Mosè (מֹשֶׁה o Moshé in Ebraico) era la guida scelta da D-o per portare gli Israeliti fuori dall'Egitto più di 3,300 anni fa. Egli era il profeta più grande mai esistito, Moshè scrisse l'intera Torà (nota anche come i Cinque Libri di Moshé), il testo fondamentale dell'ebraismo.
La vita di Moshé
Moshé nacque in Egitto il 7 Adar 2368 (1393 aev), in un periodo quando gli Israeliti erano schiavi del Faraone e soggetti a molti decreti severi. Egli era il terzo dei tre figli di Yocheved e Amram. Suo fratello, Ahròn, era maggiore di tre anni, e sua sorella, Miriam, di sei anni.
Suo padre, una guida importante della tribù di Levì, viene chiamato nel Talmùd come "il migliore della generazione".
Per timore che la nascita di una guida futura porterebbe gli schiavi Israeliti fuori dall'Egitto, il Faraone decretò che tutti i neonati maschi vengano annegati. La madre e la sorella di Moshé erano levatrici e con coraggio ignorarono questo decreto malvagio.
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Quando Yocheved partorì un figlio maschio, tre mesi in anticipo, lo nascose in casa fino all'età di tre mesi, quando non poteva più nasconderlo. A quel punto mise suo figlio in una cesta impermeabile e lo mise nel Nilo.
Mentre sua sorella osservava attentamente, il neonato fu tirato fuori dal fiume da Bitya, la figlia del Faraone1 che lo crebbe nel suo palazzo.
Quando divenne adulto, Moshé lasciò il palazzo e osservò la sofferenza dei suoi fratelli. Un giorno vide un egizio picchiare crudelmente uno schiavo ebreo. Usando il nome di D-o, uccise l’egizio e nascose il suo corpo nella sabbia. Il giorno seguente uscì di nuovo e vide due ebrei litigare. Quando vide che uno stava per colpire l’altro, intervenne, rimproverando l’aggressore. L’uomo lo schernì chiedendogli: «Vuoi uccidere me, come hai ucciso l’egizio?»
Capendo che non poteva restare, Moshé fuggì dall’Egitto e si diresse verso Midian, dove sposò Tzippora, la figlia di Yitrò, e divenne padre di due figli, Ghershom ed Elièzer.
Quando aveva ottant’anni, Moshé stava pascolando il gregge di suo suocero quando D-o gli si rivelò in un roveto ardente sul Monte Choreb (Sinai) e gli ordinò di liberare i figli d’Israele.
Moshé esitò, sentendosi indegno e convinto che né il Faraone né il popolo gli avrebbero dato ascolto, anche perché aveva un impedimento nel parlare.
Al suo ritorno in Egitto, Moshé e suo fratello Aharòn si presentarono al Faraone dicendogli che D-o aveva stabilito che era giunto il momento che il Suo popolo fosse portato via dall’Egitto per poterLo servire. Il Faraone si rifiutò di prendere in considerazione la loro richiesta.
Moshé e Aharòn furono i messaggeri di D-o nel portare le Dieci Piaghe sugli egizi, iniziando con l’acqua che si trasformò in sangue e terminando con la morte di ogni primogenito egizio.
Dopo che il Faraone accettò di lasciare andare gli schiavi, Moshé li guidò fuori, e i miracoli continuarono. Dopo una settimana, il Faraone cambiò idea e decise di inseguire gli Ebrei. Giunti al Mar Rosso, Moshé guidò il suo popolo attraverso le acque su terra asciutta, lasciando gli egizi inseguitori a morire nel mare turbolento.
Per i successivi quarant’anni, Moshé si prese cura dei figli d’Israele “come una nutrice porta un bambino”, soddisfacendo ogni loro bisogno e rappresentandoli davanti a D-o, soprattutto quando sbagliavano e attiravano il Suo disappunto—cosa che accadeva fin troppo spesso.
Il periodo di guida di Moshé fu segnato da episodi di ribellione e lamentele. Solo dieci giorni dopo l’uscita dall’Egitto, si lamentarono perché l’acqua era amara. D-o fece addolcire miracolosamente l’acqua da Moshé. Successivamente, il 15 di Iyar, si lamentarono di non avere cibo, e D-o diede loro la manna. E poi, a Refidim, si lamentarono di non avere acqua, e D-o disse a Moshé di colpire una roccia affinché ne sgorgasse un torrente d’acqua.
Moshé: Colui che diede la Torà
Di tutte le sue imprese, Moshé è più famoso per aver portato ai figli d’Israele la Torà, il progetto divino per una vita morale. Infatti, i cinque libri della Torà sono conosciuti come i Cinque Libri di Moshé.
Ecco come accadde: sei settimane dopo aver guidato il popolo fuori dall’Egitto, essi giunsero al Monte Sinai. Sei giorni dopo il loro arrivo, la presenza di D-o coprì il monte ed Egli pronunciò i Dieci Comandamenti, l’essenza della Torà, al popolo. Secondo la tradizione, il popolo udì i primi due comandamenti direttamente da D-o, ma poi non riuscì più a sopportare la Sua voce, così Moshé ripeté loro i Dieci Comandamenti.
Moshé quindi salì sul Monte Sinai e vi rimase per quaranta giorni, mentre il popolo attendeva ai piedi del monte. Durante questo periodo non mangiò né bevve. D-o gli insegnò ogni dettaglio della Torà, che Moshé poi registrò in (parte del) testo che sarebbe divenuto la Torà.
D-o diede inoltre a Moshé due tavole di zaffiro sulle quali erano incisi i Dieci Comandamenti.
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Quando i quaranta giorni terminarono e il popolo non vide tornare Moshé, si spaventò, temendo che non sarebbe mai più sceso dal monte. Tornando alle pratiche idolatre degli Egiziani, fabbricarono un vitello d’oro e lo adorarono.
D-o disse a Moshé di scendere al popolo. Avvicinandosi all’accampamento, vide i festeggiamenti e la dissolutezza che circondavano l’idolatria; allora gettò a terra le tavole, frantumandole.
Moshé quindi guidò la sua tribù, Levì, nell’uccidere coloro che avevano partecipato alla creazione dell’idolo.
Moshé salì di nuovo sul monte per altri quaranta giorni, finché non ebbe ottenuto la promessa divina che D-o non avrebbe distrutto la nazione, ma le avrebbe concesso una seconda possibilità, cosa che sarebbe accaduta più volte durante la guida di Moshé.
Dopo un terzo periodo di quaranta giorni sulla cima del monte, Moshé discese con il perdono completo di D-o e con un secondo set di tavole, segno che la nazione era stata pienamente perdonata.
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Nella Torà, D-o diede a Moshé un insieme completo di istruzioni per la vita, che vanno da ciò che gli ebrei possono mangiare (kasher) alle leggi del matrimonio (niente incesto né adulterio), da come si deve adorare (nessuna immagine scolpita) a come devono apparire le case ebraiche (installare una mezuzà sullo stipite della porta).
Moshé trasmise queste istruzioni (mitzvòt) alla nazione e le registrò anche, in forma concisa, nella Torà.
Molte istruzioni, tuttavia, non furono scritte. Queste sono conosciute come halachà le-Moshe mi-Sinai (“leggi date a Moshé sul Sinai”).
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Le spie
In procinto di entrare nella Terra Santa, il popolo inviò dodici spie per controllare il territorio, ogni spia rappresentava una tribù. Eccetto Yehoshua e Calev (che rappresentavano Efraim e Yehuda), le spie tornarono con racconti terrificanti di giganti, frutta enorme e città impenetrabili.
Il popolo pianse tutta la notte, mostrandosi riluttante di entrare nella Terra d'Israele. D-o disse a Moshé che era pronto a distruggere il popolo, ma Moshé implorò D-o di perdonarli e D-o ascoltò la sua richiesta. Ma il danno era stato fatto. Questa generazione non avrebbe meritato di entrare nella Terra e vagherà nel deserto per 40 anni fino a quando tutti gli uomini in età di combattimento moriranno di cause naturali. Di quella generazione solo Calev e Yehoshua andranno nella Terra Promessa.
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Moshé non fu incluso in questo decreto anche se eventualmente anche a lui non fu permesso di entrare nella Terra, seppure per un altro motivo, descritto sotto:
Il confronto alla roccia
Dopo la dipartita di Miriam, il pozzo che sgorgava acqua in suo merito, sparì , e il popolo era assetato. D-o disse a Moshé e ad Aharòn di parlare alla roccia ed essa darebbe acqua. Invece, essi colpirono la roccia seguendo istruzioni che avevano ricevuto prima a Refidìm, quando D-o disse loro di colpire la roccia con il loro bastone per portare fuori acqua. In questo caso, colpendo la roccia anziché parlando ad essa, essi persero l'opportunità di mostrare che perfino una roccia obbedisce alle parole di D-o, senza che sia necessario colpirla. D-o disse loro che sarebbero stati puniti per non aver seguito la Sua parola: entrambi moriranno nel deserto e non potranno entrare nella Terra d'Israele.
Moshé supplicò ed implorò, senza successo. Egli guiderà il popolo fino al confine con Israele, li guiderà nella conquista dei territori ad est del fiume Giordano e potrà vedere la Terra Santa da lontano. Ma morirà e verrà sepolto al suo esterno, insieme alla generazione che guidò fuori dall'Egitto.
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La dipartita di Moshé
Quando Moshé si avvicinava al suo centoventesimo compleanno, era ancora energico, con una vista eccellente e una pelle liscia, ma i suoi giorni stavano per finire. A partire da quaranta giorni prima della sua morte, lasciò al popolo il suo ultimo testamento. In esso ricordò loro gli elementi fondamentali della loro storia e ribadì molti dei mitzvòt. Particolarmente importante nel suo discorso fu l’ammonimento a non servire mai gli idoli.
Moshé mise per iscritto anche questo discorso, formando il libro del Deuteronomio, l’ultimo dei Cinque Libri di Moshè.
Poi, nel giorno del suo centoventesimo compleanno, Moshé salì sul Monte Nevo, dove D-o gli concesse una visione della Terra d’Israele, nella quale aveva tanto desiderato entrare. Moshé morì allora “per il bacio di D-o”, e nessuno seppe dove fosse stato sepolto.
Il popolo pianse Moshé per quaranta giorni. Ma non tutto era perduto. Già prima della sua morte, Moshé aveva nominato Yehoshua, il suo fedele allievo, che li avrebbe guidati nella Terra d’Israele.
Il nome di Moshé
Il nome “Moshé” è la versione greca del nome ebraico “Moshe” (che significa “tratto fuori”). Questo nome gli fu dato daMoshé ebbe anche molti altri nomi. Il Midrash ci dice che ne aveva non meno di dieci, i più famosi tra essi essendo Avigdor, Tovia e Yekutiel.
Moshé è spesso chiamato Moshé Rabbenu (“Mosè, nostro maestro”). Fu un guerriero senza paura, un leader ispiratore e il più grande profeta mai vissuto. Eppure ricordiamo Moshé soprattutto come il maestro della legge, la cui fedele trasmissione della parola di D-o continua a risuonare nei cuori e nelle case ebraiche fino a oggi.
Chi era Moshé
L'uomo più umile
La Torà descrive Moshé come l’uomo più umile mai esistito. Come può essere possibile? Forse non sapeva che D-o l’aveva scelto tra tutta l’umanità per guidare il Suo popolo dalla schiavitù? E che D-o gli parlò “faccia a faccia” in un modo mai avvenuto prima e mai più accaduto?
La chiave, dicono i maestri chassidici, è che Moshé non ha mai attribuito questi fatti importanti a se stesso. Invece egli era sempre conscio del fatto che era stato D-o a sceglierlo e a dargli qualità particolari. Secondo la sua logica, se D-o avesse scelto qualcun’altro, sicuramente avrebbe fatto un lavoro ancora migliore di lui.
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Moshè balbettava
Il Midrash dice che quando Moshé era un bambino piccolo nel palazzo del Faraone, egli afferrò la corona del regnante e lo pose sulla sua testa. Il Faraone temette che il bimbo voleva prendere il controllo della monarchia. Per metterlo alla prova, i consiglieri reali suggerirono che il Faraone metta dell’oro brillante e carbone ardente davanti al bambino. Se Moshé tenderà la mano verso il carbone diverrà chiaro che era semplicemente attratto da oggetti scintillanti.
Moshé stava per prendere l’ora ma un angelo spostò la sua mano verso il carbone. Moshé prese un pezzo di carbone e lo mise nella sua bocca, bruciandola, da allora, parlò con difficoltà.
Rabbi Schneur Zalman di Liadi spiega che la balbuzie di Moshé era un riflesso del suo livello spirituale. Infatti la sua anima proveniva dal mondo di Tohu (caos) che è ben al di sopra dalla nostra realtà. Ciò portò alla sua inabilità di comunicare con chi lo circondava.
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Moshé il pastore
I mistici chiamano Moshé il raya mehemna, tradotto generalmente come ‘pastore fedele’ o ‘pastore di fede’.
Moshé non si limitò ad assicurare che il suo gregge avesse cibo e acqua, bensì lavorò assiduamente per sostenere la loro fede in D-o. A livello basilare lo fece insegnandoli riguardo a D-o e la Sua volontà, a un livello più profondo, egli alimentò la fede del popolo collegandoli all’essenza delle loro anime, aiutandoli ad attingere dalla fede che avevano sempre avuto ma mai attivato.
In ogni generazione le guide del popolo ebraico da Mordechai al Maimonide hanno avuto questo ruolo, guidando, accompagnando e ispirando il popolo ad avvicinarsi a D-o, alla loro fede e a se stessi.
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