Mosè stava portando al pascolo il gregge del suocero Yitrò e arrivò al Monte Chorev. Era un momento tranquillo della vita di Mosè: era scappato dall’Egitto dove rischiava la pena di morte per aver ucciso un egiziano che stava colpendo un ebreo, aveva trovato rifugio in Midian, e lì sposo Tzippora. Si stava occupando del gregge del suocero da quarant’anni e ora aveva ottant’anni, e secondo il Midràsh aveva dimenticato la sofferenza dei suoi fratelli ebrei di cui era stato testimone in Egitto. Gli ebrei erano ridotti in schiavitù in Egitto da 115 anni, e i decreti del Faraone diventavano sempre più aspri. Sempre il Midràsh insegna che “D-o non assegna a nessuno un compito importante prima di averlo messo alla prova con un compito più leggero” (Shemòt Rabbà 2:3), e quando giunse il momento di liberare gli ebrei dalla schiavitù, Egli mise Mosè di fronte alla prova finale.
Il Pastore
Il Re David e Mosè furono entrambi pastori che divennero poi grandi leader. D-o osservò il modo in cui si prendevano cura del gregge per determinare se fossero stato in grado e fossero stati degni di guidare il Suo popolo. Quando Mosè portava il gregge al pascolo, arrivava fino al deserto, in un terreno che non apparteneva a nessuno, sapendo che i suoi animali non avrebbero brucato l’erba che apparteneva ad altri. Una volta vide un agnellino che si era allontanato dal gregge; lo seguì fino a che esso arrivò a una sorgente d’acqua, dove bevve e si dissetò. Mosè aspettò fino a che l’agnellino ebbe finito di bere, se lo mise sulle spalle presumendo che fosse affaticato e che non avesse le forze di camminare da solo, e lo riportò al gregge. D-o vide che Mosè ebbe compassione di un cucciolo, e decise di metterlo a guidare il Suo gregge, cioè il popolo ebraico.
Lo Strano Fenomeno
Una volta, in cerca di una pastura adatta, Mosè arrivò fino a un monte. Qui, per attirare la sua attenzione, D-o gli mostrò la vista di un roveto che stava bruciando ma i cui rami non si stavano consumando dal fuoco. Mosè fu incuriosito dallo strano fenomeno e si avvicinò al cespuglio. I commentatori hanno dato diverse spiegazioni sul motivo per cui D-o Si rivelò a Mosè proprio attraverso un roveto ardente. La più nota è che con questo voleva dimostrare che il popolo ebraico, che stava soffrendo in schiavitù, era oppresso ma non si sarebbe consumato, non sarebbe stato annientato. Secondo altri, D-o voleva mostrare che era comunque assieme e in mezzo ai figli d’Israele e che stava soffrendo con loro. A quel punto D-o Si rivelò a Mosè, con l’istruzione di recarsi in Egitto e portare fuori i figli d’Israele. Mosè all’inizio rifiutò, ingaggiando una vera e propria discussione con il Sign-re; trovò diverse ragioni per rifiutare la missione, fino a che D-o si adirò con lui.
Le nostre spine
Rabbi Yosef Yitzchak Schneerson, il precedente Rebbe di Lubavitch, paragona il roveto a un individuo che desidera servire D-o ma non è capace di esprimere la sua devozione. Uno studioso di Torà e un pio soddisfano la sete di D-o con lo studio e la preghiera, ma una persona semplice ha un fuoco dentro che non riesce a manifestarsi all’esterno, e non riesce mai a placare completamente la sete. Il Rebbe precedente spiega che questa è una grande virtù; Mosè aveva sicuramente la capacità di soddisfare il suo amore per D-o ma decise comunque di avvicinarsi al roveto, di avvicinarsi a quella forma di desiderio costante, volendo elevarsi alla condizione di persona semplice, che da questo punto di vista, per via dello sforzo e della difficoltà che affronta, può essere considerata più meritevole di un pio studioso. Il Deghel Efraim (Rabbi Efraim di Sudlikov) offre un’altra spiegazione. Le spine dell’arbusto di Mosè sono i nostri difetti, i nostri tratti caratteriali che vorremmo eliminare o per lo meno poter ignorare. Noi proviamo a cancellarli o trasformarli attraverso il nostro impegno nel servire D-o e con la preghiera, ma non sempre ci riusciamo. L’arbusto arde, ma le spine restano intatte. Rabbi Efraim ci dice di non lasciarci scoraggiare; D-o disse a Mosè di togliersi i sandali poiché si trovava su “un terreno sacro”: anche i nostri difetti e le nostre mancanze fanno parte del grande schema del creato, e D-o ci ama anche se non saremo mai perfetti.
Traduzione di Deborah Cohenca Klagsbald
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