Cinque brevi riflessioni e un video tratti e adattati dagli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch sulla Parashà Chayè Sarà
Il mezzo shekel del matrimonio
L’uomo prese un anello d’oro, del peso di mezzo shekel; e due braccialetti del peso di dieci shekel d’oro per le sue mani.
Genesi 24:22
Un mezzo shekel, per alludere agli shekalim contribuiti dal popolo di Israele, mezzo shekel a persona (Rashi ad loc).
La Parshà di questa settimana descrive il matrimonio combinato e l’eventuale matrimonio tra Yitzchàk e Rivkà. Uno dei dettagli che la Torà include è il fatto che un anello, del peso di mezzo shekel, fosse uno dei doni che Eliezer presentò a Rivkà durante il loro incontro al pozzo. I nostri saggi spiegano che questo era un’allusione e il precursore del mezzo shekel che ogni ebreo contribuiva per la costruzione del Santuario.
Perché mezzo shekel? Maimonide scrive che, come regola generale, “tutto ciò che è per il bene di D-o dovrebbe essere il meglio e il più bello.” In effetti, in molti casi la legge della Torà stabilisce che l'oggetto di una mitzvà sia integro. Perché, allora, la Torà ordina che ogni ebreo contribuisca con mezzo shekel alla costruzione di una dimora per D-o?
La risposta è che tale è l’essenza del matrimonio. Se ogni partner si avvicina al matrimonio con un senso di sé come un’entità completa, al massimo riusciranno a ottenere solo una “relazione” tra due vite distinte e autonome. Ma il matrimonio è molto più di questo. Infatti i Cabalisti spiegano che marito e moglie sono gli aspetti maschile e femminile di un’unica anima, nata in due corpi diversi; per molti anni vivono vite separate, spesso a grande distanza l’uno dall’altro e completamente ignari dell’esistenza dell’altro. Ma la provvidenza divina fa in modo che si riuniscono di nuovo sotto il baldacchino nuziale e che abbiano l’opportunità di diventare di nuovo uno: non solo uno nell’essenza, ma anche uno a tutti i livelli—nei loro pensieri e sentimenti consci e nelle loro vite fisiche.
Il matrimonio è quindi più dell’unione di due individui. È la riunione di un’anima divisa, la fusione di due vite che originariamente e intrinsecamente erano una sola.
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La vita eterna
Il nome della lettura della Torà di questa settimana è Chayè Sarà, "la vita di Sarà". Questo solleva una domanda ovvia: la lettura della Torah parla della morte di Sarà e della sua sepoltura, perché il suo nome dovrebbe essere associato alla “sua vita”?
Con questo nome, la Torà ci insegna che ogni persona può ottenere un aspetto di immortalità. Non stiamo parlando dell'aldilà nei reami spirituali, dove ogni anima ha una esistenza eterna, ma piuttosto di una posterità continua in questo mondo materiale.
La lettura della Torà si concentra su tre eventi: l'acquisto da parte di Avrahàm di un luogo di sepoltura per Sarà a Chevròn, la sua prima acquisizione di una parte della Terra di Israele, la missione per trovare una moglie per Yitzchàk, e l'eredità che Avrahàm diede a Yitzchàk.
Tutti questi eventi riflettono l'opera di vita di Sarà. In primo luogo, come donna, si impegnò affinché la promessa che D-o aveva fatto ad Avrahàm, che la terra di Israele sarebbe diventata l'eredità del popolo ebraico, non rimanesse solo una promessa astratta, ma venisse tradotta in un fatto concreto. Questo avvenne con l’acquisto della Grotta di Machpelà. Da quel momento in poi, gli ebrei possedevano una parte della Terra Santa, e tale proprietà veniva riconosciuta da tutte le nazioni del mondo.
Ella desiderava che suo figlio si sposasse e perpetuasse la sua famiglia. Questo si riflette nella scelta di Rivkà come moglie per Yitzchàk. Infatti, i nostri Saggi spiegano che fu quando Yitzchàk vide che Rebecca possedeva le virtù spirituali della madre che la amò.
E quando Avrahàm distribuì la sua eredità, diede “tutto ciò che aveva a Yitzchàk.” Questo riflette l'influenza di Sarà, che si assicurò che l’eredità andasse a Yitzchàk.
Così, la lettura della Torà ci racconta della vita di Sarà, perché gli eventi che descrive sono un riflesso della sua continua influenza, di come il modo in cui influenzò la sua famiglia e il suo ambiente fu perpetuato oltre la sua immediata presenza fisica.
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L’importanza della coerenza
La lettura della Torà di questa settimana descrive Avrahàm come “vecchio, avanzato negli anni.” Il Midrash nota la ripetizione apparente e spiega che ci sono uomini che sono vecchi, ma non appaiono avanzati negli anni, e altri che appaiono avanzati negli anni, ma non sono vecchi. L'avanzamento negli anni di Avrahàm corrispondeva alla sua età.
A livello semplice, il Midràsh parla dell’aspetto fisico. Tuttavia, c'è un significato più profondo nell'insegnamento del Midràsh: spesso le persone funzionano a un livello di maturità molto al di sotto della loro età cronologica. Avrahàm, insegna il Midràsh, è cresciuto man mano che invecchiava. Il suo sviluppo personale e spirituale è andato di pari passo con il passare del tempo.
La Chassidùt sviluppa ulteriormente questo concetto. Avrahàm “avanzò” nei suoi “anni.” In altre parole, egli metteva tutto se stesso nei giorni che viveva; ciascuno dei suoi giorni era pieno di un approfondimento del suo legame con D-o.
Chiunque di noi debba fare degli esami sa cosa significhi studiare tanto in fretta. Cerchi di coprire un intero corso in due settimane. C’è qualcosa di innaturale in un tale approccio e spesso ciò che è stato ricordato per l’esame viene dimenticato due settimane dopo.
Lo stesso è vero spiritualmente. Troppo spesso ci “sbrighiamo.” A Rosh Hashanà e Yom Kippùr, improvvisamente ci coinvolgiamo molto. Ci piace concentrarci sulle esperienze che toccano il cuore. Ciò che Avrahàm ci insegna è di prendere ogni giorno uno alla volta e di viverlo al massimo. Non avere altezze spirituali occasionali, ma relazionarsi con D-o sinceramente ogni giorno, prendere quel giorno sul serio e utilizzarlo nel modo più pieno e completo possibile.
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La preghiera e il lavoro
Sulle parole: "E Yitzchàk uscì a passeggiare nel campo verso sera," i nostri saggi commentano che in quel momento egli istituì la preghiera di Minchà (Servizio del Pomeriggio). Minchà è una preghiera unica. La preghiera del Mattino viene quasi naturale: dopo essersi alzati al mattino e aver ricevuto il dono della vita rinnovata, è naturale voler dire grazie a D-o. Inoltre, la giornata non è ancora iniziata e si ha il tempo di raccogliere i propri pensieri, indirizzarli verso D-o e acquisire così una prospettiva.
Anche la preghiera della Sera non è una grande difficoltà. La giornata è finita. Una persona spesso sente il bisogno di fare una revisione della giornata e apprezzare le lezioni spirituali che dovrebbe aver imparato.
Ma la preghiera di Minchà è diversa. Ogni occupazione ha i suoi momenti frenetici, quando le persone sono sotto pressione. Spesso, proprio nel bel mezzo di tali momenti di pressione, una persona è obbligata a pregare Minchà, deve fermarsi, fare un passo indietro e pregare.
Per spiegare: l'essenza dell'anima, come l'essenza di D-o, non può essere descritta come santa. Perché la santità è una limitazione e un'esclusione, ci sono certe cose e attività che non possono essere considerate sante. Infatti, l'associazione di D-o con la santità ha portato alla dicotomia che affligge la spiritualità occidentale: lo spirituale è separato dal fisico. D-o viene messo in una scatola di preghiera e stuD-o e le attività fisiche vengono considerate separate da Lui.
Dalla prospettiva dell'essenza di D-o, e dell'essenza dell'anima, nulla è più lontano dalla verità. D-o non è né spirituale né materiale, e permea entrambi, lo spirituale e il materiale. Non può essere afferrato dalle più elevate estasi astratte, né le attività più deprimenti possono separare una persona da Lui.
Quando una persona riflette questo aspetto essenziale della divinità? Quando fonde il materiale e lo spirituale nella sua vita, quando nel mezzo di un'attività materiale produttiva, si ferma e prega, dedicandosi al spirituale. Tale attività consente al nucleo della sua anima, il suo vero potenziale divino, di risplendere.
Dietro ogni grande ebreo c’è una grande madre
Sarà, la prima madre ebrea, è un esempio splendente del grande potere che ogni donna ha sulla sua famiglia e sull'intera nazione. Fu Sarà a insistere affinché fosse Yitzchàk, e non Ismaele, a proseguire la discendenza di Avrahàm. Fu lei che allevò Yitzchàk nei suoi primi anni di vita, instillandogli la forza interiore per affrontare tutte le prove e diventare il secondo Patriarca del Popolo Ebraico.
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