I popoli hanno sempre guardato i cieli per cercare di svelare i segreti dell’universo e scorgere i segni premonitori del futuro. Alcuni prediligevano la luna, attratti dal suo bagliore delicato, confortati dalla luce che illumina il cielo notturno. Osservandone l’evoluzione, il crescere e il calare, il completamento del ciclo e il suo rinnovarsi, sentivano che la luna offriva un modo chiaro e adeguato per scandire il passare del tempo. Con lo sviluppo dell’agricoltura, i popoli cominciarono a capire anche l’importanza del sole. Nonostante fosse più difficile accorgersi dei cambiamenti nella posizione del sole rispetto a quelli della sagoma della luna, divenne evidente il vantaggio del calendario solare per prevedere eventi con importanti risvolti economici: per sapere quando piantare o per prevedere quando il Nilo sarebbe straripato, bisognava osservare il sole. Di fronte alla maestosità, alla forza e alla luce del sole, il calendario lunare fu accantonato e fu adottato quello solare.
La Mitzvà
La prima mitzvà che D-o comandò ai figli d’Israele, in procinto di essere liberati dall’Egitto e di affrancarsi come popolo, fu quella di stabilire un calendario. Da schiavi non potevano esercitare un proprio controllo sul tempo e non erano liberi nemmeno di pensare al concetto di tempo in un modo proprio indipendente; il loro tempo e lo scandire delle giornate e della loro vita erano manipolati dai loro aguzzini egizi. Adesso dovevano imparare a pensare anche al tempo, al suo significato e al suo scopo. Quale calendario adottare? Si dovevano identificare con la potenza e la mascolinità del sole o con la bellezza femminile della luna, più discreta e introversa? Una caratteristica basilare del calendario ebraico è di sincronizzare il ciclo lunare con quello solare, e raggiunge lo scopo stabilendo l’anno embolismico, nel quale si aggiunge un mese lunare tre volte in sette anni, per ovviare alla differenza di undici giorni tra l’anno solare e quello lunare. Il calendario ebraico in realtà non è il primo a sincronizzare i due cicli, ma è l’unico in cui questa sincronizzazione è una caratteristica peculiare.
D-o e Noi
Il nostro modo di pensare al tempo rivela la nostra attitudine verso l’intero universo: qual era lo scopo della creazione? La vita ha un significato? Il tempo ha un significato? La risposta ebraica è che lo scopo è l’unità tra il sole e la luna, tra chi dà e chi riceve, tra D-o e il popolo ebraico. Il sole così luminoso simboleggia la luce di D-o, consistente e potente. La luna che brilla nel cielo oscuro rappresenta il popolo ebraico, la cui missione è di riflettere la luce di D-o nel buio del mondo. Di conseguenza, il nostro popolo è soggetto ai mutamenti imposti dalle circostanze terrene; a volte brilla nella sua gloria e a volte la sua luce è nascosta. Questo primo comandamento dimostra l’obiettivo di tutti i comandamenti successivi, ossia quello di sincronizzare il sole e la luna. Ogni precetto che compiamo trascina con sé l’energia Divina e unisce la luce dell’ebreo in terra con quella di D-o, creando una dimensione in cui “Tra il cielo in alto e la terra in basso, non vi è nulla all’infuori di Lui” (Deuteronomio 4:39).
Mosè e Aronne
Non c’è da sorprendersi, dunque, che la mitzvà di stabilire il calendario fosse una delle poche trasmesse sia a Mosè sia ad Aronne: “Il Sign-re parlò a Moshè e ad Aharòn nella Terra d’Egitto, dicendo...” (Esodo 12:1). Moshè, attraverso cui ci fu data l’intera Torà, è il nostro sole; il suo volto era raggiante dal riflesso della luce del Sign-re e ci comunicava la Saggezza Divina con passione ed energia. Aharòn è la nostra luna; ci ha insegnato come affinarci al punto da poter noi stessi riflettere la luce Divina, ci ha insegnato come andare d’accordo con gli altri. Egli aveva capito che, in alcuni casi, la pace tra le persone può essere più importante della verità. Sia la parola di D-o che il modo in cui noi la percepiamo, assorbiamo e a nostra volta riflettiamo, sono fattori importanti nella nostra missione. Abbiamo bisogno sia di Mosè sia di Aronne, sia del sole sia della luna.
Traduzione di Deborah Cohenca Klagsbald.
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