Nel cap. 27 della Genesi è riportato l’episodio in cui Giacobbe approfittò della cecità del padre Isacco fingendo di essere suo fratello Esaù, per farsi dare le benedizioni che Isacco intendeva dare a Esaù in quanto primogenito (in realtà Esaù aveva venduto la sua primogenitura a Giacobbe, mostrando così di disprezzarla). Quando Esaù scoprì l’“inganno” giurò vendetta1 contro il fratello. Per salvarlo dall’ira del fratello, i genitori Rebecca e Isacco dissero a Giacobbe di recarsi a Padàn Aràm2, dallo zio Labano.
Lungo il cammino Giacobbe si sdraiò per dormire per la notte e fece il famoso sogno della scala con gli angeli che salivano e scendevano. Nel sogno D-o apparve a Giacobbe, gli promise protezione e promise ai suoi discendenti la terra in cui Giacobbe si trovava in quel momento.
D-o gli disse: “Io sono il D-o di tuo padre Abramo e di tuo padre Isacco3 ”.
Il commentatore Rashì nota che in genere nella Torà il Nome di D-o non è mai associato ai Giusti che sono ancora in vita; in questo caso invece il Nome è associato a Isacco, che era ancora vivo. Rashì spiega che la vista di Isacco era offuscata, egli stava sempre in casa, la sua inclinazione al male non era più presente in lui, e la sua condizione era assimilabile a quella di una persona deceduta.
Fino a che una persona è in vita, è troppo presto per definirla “un giusto”, poiché potenzialmente potrebbe cadere dalla sua condizione spirituale in qualunque momento; solo dopo il decesso della persona, quando ha concluso la sua vita da giusto, allora può essere considerata tale. Rashì spiega che il caso di Isacco era diverso e non esisteva la possibilità che la sua condizione spirituale cadesse di livello; egli era cieco e come tale incapace di peccare. Ma è veramente possibile considerare un non-vedente come incapace di peccare?
Forse che la vista è un prerequisito per la malvagità? Sicuramente no! Nonostante che il fatto di non vedere renda più difficile commettere alcune trasgressioni, un non-vedente è comunque soggetto a tentazioni come chiunque altro.
I Giusti
Secondo la spiegazione principale che Rashì fornisce sul motivo della cecità di Isacco, la sua vista si offuscò a causa del fumo delle offerte di Esaù agli idoli4, causate dalle sue mogli idolatre5. Questa è forse considerata la spiegazione più plausibile, ma presenta una difficoltà, poiché non è chiaro come il fumo possa essere direttamente collegato alla perdita totale della vista6. L’inalazione del fumo può causare problemi respiratori anche seri, può irritare gli occhi7, ma non risulta che causi completa cecità!
Il Rebbe di Lubavitch offre una interpretazione a questa spiegazione da un passo del Talmud. Quando rav Yehudà ben Yechezkel morì, il posto di capo della yeshivà di Pumbedita divenne vacante. Rav Yosèf figlio di Rabbì Chiyà, conosciuto per la sua sapienza8, era il principale candidato alla carica; egli però era anche molto umile e rifiutò la nomina, proponendo Rabbà bar Nachmàni, a cui fu affidata la carica e che restò a capo dell’Accademia per 22 anni, dopo i quali subentrò Rav Yosèf.
Il Talmud conclude che “durante tutti questi 22 anni, nessun medico9 ebbe mai motivo di recarsi nella casa di Rav Yosèf” (vedi Berachòt 64a e Horayòt 14a). Il Talmud10 stesso dà estrema importanza al fatto di risiedere in un posto dove ci siano esperti in campo medico, dunque il fatto che la famiglia di Rav Yosèf non necessitò di nessun medico per tutto quel tempo è considerato miracoloso. Rav Yosèf era anche cieco, e secondo una tradizione lui stesso si procurò la cecità poiché non voleva vedere cose che avrebbero contaminato la sua condizione spirituale11.
Allo stesso modo la cecità di Isacco non era la conseguenza diretta del fumo. In realtà Egli era così disgustato dalle pratiche idolatriche delle mogli di Esaù che volle perdere la vista piuttosto che continuare a vedere quegli abomini. Se questo era il motivo, possiamo capire perché la sua cecità era una prova della sua rettitudine e del fatto che non fosse più soggetto a peccare: se Isacco era così santo che i suoi occhi cessarono da soli di vedere perché altrimenti avrebbero intaccato il suo livello spirituale, significa che la sua anima e il suo corpo erano tutt’uno, e che egli era privo di qualsiasi tratto negativo. Riflettere sulla grandezza dei Giusti come Isacco e Rav Yosèf ci ispira a liberare il potenziale della nostra anima e ad elevare la nostra vita.
Traduzione di Deborah Cohenca Klagsbald
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