Questa storia è stata registrata da Rav Yaakov Kadanir, secondo il racconto di Rav Aharon Strashelye, studente di spicco di Rav Shneur Zàlman di Liadi
C’era una volta un oste che purtroppo aveva accumulato un debito esorbitante nei confronti del duca polacco del posto. Il duca sfrattò l’oste e la sua famiglia dalla piccola locanda che chiamavano casa e li fece portare con la forza nel suo dominio, dove furono imprigionati.
Successe che la moglie dell’oste diede alla luce un bimbo in perfetta salute. Sette giorni dopo, una delegazione di cittadini si presentò all’ufficio del duca per chiedere rispettosamente che alla famiglia ebraica fosse permesso praticare la circoncisione del neonato. Consci della situazione, promisero che la cerimonia sarebbe stata breve. Forse colpito dal formalismo della delegazione, o per un ripensamento, il duca diede il suo consenso, a patto che la famiglia fosse costantemente sorvegliata dalle sue guardie.
Con il bimbo rannicchiato fra le braccia di sua madre, la famiglia emerse dalla prigione, sbattendo le palpebre alla luce del sole, e le annoiate guardie sparse nel ristretto cortile si ricomposero più attente. Dieci uomini erano giunti dalla vicina città e la circoncisione fu praticata con destrezza. Dopo aver augurato ai genitori “mazal tov” con tutto il cuore, gli ospiti, assieme al guardiano del duca, si accinsero a far onore alla tavola imbandita a festa. Sia gli uni che l’altro iniziarono a cantare a squarciagola, anche le guardie si unirono alle bevute e presto si appisolarono.
La notte era già calata quando il guardiano si rivolse agli ospiti con una luce negli occhi. “Posseggo tre bei cavalli robusti, veloci come gazzelle” sussurrò. “se ci state a pagare, porterò l’oste e la sua famiglia in una città distante da qui, Questa sera stessa.”
Il piano del guardiano era sensato. Le notti invernali erano lunghe, e le strade ancora abbastanza libere da neve. Gli ospiti si misero la mano in tasca e racimolarono alcuni rubli che dettero al guardiano. Questi prese l’oste e la sua famiglia in fretta e furia, fece loro montare i suoi robusti cavalli, e lo scompagnato gruppo se la filò dal portone del dominio ducale. Non si mosse nemmeno una guardia.
Erano a mezza strada per la città quando l’oste e sua moglie si resero conto all’improvviso dell’assenza del loro neonato! Era stato lasciato indietro nel dominio del duca. Con pianti e singhiozzi i genitori implorarono il guardiano di tornare indietro. Non ci fu verso. Al guardiano non importava. La usa vita già era a repentaglio, e tornare indietro sarebbe stata una scorciatoia efficace per perderla. Ignorò le disperate implorazioni e spronò ancor di più il suo cavallo.
Al dominio ducale intanto, una ad una le guardie si svegliarono, guardandosi attorno costernate. L’oste e la sua famiglia erano scomparsi. Fecero delle battute per cercarli, senza esito. Tutti i prigionieri erano scappati, ad eccezione del neonato.
Il guardiano fece presto ritorno, srotolando una storia di coraggio con sé stesso protagonista. La famiglia si era impadronita dei cavalli ed era fuggita, lui solo aveva tentato di rincorrerli, senza però riuscire a raggiungerli. Quando ebbe finito di raccontare, il Duca era ormai convito che i prigionieri fossero stati più furbi del guardiano, che non fu nemmeno sospettato di aver partecipato al temerario piano di fuga.Senza bimbi ormai da anni, il guardiano e sua moglie desideravano ardentemente un figlio. Il bimbo abbandonato rappresentava ai loro occhio un’insperata opportunità. Sfruttando il favore condiscendente che il Duca gli accordava, lo prese a parte e gli domandò il permesso di adottare il bimbo. A sua incommensurabile delizia, il duca acconsentì. Non passò molto tempo che il guardiano e sua moglie divennero per il bimbo “mamma” e “papà”.
All’età di otto anni, il guardiano insegnò al bimbo il mestiere di pastore, mandandolo poi ai pascoli senza accompagnarlo. Fu così ch’ egli apprese la propria provenienza. Si trovava al pascolo, intento ad accudire le pecore, quando gli altri pastori iniziarono a canzonarlo.
“Ma sei davvero convinto che il guardiano sia tuo padre?”, sbeffeggiavano. “Non sei proprio uno dei nostri, lo sai questo? Perché sei un ebreo, ecco cosa sei”.
Il bimbo ascoltava attonito mentre i pastori ripetevano continuamente la stessa storia.
“Non è vero niente” sbottò.
“Ah sì, ne vuoi la prova?” gli risposero. “Sei circonciso, e solo gli ebrei sono circoncisi”.
Alla luce di questa prova inconfutabile, egli si sentì profondamente scosso. Fu preso da un improvviso bisogno di scoprire tutto quel che poteva dell’ebraismo. Doveva fuggire.
Quando il guardiano e sua moglie partirono per un viaggio, il bimbo seppe che non avrebbe avuto un’altra possibilità. Scattò fuori dalla porta, corse lungo le vie conosciute, e oltre, abbandonando la periferia della città. Continuò a correre sino a giunger per caso in uno shtetl, un borgo ebraico. Lì raccontò la propria storia agli increduli passanti. Fu aiutato a trovare una sistemazione presso una famiglia, che gli diede cibo e indumenti, compreso un tallit katan della sua misura. Ora appariva come l’ebreo che era.
Rimase in quel borgo per un anno intero, imparando l’alef-bet e le preghiere quotidiane, sin quando gli abitanti lo inviarono in un’altra città, poiché il rischio che la sua identità venisse scoperta da estranei era sempre presente. Il ragazzo progredì senza indugi nello studio del Chumasch e dei rudimenti del Talmud. Dopo il suo bar mitzvà proseguì in una Yeshivà, diventando uno studioso di tutto rispetto. Da lì, il ragazzo, divenuto ormai un giovanotto, fu scelto come insegnante dal proprietario di una taverna, i cui figli necessitavano della presenza costante di un maestro.
Il proprietario della taverna era un chassid seguace di Rav Michel da Zlochiv. Prima di tornare a render visita al suo rabbino, il taverniere chiese all’insegnante se volesse accompagnarlo.
“Certo che sì, verrò” rispose il giovanotto. “Forse il Rebbe saprà aiutarmi a rintracciare i miei genitori”.
Così, loro due partirono per Zlochiv all’indomani. Il taverniere fu il primo ad essere introdotto alla presenza del Rebbe, seguito poi dal giovanotto. Pensando bene che sarebbe stato meglio cominciare dall’inizio, il giovanotto raccontò l’intera sua storia. Più di ogni altra cosa, sulla sua mente gravava il desiderio di rintracciare e rivedere i propri genitori.
Reb Michel non disse nulla. Prese un piccolo pezzo quadrato di pergamena, intinse la penna nel calamaio e scarabocchiò poche parole su di esso. Il giovanotto osservò in silenzio mentre Reb Michel ripiegò la pergamena, tirò fuori un lembo di cuoio e con un ago lo cucì come un borsellino nel quale rinchiuse la pergamena.
“Portalo sotto le vesti”, disse Reb Michel, tendendo il suo manufatto al giovane uomo, “Deve rimanere ermeticamente chiuso sino a quando sarai sotto la chuppà col rabbino vicino a te. Sarà lui ad aprire il borsellino e leggere quel che è stato scritto, dopodiché potrà procedere con la cerimonia”.
Per anni, il giovanotto si portò addosso quello strano borsellino di cuoio, sotto gli abiti in qualsiasi occasione. Si trasferì in una lontana città, ove trovò di nuovo un posto come insegnante, compito per il quale era particolarmente adatto. Dopo aver compiuto diciannove anni, ricevette un fiume di proposte di matrimonio.
Un possidente che abitava nelle vicinanze se lo ebbe a cuore. Col passare del tempo e lo scorrere di conversazioni sempre più frequenti, il loro rapporto si trasformò in mutuo rispetto e affetto. Il ricco signore aveva una figlia, e propose che i due giovani si sposassero.
Giunti alle nozze però, il giovane uomo esclamò “Non posso andare avanti così”, lanciando uno sguardo ai suoi futuri suoceri, la cui espressione al lume di candela mutò da felice beatitudine a stordimento. Sotto la chuppà, circondati dagli astanti, egli stava per infilare l’anello al dito della sposa quando si sovvenne delle istruzioni di Reb Michel. “ho ordine di Reb Michel di Zlochiv che un rabbino qualificato presenzî al mio matrimonio. Non procederò categoricamente senza prima soddisfare questa condizione.
Senza molta scelta, il matrimonio fu aggiornato all’indomani e la folla vestita a festa si dissolse, brontolando con sé stessa. Venne subito inviata una carrozza alla città vicina, a recuperare un rabbino per volontà del possidente.
La sera seguente la cerimonia nuziale venne ripetuta, questa volta sotto l’occhio vigile di un rabbino. Il giovane uomo infilò una mano sotto il suo lucido abito, ne ritrasse il borsellino con il fragile frammento di pergamena ingiallita e lo porse al rabbino che lo aprì. Dozzine di paia di occhi seguiron ogni sua mossa mentre svolgeva la pergamena e studiava la calligrafia di Reb Michel. Gli occhi del rabbino si spalancarono sorpresi.
“io,… io non capisco, profferì debolmente il rabbino. Mostrò al giovane uomo le parole ch’egli si era portato appresso per anni.
Erano solo sei: Come potrebbe sposare sua sorella?
Il giovane uomo guardò con occhi sbarrati la scritta e accusò il colpo. Questo non s’ha da fare, pensò. Un’onda di gioia cominciò a formarsi nel suo petto, crescendo e crescendo sino al punto ch’egli saltò fuori da sotto la chuppà e cominciò a saltellare a zonzo tra la folla sbigottita, battendo le mani ad ogni saltello. Un mormorio sovrastò la folla. I genitori della sposa osservavano orrificati, convinti che il loro caro sposo fosse rotolato nella demenza.
Il rabbino corse dal giovane uomo.
“Perché fai così?” chiese. “Cosa significano queste parole?”
Il giovane uomo raccontò tutto al rabbino. Per lui era chiaro che Reb Michel di Zlochiv seppe sin da subito che il suo potenziale suocero era in verità suo padre e che sotto la chuppà vi sarebbe stata sua sorella.
Il Rabbino cominciò a porre domande al suocero, che era ancora confuso da tutta la storia.
Da dove proveniva?
Il suocero narrò della sua fuga dal duca così tanti anni addietro.
Riuscì a salvare tutti i propri figli?
No, un figlio rimase indietro, il neonato.
Quanti anni prima successe il fatto?
Diciannove anni da quel giorno.
Intervenne Il giovane uomo, “Anche io sono nato diciannove anni orsono. Son il neonato che dimenticasti, e la sposa è mia sorella. Il guardiano si chiama così e così, e cosà si chiama il dominio del duca, giusto?”
I genitori abbracciarono il ragazzo che avevano creduto perso per sempre, inzuppando i vestiti della festa con lacrime di gioia.
Inutile dire che i balli e la gioia di una riunione tanto agognata nulla avevano da invidiare a quelli di un matrimonio.
Traduzione di Yaakov Mueller, per Chabad Lugano.
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