Quattro brevi riflessioni e un video tratti e adattati dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch sulla Parashà Vayakhel-Pekudè.

Lavoro passivo

Uno dei paradossi di una vita vissuta con la fede riguarda la necessità di lavorare per vivere. Se D-o è la fonte di tutte le benedizioni, perché è necessario faticare per guadagnare un sostentamento dignitoso. E se lavoriamo, come possiamo evitare di pensare che sono solo i nostri sforzi che producono risultati tangibili? Sembra di essere in conflitto tra la passività totale e la negazione del coinvolgimento di D-o nel mondo.

Pertanto, il credente è impegnato in ciò che possiamo chiamare “lavoro passivo”. Come leggiamo nei primi versetti della parashà Vayakhel, Moshé istruisci i figli d’Israele:

“Sei giorni il lavoro verrà fatto; ma nel settimo giorno sarà per voi un giorno santo, un sabato dei sabati per D-o...”

Non c’è scritto “sei giorni lavorerai” ma “sei giorni il lavoro verrà fatto”. La forma passiva del testo suggerisce che anche durante i sei giorni lavorativi della settimana, quando a un ebreo è permesso e anche dovuto lavorare, dovrebbe essere occupato con i suoi sforzi materiali, ma non assorbito da essi.
Per sei giorni verrà fatto il lavoro

Unità

La parashà di questa settimana descrive come Moshé comandò il popolo ebraico di costruire un Santuario per D-o nel deserto e la risposta entusiasta del popolo, che donò generosamente e si occupò della costruzione di questa dimora per D-o.

Il nome della parashà è Vayakhel, ovvero “Ed egli riunì”, e inizia raccontando che Moshé unì l’intero popolo ebraico. Questo evento ci insegna una lezione importante, quando siamo impegnati nella costruzione di un Santuario dove la presenza divina verrà rivelata, è importante assicurare che ci sia unità tra il popolo ebraico.

Nelle preghiere diciamo ogni giorno: “Benedici noi nostro Padre tutti come uno”. I commenti spiegano che quando siamo “tutti come uno” a quel punto abbiamo creato uno scenario adatto per la benedizione palese di D-o.

Applicando questo concetto a un livello più personale: Ci sono persone che si vantano della propria sensibilità e raffinatezza spirituale. Tale raffinatezza deve riflettersi in rapporti migliori e più inclusivi con i propri simili. Poiché è solo attraverso l’autotrascendenza che si può apprezzare la spiritualità. E l’esperienza più concreta dell’autotrascendenza è rappresentata dalle relazioni con gli altri.

Anche l’ordine di questo processo è importante, iniziando con Vayakhel, mettiamo le basi per l’unità, rompendo le barriere che separano un ebreo dall’altro; quest’azione fa si che barriere che potrebbero impedire alla divinità di manifestarsi nel mondo, spariscano.
Lavoro di squadra

Un viaggio

La parashà di questa settimana chiude il Libro di Shemòt, Esodo. Il versetto finale del libro ci dice: “La nuvola coprì la Tenda del Convegno e la gloria di D-o riempì il Santuario… Poiché la nuvola di D-o era sul Santuario… davanti agli occhi di tutta la Casa d’Israele durante tutti i loro viaggi”.

Il Libro di Shemòt inizia con il racconto della schiavitù degli ebrei in Egitto, continua descrivendo la loro redenzione e racconta il dono della Torà e la costruzione del Santuario. È una storia di crescita continua. Dopo aver raggiunto la libertà fisica, essi si diressero verso il Sinai, dove D-o diede loro la Torà ed essi assistettero alla rivelazione della verità spirituale. Al Sinai, ogni persona sperimentò un legame diretto con D-o.

Questo diede loro l’abilità di comprendere un cammino di vita che rendeva possibile un legame con Lui non solo su una montagna nel deserto, ma anche nella realtà quotidiana della vita ordinaria. Ciò si realizza attraverso i mishpatìm, quell’ambito delli leggi della Torà che può essere compreso razionalmente e che regola le relazioni interpersonali.

Inoltre, questa consapevolezza spirituale trova un’espressione concreta nella costruzione del Santuario. Infatti il popolo ebraico prese elementi materiali, oro, argento, legno e rame, e li trasformò in una dimora per la Shechinà, la presenza divina. La conclusione di questo processo, e di tutta questa sequenza di ascesa, giunse quando “la gloria di D-o riempì il Santuario”. Nonostante i limiti della nostra esistenza mortale, l’umanità fu in grado di creare un luogo che D-o potesse dimorare, una casa per Lui, un luogo in cui la Sua stessa essenza veniva rivelata.

La Torà sottolinea tuttavia che questa sequenza di crescita non porta a una strada senza uscita. Infatti subito dopo afferma: “Quando la nube si alzava… i figli d’Israele partivano in tutti i loro viaggi”. Da queste parole capiamo che il servizio divino richiede un progresso costante. Per cui non possiamo mai “adagiarci sugli allori”, ma dobbiamo invece intraprendere continuamente obiettivi nuovi e più elevati. Così come D-o è infinito e senza limiti, allo stesso modo anche il nostro rapporto con Lui non conosce confini.

Una lezione di leadership

Anche se fu Moshé a erigere il Santuario, egli non fece alcun altro lavoro nella sua costruzione. Infatti, tutti gli arredi furono realizzati da altre persone. Egli trasmise i comandi e istruì il popolo su come costruire il Santuario e tutti i suoi utensili, ma non fece nulla del lavoro pratico da solo. Tutto fu eseguito da altri. Perché? Se doveva essere costruito da Moshé, perché delegò la responsabilità?

Da questo possiamo capire una lezione unica sul concetto di leadership. Un leader cammina sul filo del rasoio. Naturalmente, non deve rimanere in disparte dando ordini come un padrone assente. D’altra parte, l’intento non è che faccia tutto lui. Piuttosto, dovrebbe condividere la sua missione con il suo popolo, non solo dando loro uno scorcio dei suoi obiettivi da lontano, ma anche un ruolo attivo nel realizzarli. E il popolo non dovrebbe limitarsi ad applaudirlo nei suoi successi o eseguire i suoi comandi come robot. Ma dovrebbe invece interiorizzare il suo messaggio e imparare a condividere la sua motivazione interiore. Poiché l’elemento fondamentale della leadership è dare al proprio popolo una missione che li elevi al di sopra della loro comprensione ordinaria e impegni le loro vite con un senso e uno scopo.

Questo era l’intento di Moshé nel coinvolgere gli ebrei nella costruzione del Santuario: dare loro l’opportunità di condividere la sua comprensione e di prendere parte attivamente nel rendere il mondo degno della dimora della Presenza di D-o. Quando comandò agli ebrei di costruire il Santuario, D-o disse: “Fatemi un Santuario e Io abiterò in mezzo a voi”. Il termine utilizzato per "in mezzo" è al plurale, il che implica che la Presenza Divina non doveva risiedere solo all’interno della struttura del Santuario, ma in ogni membro del popolo ebraico. Per cui, partecipando alla costruzione del Santuario, gli ebrei interiorizzarono questo scopo, rendendolo parte del loro essere interiore.

Fare di questo mondo un Santuario per D-o

Quando D-o volle che il Santuario venisse costruito, Egli mostrò un Santuario pronto, fatto di fuoco, a Moshé. Con questo D-o gli stava dicendo: “Tutto esiste a livello spirituale, ma di modo che la Mia Essenza venga rivelata nel mondo terreno, il Santuario deve venire da questo mondo e i suoi materiali fisici”.