Giacobbe chiamò attorno a sé i suoi figli e disse: “Radunatevi insieme, così che io possa dirvi cosa accadrà alla fine dei giorni” (Genesi 49:1). In realtà, il patriarca poi profetizzò sui tempi a venire ma non arrivò alla “fine dei giorni”, ed è noto il commento di Rashì al riguardo: Giacobbe voleva rivelare la fine dei tempi ma la Shechinà (la Presenza Divina) si allontanò da lui ed egli profetizzò su altre cose. Secondo molte fonti midrashiche, a quel punto Giacobbe fu assalito dal timore di non riuscire a rivelare la fine dei giorni a causa di lacune nella fede dei figli, ma su questo venne subito rassicurato da loro. Dunque il velo che si instaurò improvvisamente davanti a Giacobbe e che gli impedì di concludere la sua profezia non era dovuto né a lui né a suoi figli. E allora perché egli non poté rivelare la fine dei tempi?

I limiti

Questo concetto va al di là della portata della comprensione e della percezione di noi esseri umani, e in questi casi vengono meno anche le parole per esprimersi e si instaura una barriera che blocca la comunicazione. Si tratterebbe di descrivere l’indescrivibile, di spiegare qualcosa che non si riuscirebbe a concepire, e le parole appropriate non esistono. Questa è una delle ragioni per cui in questo momento cruciale la Shechinà si allontanò da Giacobbe. La facoltà di narrare la fine dei giorni era condizionata anche dalle limitazioni della natura. La realtà ci consente di relazionarci a ciò che appartiene alla sfera dell’essere, dell’esperienza e dell’azione. Così come non possiamo infilare un oggetto in un recipiente troppo piccolo, allo stesso modo non possiamo racchiudere in un “recipiente” nessun concetto che il recipiente non possa contenere. Il Talmud riporta: “Tutti i profeti hanno profetizzato solo riguardo ai giorni del Mashìach, ma riguardo al Mondo a Venire, nessun occhio ha visto, O Sign-re, tranne il Tuo” (Berachòt 34b). Questo spiega anche un’affermazione enigmatica del Talmud: “Tre cose arrivano inaspettate: il Messia, un oggetto perso e ritrovato e uno scorpione” (Sanhedrìn 97a): come sarebbe a dire che il Messia giungerà “inaspettato”? Gli ebrei di tutti i tempi e di tutte le generazioni hanno pregato e pregano per l’avvento messianico, che attendono con ansia; è un evento a cui non si smette mai di pensare! La risposta è che il Mashìach a cui tutti pensano non è il Messia che effettivamente giungerà, poiché è un evento che “nessun occhio ha visto”, rispetto a cui nessuno sa veramente cosa aspettarsi.

Le parole del cuore

È nota l’espressione “il cuore non può parlare alla bocca” (Kohèlet Rabbà 12:10): non tutto quello che una persona pensa o sente può essere espresso a parole, ma a volte il cuore non riesce a rivelarsi nemmeno a sé stesso. E infatti, tra le cose che sono nascoste a una persona, c’è anche ciò che è racchiuso nel cuore di un altro individuo. Una delle facoltà che non basta una vita intera per acquisire ma che è oggetto di continui sforzi da parte dell’uomo è proprio quella di acuire il senso di ciò che non può essere detto. Quando si tratta di fede, nulla può essere veramente studiato e articolato con le parole; se solo avessimo accesso a uno spiraglio sulla gloria di D-o! Ciò che è nelle nostre mani è la responsabilità di imparare a percepire e a intuire che esiste qualcosa che va al di là della nostra comprensione e percezione. Dobbiamo possedere la coscienza che questo qualcosa esiste, e la maturità di capire che dall’altra parte della cortina c’è una continuazione del nostro cammino. Il nostro compito è di sviluppare la consapevolezza che oltre il luogo che conosciamo c’è un luogo che non conosciamo; se portiamo a termine questo compito, allora possiamo sì sostenere di aver sperimentato ciò che “nessun occhio ha visto”.

Di Rav Adin Eden-Israel (Steinsaltz), chabad.org. Traduzione di Deborah Cohenca Klagsbald