È noto che a Purìm si legge la Meghillàt Estèr, ma anche Chanukkà ha la sua Meghillà, meno conosciuta di quella di Purìm, ed è la Meghillà di Antioco, chiamata anche “Libro degli Chashmonaim” (“Libro degli Asmonei”). Fu presa in gran considerazione da Rav Saadia Gaon, del X secolo, il quale scrisse che gli Asmonei Yehuda, Shimon, Yochanan, Yonatan ed Eliezer, figli di Matatiahu, scrissero questa Meghillà, in aramaico, riportando la loro vicenda; Rav Saadia Gaon la tradusse poi in arabo. (Secondo altri fu scritta molto prima, ai tempi di Hillel e Shammai.) La versione in ebraico è una traduzione, e fu pubblicata a Mantova nel 1557. Pare che nel Medioevo fosse letta nelle sinagoghe italiane, senza però nessuna benedizione. Infatti, a differenza della Meghillà di Estèr, non vi è nessun obbligo di leggere quella di Antioco; è solo un’usanza, che oggigiorno è mantenuta da pochissime comunità al mondo, come quella yemenita. La Meghillàt Estèr fu inclusa nei 24 Libri del Tanàch, e quindi è considerata un Libro sacro. La Meghillà di Antioco invece non ha nessuna sacralità. Un’altra differenza è che la Meghillà di Estèr porta il nome dell’eroina della storia, della persona retta e dalla parte del giusto; la Meghillà di Antioco porta il nome del malvagio! Chiaramente tutto ciò ha un significato, che si ricollega ad alcune differenze tra Chanukkà e Purìm.

All’esterno

Entrambe le vicende che le ricorrenze celebrano sono una situazione di pericolo risolta con la salvezza, tempi bui che sono stati poi illuminati, però la salvezza si è prodotta in maniera diversa. Nella vicenda di Purìm il decreto reale di sterminio contro il popolo ebraico fu ribaltato e si trasformò nel sostegno del re alla causa degli ebrei, e il giusto Mordechai prese il posto del malvagio Haman. Nella vicenda di Chanukkà, la dittatura di un sovrano straniero che aveva impedito agli ebrei di praticare il loro credo imponendo l’idolatria condusse alla purificazione del Tempio e al miracolo della luce. Eppure, Purìm si riflette all’interno, mentre Chanukkà illumina all’esterno. La Meghillà di Ester si legge in sinagoga, o comunque in luoghi chiusi; il banchetto di Purìm è consumato in un luogo chiuso. Il racconto stesso della vicenda dei complotti dei malvagi è trasformato in mitzvà, proprio come la casa del malvagio Haman diventò la casa del Giusto Mordechai. Il miracolo di Chanukkà, prodotto con la luce proiettata all’esterno, è manifestato nell’accensione dei lumi all’esterno o comunque visibili dall’esterno, accesi di sera, quando è buio, proprio per rendere pubblico il miracolo.

La non-trasformazione

Le norme dell’accensione dei lumi di Chanukkà stabiliscono che si possono accendere fino a quando i passanti sono andati via dal mercato, “inclusi i tarmodiani”, precisa il Talmud. I tarmodiani erano i mercanti della città siriana di Tarmod (Palmira); vendevano legna, ed erano gli ultimi a lasciare il mercato perché la legna da ardere era richiesta fino a notte inoltrata. La parola “tarmodai”, che compare nel Talmud per indicare i tarmodiani, ha le stesse lettere della parola “moredet”, che indica una persona ribelle, e in alcune fonti rabbiniche i tarmodiani vengono descritti come gruppi ostili o ribelli nei confronti di Israele, talvolta associati a popolazioni che avevano partecipato a rivolte o che non rispettavano pienamente la legge ebraica; erano quindi simbolo di estraneità e ribellione. Sembra strano, però, che il riferimento per l’ora massima valida per la mitzvà dell’accensione dei lumi sia proprio questo tipo di persone! Questo è sicuramente per trasmetterci un insegnamento, e significa che la luce di Chanukkà deve raggiungere anche coloro che si trovano fuori, che sono lontani e perfino ribelli. I lumi della festa penetrano il buio della notte, ma la notte resta notte, non viene trasformata come nella vicenda di Purìm. Però questi lumi raggiungono anche i punti e i luoghi più distanti, che non sono illuminati dalla santità della Torà. Niente e nessuno è escluso, anche se niente e nessuno viene trasformato. Per cui, anche la Meghillà di Antioco resta un elemento esterno. Porta il nome del nemico malvagio, è scritta nella lingua franca dell’epoca e non nella lingua sacra, e appartiene a una categoria che i Saggi chiamano “scritture esterne”, ossia esterne ai Libri sacri del Tanàch; dunque leggerla è solo un uso (quasi caduto in disuso), qualcosa di permesso ma non una mitzvà. Tutto questo perché la luce di Chanukkà è la luce della saggezza Divina, per la quale non esiste l’ambito dell’“esterno”; come insegnò il Baal Shem Tov: “La Divinità è tutto, e tutto è Divinità”. Abbiamo solo bisogno solo della luce per vederLa.

Adattato da Deborah Cohenca Klagsbald