Botta

Rav, cosa succede se compro i gioielli rubati dal Louvre, senza conoscerne la provenienza? Diciamo, a livello strettamente teorico, che ho comprato dei gioielli a Parigi in un affare che capita una volta nella vita. Poi ho scoperto che c’è una possibilità che questi gioielli siano stati rubati.

Secondo la legge della Torà, sono obbligato a restituirli al proprietario legittimo, diciamo per esempio a un museo? E se li restituisco, il proprietario è tenuto a rimborsarmi per ciò che ho pagato?

Risposta

Risponderò partendo dalla supposizione che questa domanda è strettamente teorica.

Prima di tutto è importante sapere che comprare oggetti rubati consapevolmente (sapendo che sono stati rubati) è descritto dai Saggi come un “peccato grave” perché esso sostiene e incoraggia il furto1. Come i Saggi hanno insegnato, “Non è il topo che ruba, ma è il buco che ruba”2. In altre parole, non è solo il ladro ad essere colpevole, ma anche chiunque faciliti o aiuti il ladro (offrendo un nascondiglio, un magazzino o un modo per vendere oggetti rubati) è considerato complice nel furto stesso.

Pertanto, non dovresti neppure comprare oggetti su cui c’è il sospetto che possano essere stati rubati3.

Diciamo che hai già comprato gli oggetti in questione; cosa dovresti fare a questo punto?

Perdita di speranza

La legge ebraica fa distinzione tra due scenari: prima e dopo che il proprietario originale ha perso la speranza di recuperare la sua proprietà. Questo è noto come ye’ùsh, “disperazione”.

Se il ladro ha venduto gli oggetti prima che il proprietario abbandonasse la speranza di recuperarli, gli oggetti appartengono ancora al proprietario originale e gli vanno restituiti, senza ricevere un compenso.

(Se la vendita è avvenuta dopo il ye’ùsh, allora la combinazione della perdita di speranza da parte del proprietario e il cambio di proprietà (shinui reshùt) trasferisce la titolarità all’acquirente. In questo caso, il proprietario originale deve cercare di ottenere un compenso dal ladro tramite un tribunale rabbinico.)4

Tuttavia, i Saggi si resero conto che questo potrebbe avere un impatto molto negativo sul mercato, poiché le persone potrebbero esitare a comprare o vendere per timore che un oggetto da loro comprato in buona fede possa essere eventualmente identificato come rubato e vada restituito, senza essere compensati.

Perciò essi stabilirono un’ingiunzione speciale nota come la takanàt hashùk (“l’ingiunzione del mercato”) secondo la quale, se una persona ha comprato oggetti in buona fede, senza sapere che sono stati rubati, li deve restituire al proprietario legittimo, ma può essere rimborsata prima per la somma che ha pagato.

Naturalmente, se l’acquirente sapeva che gli oggetti erano rubati, questa ingiunzione non è applicabile5.

Il Rama aggiunge che anche se l’acquirente sapeva che il venditore era un ladro ma non sapeva che quegli oggetti in particolare erano stati rubati, egli deve essere rimborsato6.

Dina Demalchuta Dina – la legge dello Stato è la legge

Se la legge civile del luogo in cui si vive stabilisce che è necessario restituire proprietà rubate in ogni caso, essa è vincolante secondo il principio di dina demalchuta dina7. Lo Shulchàn Arùch HaRav spiega che anche in questo caso, l’acquirente può chiedere di essere ripagato prima di restituire gli oggetti. Egli ha diritto a essere rimborsato per ciò che è stato pagato, ma non può trarne profitto8.

Per cui, se ipoteticamente qualcuno ti offrisse dei gioielli in modo sospetto, non comprarli! Se hai scoperto che sono oggetti rubati dopo averli comprati, devi resitutirli, ma il proprietario originale deve darti un compenso (e l’onere di ottenere un rimborso dal ladro è del proprietario originale).