Quando Isacco e Rebecca videro il comportamento delle donne hittite che il figlio Esaù aveva sposato, indirizzarono l’altro figlio Giacobbe (gemello di Esaù) a scegliere una moglie tra le famiglie dei suoi cugini. Giacobbe obbedì, lasciò la città di Beersheva in cui vivevano e si diresse a Charàn, nell’Alta Mesopotamia, dove rimase per vent’anni sposando due figlie di Labano: Lea e Rachele. Tutto questo non passò inosservato agli occhi di Esaù. Egli capì che i suoi genitori non erano particolarmente entusiasti delle mogli che aveva scelto, e decise di porvi rimedio. Egli aveva visto che Giacobbe era stato benedetto dal padre Isacco, che gli aveva ingiunto: “Non prendere in moglie una delle figlie di Canaan…”. Esaù aveva visto che le donne cananee erano sgradite a suo padre, e così si recò da Ismaele e “prese come moglie Machalàt, figlia di Ismaele figlio di Abramo, sorella di Nevaòt, in aggiunta alle altre mogli che già aveva” (Genesi 28:6-9). Come dobbiamo interpretare questa iniziativa di Esaù? Era veramente uno sforzo sincero per mettere a posto le cose? Si era forse ravveduto? Il commentatore Rashì non sembra convinto della genuinità delle azioni di Esaù, e dice: “Egli [Esaù] aggiunse malvagità alla malvagità, poiché non divorziò dalle sue prime mogli”.

Nel Bene o nel Male?

Dalle parole di Rashì possiamo supporre che la scelta della nuova moglie non fosse migliore delle scelte precedenti, e come prova Rashì porta il fatto che questa nuova moglie era “in aggiunta alle sue altre mogli”. Se fosse veramente cambiato, non sarebbe più dovuto restare con le mogli malvagie che tanto angustiavano i suoi genitori! Però, c’è da considerare anche un altro elemento. Più avanti Rashì commenta che il nome di questa ultima moglie (Machalàt) significa “perdono dal peccato”: “Fu chiamata Machalàt perché i peccati [di Esaù] furono perdonati”. Dunque Rashì stesso sembra contraddirsi. In effetti, il Midràsh fornisce due opinioni contradditorie sul nuovo matrimonio di Esaù. Secondo Rabbi Yehoshua ben Levi, Esaù aveva genuinamente deciso di correggere il suo comportamento; secondo Rabbi Eliezer invece, l’ultima moglie era solo “una sofferenza sopra un’altra sofferenza; una spina assieme a un’altra spina” (Bereshìt Rabbà 67:13). In un primo momento sembra che Rashì accolga la prima opinione, eppure sembra poi adottare la posizione di Rabbi Eliezer.

Ciò che Conta è l’Intenzione

Il Rebbe di Lubàvitch mostra che, in realtà, Rashì dice qualcosa di diverso da quello che sembra. Dopo una attenta lettura, risulta che egli non implica affatto che la nuova moglie di Esaù fosse malvagia; e in effetti, la logica ci dice che se Esaù voleva accontentare i genitori, non avrebbe certo preso una moglie uguale a quelle che già aveva! La malvagità dunque non stava nella donna in sé, ma nelle intenzioni di Esaù. Sappiamo già che Esaù era furbo, calcolatore e manipolatore. Rashì lo paragona a un suino, che mostra il suo zoccolo per fare vedere che è diviso e che quindi è kashèr (quando invece non è kashèr perché non è ruminante). Prima di sposarsi, Esaù rapiva le mogli degli altri; poi quando ebbe quarant’anni decise di sposarsi perché suo padre Isacco si era sposato a quell’età e voleva fare la stessa cosa. Era solo una messinscena, provata dal fatto che sposò donne malvagie, che furono motivo di sofferenza per i suoi genitori. Ora decise di ingannarli di nuovo, sposando una brava persona, di buon lignaggio, ma in base a quanto ci dice Rashì, anche questa era una farsa.

Esaù riuscì parzialmente nel suo intento perché, chiunque legga la vicenda, pensa che Esaù si fosse ravveduto, ma non tutto è come sembra. Non sempre i grandi gesti nobili sono motivati da intenzioni altrettanto nobili. Sono le normali azioni, i piccoli gesti nella vita quotidiana, nei rapporti di tutti i giorni, le cose che una persona fa in silenzio, che dicono quello che una persona veramente è.

Traduzione Deborah Cohenca Klagsbald