La ketubà è il contratto matrimoniale che delinea gli obblighi del marito a sua moglie e il compenso finanziario dovuto alla moglie nel caso in cui il matrimonio venga sciolto tramite divorzio o vedovanza. Analogamente a un ghet (il documento di divorzio), la ketubà viene scritta in aramaico, la lingua franca degli ebrei nell’epoca talmudica.
Come mai è stata scritta in aramaico anziché in ebraico? E perché si continua a scriverla in aramaico anche al giorno d’oggi, quando la maggior parte degli ebrei conoscono meglio altre lingue?
Terminologia legale precisa
L’importanza del linguaggio preciso ed esatto della ketubà non può essere sottovalutata, sia per la sua natura legale sia per il suo più profondo significato spirituale.
Avere una ketubà kasher redatta correttamente è infatti fondamentale, non solo per la cerimonia nuziale in sé, ma per la vita matrimoniale in generale, tanto che risulta problematico per una coppia convivere, anche temporaneamente, senza una ketubà kasher1. (Nel caso in cui il documento venga smarrito o distrutto, oppure se si riscontra un errore grave nel testo, la coppia deve procurarsi immediatamente una sostituzione da un rav.)
Per secoli, risalendo ai tempi talmudici, i saggi hanno esaminato attentamente la formula aramaica della ketubà, assicurandosi che ogni parola fosse precisa, prestando particolare attenzione ai termini che possono avere più significati.
Come accade nei contratti odierni, più un contratto è importante, più esperti vengono incaricati di rivederne il linguaggio per renderlo il più rigoroso e accurato possibile. Non sorprende quindi che il contratto di matrimonio, uno dei passi più importanti e monumentali della vita che unisce due metà di una stessa anima, debba utilizzare un linguaggio estremamente preciso. Per questo motivo si usa il testo aramaico tradizionale, affinato attraverso secoli di studio a partire dai Maestri del Talmùd2.
Traduzioni della ketubà
Nonostante sia teoricamente possibile avere un ghet o una ketubà in un’altra lingua se sono scritti con precisione secondo tutte le norme rilevanti, l’halachà permette ciò solo in situazioni estreme3.
Certamente esistono traduzioni della ketubà, e siccome si tratta di un documento legale è importante leggerlo e capirlo o farselo spiegare da un rav che capisca la lingua originale4. Ciononostante, la ketubà usata per il matrimonio stesso dovrebbe contenere solo il testo originale tradizionale, per assicurare che sia scritto con precisione, secondo l’halachà.
Una lingua semi-sacra
Oltre all’aspetto legale della ketubà, esistono motivi più profondi per l’uso dell’aramaico.
La ketubà è redatta in aramaico sin dai tempi del Secondo Tempio5, conferendo al testo una dimensione di sacralità e saldandolo alla tradizione dei nostri antenati. Così, utilizzare il testo aramaico tradizionale della ketubà collega noi e la nostra futura famiglia all’eredità ricca e illustre dei nostri padri6.
In realtà la ketubà e il ghet sono scritti in aramaico con alcune parti in ebraico, e un documento che alterna due lingue è generalmente considerato invalido. Perché invece in questo caso è permesso?
Tra le varie spiegazioni, Rabbi Moshe Isserles afferma che l’aramaico possiede una certa santità (che risale al Monte Sinai7 ) e può quindi essere accostato all’ebraico, la “lingua sacra”8.
In effetti, parti della Bibbia stessa, così come della Torà Orale trascritta nel Talmud, sono scritte in aramaico. Inoltre, alcune preghiere speciali, come il Kaddish, vengono recitate in aramaico, a indicare che l’aramaico è considerato una lingua speciale e unica9.
Ma perché fu scelto l’aramaico invece dell’ebraico?
Gli Angeli non capiscono
A livello omiletico, molti10 citano un Midrash relativo al periodo precedente al dono della Torà al popolo ebraico. Desiderando mantenere la Torà in Cielo, alcuni angeli sostenevano che i semplici mortali non potessero essere considerati affidabili nello studio della Torà. In risposta, D-o promise che gli uomini ebrei si sarebbero dedicati allo studio della Torà.
Eppure, nel testo della ketubà, gli uomini ebrei accettano incondizionatamente di impegnarsi al massimo per sostenere le loro mogli. Questo, almeno in teoria, potrebbe essere usato dagli angeli come elemento per rafforzare la loro argomentazione secondo cui gli ebrei non sarebbero pienamente affidabili nello studio diligente della Torà.
I saggi ci insegnano che gli angeli capiscono tutte le lingue tranne l’aramaico11. Perciò, spiegano alcuni, scrivendo la ketubà in aramaico impediamo agli angeli di utilizzarla nella loro contestazione.
Una base di pace
Alcuni citano un altro Midrash.
Quando giunse il momento in cui D-o avrebbe creato Adamo, Egli “consultò” gli angeli ministranti. L’Angelo della Verità disse: “Non creare gli esseri umani, perché saranno pieni di menzogne”. L’Angelo della Pace disse: “Non crearli, perché saranno in continua discordia!”. Che cosa fece D-o? Afferrò l’Angelo della Verità e lo scagliò a terra12.
Questo risolse il problema dell’Angelo della Verità, ma i commentatori si chiedono: come Si confrontò D-o con l’Angelo della Pace?
I commentatori spiegano che, basandosi sulla halachà secondo cui è permesso “piegare” la verità per mantenere la pace13, ora che la necessità di una verità assoluta era stata gettata a terra, diventava possibile mantenere la pace.
Tuttavia, una parte del testo della ketubà recita: “Lavorerò, ti onorerò, ti nutrirò e ti sosterrò secondo l’uso degli uomini ebrei, che lavorano, onorano, nutrono e sostengono le loro mogli fedelmente”. La parola aramaica tradotta come “fedelmente”, בקושטא, significa letteralmente “nella verità”. Così, quando stiamo creando un’unione che, con l’aiuto di D-o, darà origine a nuova umanità, stiamo affermando che essa sarà fondata sulla verità. Questo può dare all’Angelo della Pace un pretesto per sollevare nuovamente obiezioni, sostenendo che mancherà la pace. Per evitarlo, lo si scrive in una lingua che gli angeli non comprendono14.
Queste spiegazioni omiletiche, pur non essendo le ragioni principali dell’uso dell’aramaico nella ketubà, sottolineano l’importanza di impegnarci affinché la nostra nuova casa sia permeata di Torà e di pace.
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