Quattro brevi riflessioni e un video tratti e adattati dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch sulla Parashà Tetzavè.

Una Guida

La parashà inizia con il precetto di portare l’olio per la Menorà, il candelabro acceso nel Santuario. Agli ebrei fu ordinato di portare olio puro a Moshé affinché le lampade potessero essere accese. I nostri Rabbini chiedono: era Aharòn, il sacerdote, che accendeva la Menorà. Perché allora l’olio veniva portato a Moshé?

I saggi spiegano che l’olio rappresenta il potenziale spirituale essenziale che ogni ebreo possiede all’interno della sua anima. Ma l’olio deve essere acceso. Non è sufficiente possedere un potenziale spirituale: dobbiamo fare tutto il necessario affinché questo potenziale venga attivato e risplenda.

Ecco perché il legame con Moshé è così importante. Moshé non era semplicemente un leader che insegnava al popolo ebraico e trasmetteva loro la Torà. Infatti egli “parlava con D-o a faccia a faccia”. Per lui, la Divinità era un fattore reale quanto per noi lo è l’esistenza materiale ordinaria.

E quando le persone stabilivano un legame con Moshé, anche nelle loro vite la Divinità diventava un fattore concretamente reale. Poiché il potenziale spirituale interiore di Moshé era apertamente rivelato, il contatto con lui dava forza e permetteva a ogni persona di rivelare il proprio potenziale spirituale.

In ogni generazione vi sono leader ebrei le cui vite fungono da fari per ispirare gli altri a risvegliare il loro potenziale spirituale interiore. Quando le persone entrano in contatto con un individuo di questo tipo, non possono restare indifferenti; l’olio nelle loro anime viene acceso e comincia a brillare.
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I due altari

La parashà Tetzavè include il precetto di costruire l’altare d’oro, l’altare che era collocato all’interno stesso del Santuario. La lettura della Torà della settimana scorsa descriveva invece il precetto di costruire l’altare esterno, nel cortile del Santuario. Perché i due altari non vengono menzionati insieme?

La risposta si basa sul concetto che il Santuario offriva una rappresentazione visibile del santuario privato che ognuno di noi possiede nel proprio cuore. Infatti un altare allude agli sforzi dell’uomo per avvicinarsi a D-o. Così come abbiamo sentimenti che mostriamo agli altri e sentimenti interiori, più profondi e potenti, che di solito teniamo per noi; allo stesso modo, nel Santuario vi era un altare esterno, visibile al pubblico, e un altare interno, all’interno del Santuario stesso.

I sacrifici venivano offerti sull’altare esterno. Korban (קרבן), la parola ebraica per “sacrificio”, deriva dalla radice karov (קרב), che significa “vicino”. Infatti i sacrifici avvicinavano la persona a D-o.

L’offerta dell’incenso veniva portata sull’altare interno. Ketoret (קטרת), che significa “incenso”, è collegata alla parola keter (קטר), che significa “legame”. L’offerta dell’incenso non si limitava ad avvicinarci a D-o; bensì stabiliva un legame con Lui.

La differenza tra i due è evidente. Il desiderio di essere vicini indica che esiste una distanza e, cosa ancora più importante, che la persona che desidera avvicinarsi percepisce se stessp come un’entità separata.

Quando le persone hanno un legame tra loro, assorbono le proprie identità personali in quella della nuova entità che si forma. Una coppia non è semplicemente formata da due persone innamorate; esse si sono unite in una nuova e completa unità.

L’offerta dell’incenso si riferisce alla creazione di un legame di questo tipo con D-o. Una persona perde di vista chi è come individuo e si identifica con D-o e con il Suo scopo. Non è più così concentrata sui propri desideri o bisogni personali, ma vede un quadro più ampio. Inizia a guardare il mondo dalla prospettiva di D-o.

L'olio più puro

La lettura di questa settimana inizia con il comandamento di preparare l’olio d’oliva per la Menorà, il candelabro utilizzato nel Bet HaMikdash. La Torà afferma che l’olio deve essere “frantumato per la luce”. I nostri Maestri spiegano che l’oliva è un’analogia del popolo ebraico. Quando viene “frantumato”, pressato fino al suo nucleo più profondo, produce olio “per la luce”, “la luce della redenzione”.

Esiste tuttavia una differenza tra il modo in cui questo tema si applica alla generazione attuale e il modo in cui si è espresso nelle generazioni precedenti. In passato, la “frantumazione” era esterna. Attraverso persecuzione dopo persecuzione, pogrom dopo pogrom, esilio dopo esilio, il guscio esterno del popolo ebraico veniva schiacciato e il suo nucleo divino interiore veniva rivelato.

Nell’epoca attuale, grazie a D-o, non esiste questo tipo di frantumazione in genere non esiste. In larga misura, il popolo ebraico vive in pace e prosperità, senza persecuzioni da parte delle nazioni del mondo. Eppure ci sentiamo “frantumati”: il semplice fatto di essere ancora in esilio, che il Mashiach non sia ancora venuto e che il mondo non abbia ancora raggiunto il suo scopo desiderato è una realtà schiacciante, che scuote ciascuno di noi fino al profondo e lo motiva a “produrre il proprio olio” per “la luce della redenzione”.
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L'essenza

Durante la maggior parte degli anni, il settimo di Adar, il giorno della morte di Moshé Rabbeinu, cade in prossimità della lettura di Tetzavè. I nostri Saggi osservano che c'è un accenno alla morte di Moshé in Tetzavè, poiché questa è l'unica parashà (dal momento della nascita di Moshé fino al Libro di Devarim) in cui il suo nome non viene menzionato.

Questo va compreso. Solo il nome di Moshé non viene menzionato in questa parashà; tuttavia, ci sono numerosi passaggi che riferiscono a lui, a partire dal primo versetto della parashà: "E tu [cioè, Moshé] comanderai...".

Inoltre, non menzionare il nome di un tzaddìk che sta per morire sembra annullare il significato stesso della sua morte; la morte di un tzaddìk non influisce in alcun modo sul suo buon nome e sulle sue azioni, queste vivono per sempre, solo il corpo lascia questo mondo.

Come possiamo allora dire che la morte di Moshé è accennata in una parashà in cui il suo nome non è menzionato?

Lo Zohar afferma che "un tzaddìk che è passato si trova in tutti i mondi in misura [infinitamente] maggiore di quanto fosse quando era vivo".

L'Alter Rebbe spiega che, mentre il tzaddik era vivo, la sua forza vitale era racchiusa in un corpo fisico, per cui solo una scintilla poteva essere percepita. Tuttavia, dopo la sua morte questa limitazione cessa e diventa possibile ricevere dalla sua essenza.

Il nome di una persona ha poco a che fare con la sua essenza; un nome è necessario solo affinché gli altri possano chiamarlo; una persona, come esiste per sé stessa, non ha bisogno di un nome. Il pronome "tu", invece, si riferisce all'essenza di una persona, quando ci si rivolge a qualcuno dicendo "tu", si fa riferimento all'individuo nella sua interezza.

Così anche per Moshé. Al momento della sua morte, egli ascese a un livello molto più elevato di quanto possa essere contenuto in un nome. Pertanto, al momento della sua morte, non viene chiamato per nome.
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L'altare santo

Il versetto nel testo di Tetzavé dice: “L'altare è il santo dei santi, chiunque lo tocca diventerà santo.” Secondo la chassidùt Chabad, l'altare corrisponde al cuore di ogni ebreo. Durante l'esilio, la preghiera, il lavoro del cuore, prende il posto dei sacrifici. Maimonide dice: "Ogni persona, a prescindere da chi sia, che si dedica al servizio di D-o, diventa 'santo dei santi' come Aharòn il Sommo Sacerdote."