Cinque brevi riflessioni e un video tratti e adattati dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch sulla Parashat Shoftìm.
L'albero umano
"Poiché l’uomo è un albero del campo."
Deuteronomoio 20:19
I componenti principali di un albero sono: le radici, che lo ancorano al terreno e gli forniscono acqua e altre sostanze nutritive; il tronco, i rami e le foglie, che ne costituiscono il corpo; e il frutto, che contiene i semi con cui l’albero si riproduce.
La vita spirituale dell’uomo comprende anch’essa radici, un corpo e frutti. Le radici rappresentano la fede, la nostra fonte di nutrimento e di perseveranza. Il tronco, i rami e le foglie sono il corpo della nostra vita spirituale — le nostre conquiste intellettuali, emotive e pratiche. I frutti sono il nostro potere di procreazione spirituale — la capacità di influenzare gli altri, di piantare un seme in un altro essere umano e vederlo germogliare, crescere e portare frutto
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L'integrità di una guida
Questa lettura della Torà contiene il precetto di nominare un re. L’idea di un re come monarca assoluto — non semplicemente una figura cerimoniale — è estranea alla nostra mentalità. Non siamo disposti a sottomettere le nostre vite al dominio di un altro essere umano.
D’altronde, abbiamo urgente necessità di una guida autentica. Siamo disgustati da figure patinate che mancano di integrità; che si preoccupano solo di sé stesse e della propria immagine, e poco altro.
Il re David fu l’esempio per eccellenza della monarchia ebraica e, tuttavia, come egli stesso dice: "Non ho innalzato il mio cuore; i miei occhi non sono stati superbi… Ho calmato e acquietato la mia anima." Questa umiltà assoluta lo rese un canale idoneo alla manifestazione della Regalità divina.
Questo è un esempio per il nostro popolo nel suo insieme: lo scopo della monarchia ebraica è insegnare al popolo l’auto-annullamento. Il senso di rendere omaggio a un re mortale è infondere la kabbalàt ol, “l’accettazione del giogo divino,” in ogni dimensione del servizio divino del popolo, approfondendo l’intensità del nostro impegno fino a toccare la nostra stessa essenza.
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La Torà onnicomprensiva
La parashà di questa settimana inizia con il comandamento di nominare giudici in tutte le comunità. Questo indica uno degli orientamenti fondamentali dell’ebraismo: che una persona sia costantemente disposta a sottoporre se stessa e la propria condotta alla valutazione di un’autorità esterna e obiettiva. Tuttavia, tale autorità non è semplicemente un’altra persona più saggia e/o più esperta, bensì un depositario della conoscenza della Torà. Le sue decisioni riflettono la saggezza della Torà, non il suo giudizio personale.
In questo senso, i nostri Saggi si riferiscono a un erudito di Torà come a “un rotolo della Torà che cammina”. Infatti, la guida che egli offre è un’estensione delle decisioni della Torà, e non soltanto ciò che pensa sia giusto in quel momento.
L’ebraismo non si limita alla sinagoga. Infatti, la sua portata va oltre l’ambito della preghiera e dello studio e abbraccia ogni attività umana. Per questo la Torà contiene leggi che regolano l’agricoltura, il commercio, i rapporti tra datore di lavoro e dipendente, e altre questioni che normalmente non collocheremmo nella sfera della religione.
Dando ai giudici della Torà il potere di esercitare una vera leadership nell’epoca presente, anticipiamo l’adempimento della profezia di Isaia: «Ti restituirò i tuoi giudici come un tempo», con la venuta del Mashiach.
Il Re nei campi
La parashà di questa settimana include la mitzvà dell’eglà arufà, un atto rituale in cui si rompe il collo di una giovenca per espiare l’omicidio di una persona uccisa da un aggressore sconosciuto.
L’eglà arufà veniva offerta per assolvere gli abitanti della città vicina dalla loro responsabilità per la morte della persona. Ma perché dovrebbero esserne ritenuti responsabili? Apparentemente, chi è morto è responsabile della propria morte: dopotutto ha lasciato la città, un luogo di Torà, per recarsi nei campi. Perché allora altri — e per di più gli anziani della città — devono espiare per la sua morte?
Gli anziani della città rappresentano l’obbligo che ricade su ciascuno di noi, compiendo questo rituale e dichiarando: «Le nostre mani non hanno sparso questo sangue». I nostri Saggi spiegano che ciò significa che non hanno lasciato partire quella persona senza avergli fornito cibo e un accompagnamento. “Cibo” si riferisce allo studio della Torà. Prima che un ebreo lasci la “città” — ossia la comunità ebraica organizzata — per andare nei “campi”, la comunità deve fornirgli “cibo”, nutrimento spirituale, e assicurarsi che non affronti da solo le difficoltà che incontrerà, ma che sia accompagnato da altri.
Parshat Shoftìm viene sempre letta nel mese di Elùl, il mese in cui “il Re si trova nei campi”. Ogni ebreo dovrebbe “seguire le Sue vie” e uscire dalla sicurezza della “città”, la comunità ebraica consolidata, per recarsi nei “campi” e aiutare altri ebrei a ritrovare la strada verso la propria eredità ebraica.
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Un mese per prepararsi
Durante tutto il mese di Elùl, il popolo ebraico ha un compito collettivo: prepararsi affinché venga iscritto e sigillato per un anno buono e dolce. In effetti, esiste l’usanza ebraica di indossare abiti bianchi alla vigilia di Rosh Hashanà, per esprimere la certezza che tutti saranno iscritti nel Libro dei Giusti. È quindi chiaro che anche questa preparazione deve avvenire nello spirito dell’unità.
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