo ebraico si preparava a entrare in Israele, era che l’ebreo non si considerasse più come il centro dell’universo. Egli temeva che, una volta attraversato il fiume Giordano, l’individuo percepisse sè stesso come nient’altro che uno tra milioni, un cittadino qualsiasi le cui scelte non hanno alcun peso nel grande disegno della storia.
Moshè sapeva che, affinché una nazione sopravviva, mantenga un alto livello morale e rimanga fedele alla sua missione di “luce per le nazioni”, ogni individuo deve comprendere che il destino della nazione è nelle sue mani1. La più grande minaccia alla moralità si verifica quando ciascuno crede che lo scopo della creazione, la missione del popolo ebraico e il destino dell’umanità non dipendano dalle sue scelte. La garanzia più solida che le persone compiano le scelte giuste nella vita è che ognuno comprenda che D-o guarda a lui, o a lei, come al centro dell’universo.
Nei versetti di apertura della Parashà di questa settimana, Mosè stipula un patto con il popolo:
“Voi tutti state oggi davanti al Sign-re, vostro D-o, i capi delle vostre tribù, i vostri anziani e i vostri ufficiali, ogni uomo d’Israele, i vostri bambini, le vostre donne e il convertito che è nel tuo accampamento, dal taglialegna al portatore d’acqua...2.
Poi, dopo aver parlato al plurale, Moshè passa al singolare:
..per stabilirti oggi come Suo popolo e perché Egli sia il tuo D-o, come ti ha detto e come ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe.”
Il “te” in “per stabilirti oggi come Suo popolo” è scritto al singolare. Mosè sta dicendo a ogni singolo ebreo: Non sei semplicemente uno in una nazione di milioni. Non aspettarti che siano gli altri a portare avanti l’eredità ebraica per te. Tu, personalmente e individualmente, sei il popolo di D-o, il centro del Suo universo. È a te che guarda per portare avanti la fiaccola.
Parliamone