Quattro brevi riflessioni e un video tratti e adattati dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch sulla Parashà Vayechì.
Le tre vite di Ya'akòv
La vita di Ya’akòv in Eretz Yisrael ci dà la forza di vivere momenti di vera libertà, momenti in cui affermiamo la nostra vera volontà contro tutte le forze, esterne e interne, che cercano di soffocarla.
Gli anni di Ya’akòv a Charan con Lavan, durante i quali si sposò e costruì una famiglia, ci ispirano e ci rendono capaci non solo di perseverare nelle nostre lotte, ma di gioirne, di viverle come periodi vivaci ed esaltanti delle nostre vite.
E il periodo di Ya’akòv in Egitto ci insegna come affrontare le situazioni in cui ci sentiamo sopraffatti da forze che sfuggono al nostro controllo. Ci insegna che anche questi momenti fanno parte integrante della nostra esistenza: che anche questi tempi possono essere affrontati con saggezza, dignità e integrità. Che anche questi tempi possono rivelarsi come periodi vitali e produttivi della nostra vita.
Ya'akòv e Rachel
Una parte intrinseca alla nostra natura è un perpetuo anelito al miglioramento di sé. L’essere umano non è mai contento di semplicemente essere: il solo pensiero di un’opportunità mancata o di un potenziale non realizzato non gli dà pace, spingendolo alla fatica incessante e all’ambizione instancabile che egli chiama vita.
Egli, abbiamo detto. Poiché, sebbene l’impulso al perfezionamento di sé sia presente in ogni individuo della nostra specie, esso appartiene al nostro aspetto “maschile”, attivo e assertivo. Ma non meno parte integrante del nostro essere è l’elemento “femminile”, la nostra capacità di ricettività e di sacrificio, la nostra convinzione che non vi sia grandezza più grande dell’abnegazione del sé per un fine più elevato.
L’uomo è dunque una creatura che possiede non uno, ma due centri del proprio essere. L’uomo è spirito che ruota attorno a un asse di individualità alla ricerca di realizzazione, ma è anche anima centrata su un nucleo di altruismo.
Come ebrei, ereditiamo questa dualità da Ya’akòv, il più eletto dei Patriarchi, e da Rachel, la madre per eccellenza d’Israele. Da Ya’akòv, la cui vita di compimento è coronata da un corteo regale verso il cuore della Terra Santa, dove riposano i fondatori d’Israele, traiamo il nostro potenziale di perfezione personale. E da Rachel, la giovane madre che morì dando alla luce un figlio e che dimora in una solitaria tomba lungo la strada per meglio testimoniare la sofferenza dei suoi figli, riceviamo la nostra capacità di dedizione e di trascendimento del sé.
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La Vita Eterna
Il nome della parashà di questa settimana solleva una domanda evidente. Vayechì significa “Egli visse”. Eppure, l’intera lettura della Torà si concentra sull’opposto della vita: la malattia finale di Ya’akòv, le sue benedizioni d’addio ai figli e la sua sepoltura.
Scegliendo questo nome, la Torà ci insegna lezioni fondamentali sulla vita e sulla morte. La vita è eterna, continua, ininterrotta. Non può fermarsi nemmeno per un istante.
Quando comprendiamo cos’è davvero la vita, diventa chiaro perché la vita sia identificata con D-o, come è scritto: “E il Signore D-o è verità. Egli è il D-o vivente.” Egli è infatti l’unico essere la cui esistenza è veramente costante. Tutto il resto appare solo per un attimo sullo schermo del tempo e poi svanisce.
Come può un mortale partecipare alla vita eterna? Aderendo a D-o, come è scritto: “Voi tutti che vi aggrappate al Signore vostro D-o... siete vivi.” Altrimenti, le nostre vite non sono che ombre fugaci, momenti brevi e tremolanti.
È a questo che i nostri Saggi si riferivano quando dissero: “Ya’akòv, nostro antenato, non morì. Poiché i suoi discendenti sono vivi, egli è vivo.” Ya’akòv era vivo, perché era connesso alla divinità in modo completo. Non aveva un’esistenza individuale propria; ogni aspetto della sua vita era vissuto per amore di D-o.
Con la sua dipartita, Ya’akòv mostrò l’eterna vitalità della sua esistenza: come aveva saputo attingere alla scintilla divina dentro la sua anima e insegnare ai suoi figli a perpetuare questa eredità. Chiamando questa sezione Vayechì, la Torà mette in risalto questa qualità, mostrando a ciascuno di noi come possiamo andare oltre la nostra mortalità e connetterci con l’infinito.
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Efraim e Menashè
Quando Yosef portò i suoi figli da suo padre perché li benedicesse, li pose davanti a Ya’akòv secondo l’ordine della loro nascita. Ya’akòv, tuttavia, incrociò le mani e pose la destra sul capo di Efraim.
La chiave per comprendere questo racconto risiede nei nomi dei due fratelli. Menashè ricevette il suo nome perché “Dio mi ha fatto dimenticare... tutta la casa di mio padre.” Menashè rappresenta l’ebreo che ricorda costantemente a sé stesso di non appartenere alla terra in cui vive, che la sua vera casa è “la casa di suo padre”. Questo lo distingue, lo separa dal popolo tra cui abita.
Efraim, invece, ricevette il suo nome perché “Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione.” Egli è consapevole di trovarsi “nella terra della mia afflizione”, ma ciò non lo turba. Al contrario, egli è “fecondo”, trasforma l’oscurità di quell’ambiente in luce.
Per questo motivo Ya’akòv diede a Efraim la benedizione maggiore, poiché l’intento ultimo è far risplendere l’esilio stesso. Se lo scopo dell’esilio fosse soltanto ricordare la nostra condizione precedente, Dio non ci avrebbe inviati lì. Egli ci ha mandati perché dall’esilio stesso può scaturire un vantaggio. Utilizzando i suoi elementi per uno scopo spirituale, si porta alla luce la divinità latente in essi. Questo è lo scopo per cui gli ebrei sono stati mandati in esilio, e fu Efraim a realizzare pienamente tale scopo.
A un livello più elevato, dobbiamo compiere entrambi i tipi di servizio divino, quello di Menashè e quello di Efraim. Iniziamo la nostra giornata con la preghiera e lo studio, collegandoci alla nostra identità ebraica, il servizio di Menashè. Poi ci dedichiamo alle attività quotidiane, svolgendo il servizio di Efraim e trasformando l’oscurità in luce.
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