I versi ben noti dello Shemà, che si trovano nella parashà Va’etchanàn, includono queste parole:

E li legherai come segno sulla tua mano e saranno come totaf òt tra i tuoi occhi.1

Sappiamo che queste parole parlano dei tefillìn che vengono avvolti attorno al braccio e sul capo, tuttavia la domanda rimane, come mai viene usato un termine enigmatico e cosa significa appunto la parola totafòt?

1. Due più due in lingue straniere

Rashì2 cita il Talmùd, dove Rabbi Akiva spiega che la parola totafòt (טֹטָפֹת) indica le quattro parti dei tefillìn del capo. Infatti, Tat (טַט) significa “due” in copto. Similmente, anche path (פַּת) significa “due” in afriki. Quindi abbiamo quattro parti e da qui deduciamo che ci sono quattro scomparti in quei tefillìn.

Secondo questa interpretazione, la Torà usa proprio questo termine per evidenziare il numero quattro. Da notare che a differenza dalla parola ot (אות, “segno”), che il verso usa per i tefillìn del braccio ed è al singolare, totafòt è invece plurale. Per cui, l’etimologia di Rabbi Akiva spiega perchè la parola totafòt suggerisce che ci sono più di due e ben quattro parti in tutto3.

2. Tira le somme

Nella stessa sezione del Talmùd, viene citata l’opinione di Rabbi Yishmael. Egli infierisce in modo un po’ engimatico, che possiamo capire il significato di totafòt da altri posti4 dove questo termine viene menzionato nella Torà. Egli nota che in due posti la parola è scritta senza una vav (טטפת) e una con una vav (טוטפות), che allude appunto alla pluralizzazione.
Rabbi Yismael conclude che totaf òt allude al numero quattro (2 accenni al singolare, e uno plurale 1+1+2=4) suggerendo che i tefillìn del capo devono avere quattro parti separate.5 Egli non spiega cosa significa questa parola.

3. Un ornamento per la fronte o una corona

Un’altra spiegazione è basata sull’uso di un termine simile usato nella letteratura rabbinica per denotare una fascia ornamentale. La Mishnà menziona un totefet che le donne mettevano sulla loro fronte da un orecchio ad un altro, come un gioiello.6 Nachmanide è d’accordo con questa opinione e nel suo commento specifica che totafòt non ha “nessuna affinità nota” in Ebraico e scrive: “I nostri rabbini, tuttavia, hanno chiamato un oggetto che si posa sulla testa totafòt, come hanno detto: ‘una donna non può uscire [di Shabbat] con totafòt... Rabbi Abahu disse: Che cos’è totefet? È una fascia che va sul capo da orecchio ad orecchio’. Ora sono i rabbini...che parlavano la lingua e la conoscevano, e da loro dovremmo accettare la spiegazione di totafòt”.7

4. “Totafòt sottointende il potere della parola

Un’altra spiegazione collega totaf òt ad una parola che significa parola o affermazione. Quest’opinione fu notata dal filologo Menachem ibn Sarùk ed è citato da Rashì nel suo commento su Shemòt 13:16. Egli associa totaf òt al verbo Ebraico Biblico “הטיף” (hatìf), che significa “gocciolare parole” inteso in senso figurato. Ad esempio, al profeta Yechezkel, Ezechiele, viene detto, “vehatef el daròm”, “parla (profezia) verso ovest”,8 e Micha dice, “al tatifu”, “non predicate”.9 Entrambi usano טיף/הטיף nel contest della parola che sgorga fuori.

In base a questo, sembra che totaf òt implica uno spunto per iniziare una conversazione, infatti Rashì spiega che essi si chiamano totaf òt perchè “chiunque li vede legati tra gli occhi si ricorderà del miracolo [dell’Esodo] e ne parlerà.”10

5. Un indizio numerico

Il Baal Haturìm dice che la frase “uletotafòt ben enecha” (per i totafòt tra i tuoi occhi), ha lo stesso valore numerico della frase “ele arbaa batìm”, questi sono quattro compartimenti [ dei tefillìn del capo].11

6. Recuperare Totafòt per l’ebraico

Secondo la spiegazione di Rabbi Akiva, è necessario capire perché la Torà utilizzi parole straniere (copte, frigie) per formare il termine “totafòt”. La Torà non avrebbe potuto usare un termine ebraico originale per questa mitzvà? Il Tzemach Tzedek, Rabbi Menachem Mendel di Lubavitch, cita lo Shelà, che diffida dall’interpretare questo come se la Torà usasse parole provenienti da lingue non ebraiche. Egli spiega, piuttosto, che tutte le lingue derivano in ultima analisi dalla Lashòn Hakodesh, la Lingua Santa.

“Quando D-o creò il mondo,” scrive, “esisteva solo la Lingua Santa”, come attesta Rashì in diversi punti. Solo in seguito, con la Torre di Babele, D-o confuse il linguaggio umano e introdusse la diversità linguistica. In quel momento, D-o intrecciò frammenti della Lingua Santa nelle nuove lingue delle nazioni. Così, anche i termini greci, caspici e africani citati da Rabbi Akiva contengono parole ebraiche originarie che sono state incorporate in altre lingue.

Da questa prospettiva, tat e pat—sebbene associati ad altre lingue—sono in realtà residui della Lingua Santa, rimpatriati nella Torà. Lungi dall’aver preso in prestito dalle nazioni, la Torà sta reclamando la propria lingua dispersa. Includendo tali parole, la Torà segnala che persino le lingue delle nazioni contengono scintille di santità.12

Tuttavia, forse l’uso di parole conservate nelle lingue straniere è stato intenzionale, poiché i tefillìn della testa sono un segno per le nazioni del mondo—come Rabbi Eliezer il Grande interpreta il versetto: “Tutti i popoli della terra vedranno che il Nome del Sign-re è proclamato su di te”13, in riferimento proprio ai tefillìn della testa14, che comunicano a tutti che il Nome di D-o è letteralmente portato sul nostro corpo.