Erano trascorsi tre giorni da che Avrahàm si era circonciso, quando H-shèm si recò a trovarlo per compiere la mitzvà di fare visita agli ammalati (Ràshi su Bereshìt 18, 1; Talmùd Bàba Metzì’a 86b).
Il Terzo Giorno
Il principio che colloca le mitzvòt nell’ambito del mondo fisico e naturale getta luce su un episodio della vita di Avrahàm. Nei versetti conclusivi del XVII capitolo di Bereshìt si legge che il patriarca circoncise se stesso e tutti i membri della sua casa obbedendo al comando di H-shèm. Il capitolo XVIII narra della visita Divina fatta ad Avrahàm convalescente: H-shèm gli apparve alle pianure di Mamré mentre egli stava seduto all’ingresso della tenda, alla calura del giorno (Bereshìt 18, 1). I saggi ne traggono la mitzvà di fare visita agli ammalati. Era il terzo giorno dopo la circoncisione quando H-shèm si recò presso di lui per informarsi della sua salute (Talmùd Baba Metzìa 86; Sotà 14a).
Perché tuttavia H-shèm attese tre giorni completi prima di fare visita ad Avrahàm?
L’interrogativo trova risposta nel fatto che il decorso naturale del processo di guarigione dalla circoncisione è di tre giorni (Talmùd Shabbàt 134a).
Il Talmùd insegna, inoltre, che la visita agli ammalati non solo arreca loro un beneficio spirituale, ma contribuisce anche ad avvicinarne la guarigione. Colui che visita una persona malata le toglie un sessantesimo della malattia (Talmùd Nedarìm 39b). Se la visita di un essere umano può fare tanto, una visita divina avrebbe certamente, nel caso di Avrahàm, rimosso completamente il male. Proprio per questo motivo, H-shèm aspettò a recarsi dal patriarca quando la malattia aveva ormai compiuto il suo decorso naturale affinché il proprio contributo alla guarigione non potesse più avere alcun effetto.
La Mitzvà di Avrahàm
Avrahàm visse molti anni prima dalla rivelazione sul monte Sinày. A quel tempo il decreto che separava il “divino” dal “terreno” era ancora in vigore. Così, sebbene egli fosse un uomo di notevole levatura morale e un grande tzaddìk, non gli era possibile stabilire alcun legame tra il mondo inferiore e quello superiore. Tuttavia la vita di Avrahàm, in quanto padre del popolo ebraico, personifica e racchiude le vicende dell’intero popolo. «Ogni cosa che accadde al patriarca è un insegnamento per i suoi figli. Questo è il motivo per cui la Torà narra con dovizia di particolari i suoi viaggi e tutti gli altri eventi della sua vita… essi sono insegnamenti per il futuro: dai fatti accaduti a ciascuno dei tre patriarchi si impara che cosa è decretato che accada ai loro discendenti» (dal commento di Rambàn a Bereshìt 12, 6; cf anche Midràsh Tankhumà su Lekh Lekhà 9; Talmùd Sotà 24a; Midràsh Rabbà su Bereshìt 40,8).
Anche il dono della Torà trova il suo precedente nella vita del primo ebreo. La rivelazione sul Sinày, nella vita di Avrahàm, fu il comando ricevuto da H-shèm di compiere la mitzvà della milà. Questo fu l’unico, tra i 613 precetti della Torà, espressamente comandato ad Avrahàm; questa fu anche la sola occasione in cui egli ebbe il potere di consacrare lo stato fisico, il mondo materiale, colmando la divisione tra umano e divino. Ciò spiega anche perché Avrahàm, quando chiese al suo servo Eli’èzer di fare un giuramento, disse: poni la mano sotto la mia coscia (Bereshìt 24, 2). Un giuramento si pronuncia su un oggetto sacro, un rotolo della Torà o i tefillìn; in questo caso, Avrahàm chiese a Eli’èzer di giurare su una parte del suo stesso corpo, santificato dalla mitzvà della circoncisione.
I saggi insegnano che Avrahàm osservò la Torà interamente anche se non era ancora stata “formalmente” donata al popolo ebraico (Talmùd Yomà 28b); il patriarca studiò la Torà, indossò i tefillìn, affisse le mezuzòt alle porte, e altro; tuttavia sembra che non avesse presso di sé alcun oggetto sacro; come si spiega questo? Perché disse al suo servo di porre una mano sotto la coscia, atto che pare contrario persino al comune concetto di pudore?
L’osservanza delle mitzvòt da parte di Avrahàm fu di natura puramente spirituale. Fino a quando H-shèm non gli comandò la circoncisione, i precetti stessi rimasero soggetti alla legge che separa ciò che è materiale da ciò che è divino; così accadde che, se da un lato le mitzvòt ebbero un profondo effetto sulla sua anima, su quella dei suoi discendenti e su tutta l’essenza spirituale della Creazione, dall’altro i precetti stessi non ebbero alcun impatto sulla sostanza materiale dell’universo. L’unica eccezione fu la mitzvà della milà espressamente comandata da H-shèm ad Avrahàm, che ebbe da allora il potere di santificare la propria sostanza fisica. In questo senso egli stesso era l’unico oggetto sacro su cui fosse possibile effettuare un giuramento. Fu proprio il fatto che Avrahàm compì il precetto della milà a spianare la via al Dono della Torà che permette oggi di unire i mondi superiori a quelli inferiori tramite l’osservanza delle mitzvòt.
Come archetipo di tutte le mitzvòt, la circoncisione di Avrahàm dovette essere un atto completamente naturale. Le mitzvòt, infatti, devono essere attuate nel mondo naturale in modo da essere un vero legame tra “terreno” e “divino”. Non solo l’esecuzione della mitzvà stessa, ma anche la preparazione e il compimento devono essere strettamente conformi al naturale. Se H-shèm avesse visitato Avrahàm prima del terzo giorno ne avrebbe alleviato la sofferenza e mutato l’ordine naturale del decorso della circoncisione; ciò avrebbe costituito un intervento soprannaturale nella mitzvà di Avrahàm sminuendone il valore.
Shabbàt Shalòm a tutti!
da Likkuté Sikhòt vol. III, pp. 77-85
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